banco di fiori

Persone tra i fiori della strada

Tra Parioli e quartiere Trieste, da rose bouquet e piante, affiora un microcosmo di quotidianità, relazioni e culture   

 

Come spesso avviene nei quartieri centrali di Roma, anche nel secondo municipio la frequenza dei chioschi che vendono fiori è alta. Attorno alla parte sud di Villa Ada, nella “V” data da viale Parioli-Liegi-Reg. Margherita e via di Tagliamento su fino a dove inizia il quartiere africano, nel raggio di appena un km, un km e  mezzo, se ne incontrano vari. Parlando con chi ci lavora, come forse intuibile, emerge che a differenza dei negozi di fiori (quelli incassati negli edifici stessi), i chioschi sono in larga parte gestiti da stranieri, quantomeno come dipendenti, spesso però anche come proprietari. Un’eccezione, forse non l’unica, ma comunque non comune, è il chiosco a via Liegi storicamente da tre generazioni completamente a gestione familiare italiana. Per il resto la situazione tipo vede gentilmente ad accoglierti, quantomeno come operatori sul posto, una o più persone provenienti da “fuori casa”. In particolare egiziani. È un microcosmo quotidianamente a contatto con la comunità e non è raro vedere scambiare con il quartiere, reciproci saluti, anche fuori da momenti d’acquisto, spesso chiamandosi direttamente per nome. Nome che per gli egiziani, proprio per facilitare la comunicazione, è generalmente uno italiano scelto a caso tra quelli comuni, anche se non sempre. 

A detta di chi ci lavora, la competizione, se c’è, è data dalla prossimità dei chioschi, ma non dai prezzi che almeno nella stessa zona sono pressappoco identici. 

Mimmo: chiosco e fiori

A via Tagliamento, Mimmo, nome egiziano Reda, sostiene che non c’è un tipo di pianta o fiore che si vende di più, “più o meno è uguale”. La differenza invece, mi viene detto da più d’uno, è di tipo storico: l’arrivo dell’euro ha rappresentato un problema. Spesso la gente prima comprava un bouquet, per quanto piccolo, mentre ora spesso punta su pochi fiori.
Mimmo sintetizza ironicamente dicendo “forse in giro c’è meno amore” visto che vende meno rose rosse anche solo rispetto a due anni fa.

“E’ la crisi”  che nella sua opinione si fonde agli strascichi dell’euro in quanto tale.

Chioschi come questo e come pure quello di Reda, sono dotati di inferriate – non solo tendoni – quindi possono permettersi di essere gestiti da una persona sola: di  notte possono tirare dentro la merce e quindi intorno alle 21 chiudere, facendo orario non dissimile dai negozi.

A piazza Ungheria, c’è un chiosco che appartiene a cristiani egiziani: il dipendente mi dice che senz’altro è un po’ vero che, più che vivere, si sopravvive, ma tutto sta nella qualità della gestione. Se la scelta e manutenzione di fiori e piante è oculata l’esercizio tutto sommato procede.   

Di fatto, Jimmy dice che dopo le 22 e fino alle 8 di mattina il chiosco aperto non è un grande introito, clientela ne passa poca, così lui che fa la notte a Piazza Crati, oltre a controllare, si prende cura delle piante e prepara i bouquet che il giorno dopo John non avrà molto tempo di comporre perché la clientela in certi momenti si concentra. John sa in parte distinguere la clientela in base alla provenienza geografica: chi viene dal nord italia  a lui sembra conosca meno i fiori, i napoletani invece li conoscono bene, però tirano sul prezzo.
Rosario, cattolico, ora sostituisce John durante il giorno, perché per il Natale ortodosso (il 7 gennaio), lui è in Egitto dai parenti. Per i cristiani egiziani questa rete di supporto e sostituzione è fitta e forte, permettendo di ritornare nelle proprie terre una o più volte l’anno, di tenere su l’esercizio in Italia e di offrire anche finestre di lavoro a chi fa altri mestieri ed è temporaneamente disoccupato. Se infatti Rosario di norma fa proprio il fioraio – a Colli Albani -, Ayman (per noi Mario), invece fa il cuoco e la sua
predilezione non è il pollice verde, bensì la cucina romana e la carne alla brace: in attesa di rimettersi ai
forni coprirà solo per un breve periodo il turno notturno al chiosco tra via Salaria e via Chiana.
Oltre alla passione, comunque a preferire i fornelli qualche vantaggio c’è: non c’è il freddo che d’inverno ti dà la strada, ci si annoia meno e talvolta si guadagna meglio.

A piazza Verbano, Stefano, proprietario del chiosco, è tunisino, musulmano e da 25 anni in Italia: a gestire materialmente la struttura sono invece due cristiani egiziani. “Se la gente che lavora per te è onesta che importanza ha in che religione crede?”, dice Stefano.
Pensando alla ribalta mediatica che in questi giorni ha parlato di sangue in  Egitto e Tunisia, suona quasi
come un piccolo augurio.

Marco Corazziari
(17 gennaio 2011)