Artemis: la comunità cura

Un momento del convegno


Un lavoro meritorio.
Il problema dell’accesso reale degli immigrati alle strutture sanitarie e ad una condizione di buona salute resta ad oggi pienamente aperto. In Italia la questione è poco affrontata dalle policies, con il risultato che le proposte delle scienze sociali restano solo ipotesi senza implementazione.
Il convegno del 30 giugno, A.r.te.m.i.s. Associazionismo & Reti Territoriali per la Mediazione Interculturale sulla Salute, svoltosi all’interno dell’Ist. Superiore di Sanità, è un pregiato lavoro in controtendenza. Già dal titolo si evidenzia il ruolo dato alla componente ambientale, ai cosiddetti determinanti sociali della salute.
Il convegno rende conto del percorso di un anno, da giugno 2010 a giugno 2011. Prodotto della sinergia tra il Centro Nazionale Aids dell’Ist. Superiore di Sanità (CNAIDS), L’Albero della Salute  (struttura di riferimento per la promozione della salute dei migranti della Regione Toscana), e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il progetto di Artemis è imperniato sulla prevenzione e cura dell’Aids nei migranti, con l’idea però di proporre pattern validi per la promozione della salute in genere. Luoghi prescelti per lo studio pilota, Firenze, Prato e Roma.

 ESC: uscire dall’impasse. Il nostro sistema normativo per la promozione della salute dei migranti, dice Lichtner della Sapienza di Roma, è tra i più innovativi d’Europa. Eppure l’applicazione è carente o dispari a seconda della virtù  maggiore o minore che esprime ogni singola regione. Generare delle strutture e delle reti dedicate a livello territoriale è  un primo passo fondamentale per bilanciare delle mancanze sistemiche nazionali.
Figura centrale del felice esperimento di Artemis è l’ESC: l’Educatore Sanitario di Comunità, un membro di minoranze etniche formato ad hoc per sviluppare progetti di promozione della salute nel proprio quartiere collaborando con, e mediando verso, sia la propria comunità che le sedi locali del SSN. Artemis durante l’anno ha attivato ben 40 di questi educatori nei tre comuni oggetto della ricerca.

Anni di elaborazione. Comprendere quali competenze questo educatore dovesse possedere e quali dovesse attivare è emerso lentamente negli anni. Dice Elisabetta Confaloni, responsabile per L’albero della salute, la struttura di riferimento per la promozione della salute dei migranti della Regione Toscana, i primi esperimenti partono nella Gran Bretagna degli anni ’90. È qui che il ruolo del mediatore linguistico culturale, reso inadeguato dalla sistematicità, globale, incrementale, dei flussi migratori e dalla contemporanea rivisitazione dei sistemi di welfare, si trasforma in una figura che si pone come obiettivo non la semplice mediazione, ma l’attivazione dei soggetti e dei gruppi.
Questa pro attività permette di intervenire su quei determinanti sociali che pesano per l’80% sulla salute di una collettività: sono le condizioni socioeconomiche, culturali,  stili di vita, lavoro,  l’accesso ai servizi sanitari e, precisa Maura Cossutta, le sempre trascurate differenze di genere. Determinanti indifferenti all’azione di qualunque sistema sanitario e che per essere proficuamente influenzati necessitano la responsabilizzazione dei grandi numeri. Per le minoranze raggiungere questa capacità di informarsi, organizzarsi e attivarsi in modo competente è nevralgico: condizioni socio economiche, culturali, lavorative svantaggiate le espongono maggiormente a problemi di salute, così come alla comprensione e alla comunicazione di tali problematiche.

Estrarre un modello versatile. La presentazione di Artemis trova un momento clou nella lectio magistralis di Lai Fong Chiu: sociologa dell’University of Leeds, UK, è lei che ha rielaborato questo mutamento di paradigma della mediazione sanitaria avvenuto negli ultimi 20 anni. Ne ha estratto una vera e propria cassetta degli strumenti della proattività, il Community Health Educator Model. Nel 2006, su invito dell’Albero della Salute, Lai Fong Chiu ha inserito il modello in Italia: rivolgendosi ai bisogni delle donne migranti in Toscana ha formato vari operatori sanitari.
Spiega la sociologa, le diverse culture possono variare enormemente tra loro. Il passepartout per riuscire comunque a coinvolgerle nella promozione della salute è nel saper vedere ogni etnia e comunità come un qualcosa in divenire. In questo modo è possibile fare breccia anche in gruppi apparentemente impermeabili  all’interazione. Ricercatori e professionisti della salute devono programmaticamente sviluppare un’elasticità verso il diverso e accettare che l’interazione possa generare ambiguità. Nient’altro che un prodotto naturale dell’incontro tra gruppi con codici storico culturali differenti: l’esperto di salute ai tempi della globalizzazione deve allenarsi a muoversi con spontaneità in questi scenari che si presenteranno non predefiniti ma da costruire contestualmente nel modo più collaborativo possibile.

Permetta, Signora Scienza, che l’aiuti… Promozione della salute vuol dire anche rendere più efficiente la ricerca. Attivare un Esc e la sua comunità serve non solo ad avvicinare le culture, diverse, della salute del paese che ospita e del migrante. La collaborazione attiva da parte del migrante non è solo socioculturale: è anche scientifica. Permette di ottenere in modo collaborativo dati sperimentali che consentano di fare più previsioni epidemiologiche e quindi prevenzione a vantaggio di tutti, migranti e popolazione autoctona.
Questo lavoro di Artemis sull’Aids, grazie al contributo scientifico dell’ISS, ha prodotto dati che fanno luce su aspetti poco noti dell’HIV nel migrante. Sono in netto aumento i casi  in cui nell’immigrato l’Aids si presenta insieme alla tubercolosi: caso tipico degli africani e in aumento nei migranti provenienti dall’Europa dell’est. In molti paesi di provenienza circolano sottotipi virali che erano assenti da noi che questa ricerca ha iniziato a classificare. Conoscere e aprire una sperimentazione su questi sottotipi vuol dire adattare test diagnostici  e terapie antiretrovirali italiane poco adeguate a queste varianti dell’HIV. La ricerca ISS ha raccolto dati anche su stili di vita e skills in tema di prevenzione su malattie sessualmente trasmissibili.
Il tutto permetterà di monitorare indicatori patologici standardizzati a livello europeo (ECDC)

L’esperanto dell’OIM. Due momenti meno tecnici del convegno hanno visto alcuni educatori e rappresentanti di comunità portare, con umanità ed emozione, le loro esperienze di “frontiera”, quasi in equilibrio giocoso sulla soglia di più culture.
Rossella Celmi psicologa nell’Oim romano ha fatto ascoltare otto minuti di un cd musicale. Sono stati attivati cinque diversi leader di comunità affinché coinvolgessero musicisti delle rispettive etnie: poi questi ultimi di concerto hanno ideato suoni e melodie che mettessero insieme culture sonore dal centro america, alla romania, alla cina. Il risultato è rilassante, uno yoga globale: la Celmi assicura che oltre alle slides e ai dati che servono alla scienza presso le comunità sono le emozioni che aprono la prima breccia.

Marco Corazziari
(7 luglio 2011)  



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