La storia di Alì, curdo iraniano

Alì

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Alì viveva con la famiglia in una grande casa, aveva un bel lavoro e studiava Matematica all’università. Nel 2008 ha dovuto lasciare tutto. I servizi segreti iraniani avevano capito che Alì poteva essere pericoloso: è curdo e ama la giustizia. Ha quasi 26 anni e da tre è un rifugiato politico in Italia.

Essere curdo in Iran. “Sardasht, la mia città, si trova nella regione del kurdistan iraniano, è vicina al confine con l’Iraq. Per me l’Iran è il Paese più bello al mondo, ma non è facile viverci in questo momento”. Attualmente in Iran vige la cosiddetta legge islamica; un modo per giustificare limitazioni di libertà inconcepibili. Le conseguenze più aspre le pagano i curdi considerati fastidiosa minoranza etnica ancor più irritante dato che il loro credo religioso è vicino all’ebraismo. Alì racconta che dare un nome curdo ai propri figli è proibito. Le anagrafi hanno una lista di nomi islamici e persiani, tutti gli altri nomi sono banditi. “Così i nostri figli hanno due nomi: quello istituzionale e quello curdo con cui vengono chiamati da parenti ed amici”.

Censura anche nel web. La democrazia è inesistente. La repressione è ovunque e la censura è una vera e propria piaga. Internet non è esente. Siti come bbc, yuotube, facebook non sono accessibili. Trovati in un motore di ricerca, accedervi è impossibile: una finestra segnala che i contenuti non sono graditi ad Allah. Google maps non ha avuto l’autorizzazione per inserire strade e foto nella sua mappatura ormai punto di riferimento per chiunque voglia viaggiare o trovare un indirizzo. “Hanno giustificato questo rifiuto dicendo che è dovuto a motivi di sicurezza. Non si può fermare il pensiero al ‘500. E’ tempo di un sistema democratico, di una legge del popolo, non di quella islamica” denuncia Alì, penultimo di dieci fratelli in una famiglia che da sempre lotta per una legge giusta, per diritti uguali per tutti, per una vita in cui poter essere Kurdi. In questo periodo è in corso l’iniziativa mondiale di boicottaggio all’Iran. “Sono d’accordo, il mio timore però è che le conseguenze le paghino i cittadini e che i potenti ed i governanti non ne siano intaccati”.

Sardasht (foto: http://my.opera.com/mohammadnice/)

Viaggio forzato verso l’Europa. “La mia famiglia si è rifugiata in Iraq per sfuggire alla polizia iraniana. L’insediamento di Khomeini è stato assai violento. Poi calmatesi le acque mio padre volle tornare in Iran perché potessi frequentare le scuole ed aver un futuro, avevo nove anni. Sono cresciuto e come i miei fratelli frequentavo l’università e avevo un buon lavoro in una concessionaria d’auto. Vivevamo in una villa dove avremmo potuto stare anche io e mia moglie”. Invece le cose si guastano; uno dei fratelli maggiori viene arrestato e viene adocchiano pure Alì sul quale fanno pressione costringendolo a lasciare l’università. “E’ mia madre che mi ha pregato di andar via e raggiungere le mie due sorelle che vivono a Stoccolma da molti anni, anche loro fuggite per sopravvivere. Sono partito nell’aprile del 2008 con Mojdeh, mia moglie, appena laureata in psicologia”. Viaggio previsto: scalo a Roma per prendere la coincidenza per Monaco, Alì e Mojdeh infatti avevano il visto d’ingresso per la Germania. Dopo di ché meta Stoccolma.

Obiettivo Stoccolma.  “L’Ambasciata tedesca di Teheran ci aveva dato il visto al costo di 15000 euro quando avrebbe dovuto costarne centocinquanta. Il visto era originale ma a Monaco lo respingono perché non era stato registrato nel database. La verità è che in Iran avevano intuito che la nostra partenza sarebbe stata solo-andata e hanno cercato di ostacolarci. E’ stato un momento di forte delusione per me. Parlano tanto di diritti umani, ma sono solo parole”. Inoltre il nome falso che inevitabilmente si era dovuto procurare per poter partire, costringe Alì al carcere: tre mesi, nei quali ha visto la moglie solo tre volte. Subito dopo è stato ‘rispedito’ in Italia. “Ho sempre seguito le leggi europee anche quando mi apparivano senza senso. Mi hanno spiegato che essendo entrato in Europa nella città di Roma, anche solo per le due ore di attesa della coincidenza aerea a Fiumicino, ero obbligato a fare richiesta d’asilo in Italia”.

Essere un rifugiato in Italia. La commissione italiana, ascoltata la sua storia, ha subito approvato la richiesta d’asilo politico. “Il peggio è venuto dopo; non conoscevamo la lingua, non avevamo una casa; eravamo disorientati e in forte calo psicologico”. La legge italiana prevede accoglienza quando si è richiedenti asilo ma non ha un programma di inserimento dal momento in cui si è rifugiato. Alì ha cominciato la disperata ricerca di casa e lavoro ma con una nuova energia: quella di futuro padre. “Progetti del Ministero dell’Interno (SPRA), CIR, Chiesa Evangelica, UNCHR sono andato ovunque, e ho sempre incontrato persone disponibili, ma difficoltà nel trovare una soluzione definitiva al problema. Ho passato momenti molto difficili, soprattutto quando abbiamo vissuto tutti e tre in una stanza, quando vedevo la mia bambina non avere lo spazio per gattonare”. Poi, rivolgendosi al centro Astalli trova una casa. Il lavoro arriva grazie all’associazione di volontariato Prime Italia che si impegna nell’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo politico aiutandoli nella ricerca del lavoro, fornendo la tessera mensile per i mezzi pubblici o ancora programmando dei pre-corsi per prendere la patente B. “Mi hanno segnalato il colloquio ad Intersos di cui adesso sono segretario. La mia vita non è rinchiusa in due metri quadrati”.

Neda Agha Soltan

Il nome del futuro: Neda. Alì racconta tutto con pathos: mille particolari e altrettanti aspetti. Ha un sorriso che non sembra avere alle spalle una storia come questa o forse lo ha proprio perché ha alle spalle questa storia. Parla velocemente, ha tanto da dire. La voce si placa e il sorriso si distende quando parla di lei: Neda, una bimba il cui nome è un inno alla libertà. E’ nata appena un mese dopo la morte di Neda Agha Soltan uccisa durante le manifestazioni d’opposizione ai brogli elettorali delle presidenziali iraniane del 2009. “E’ un nome persiano, non curdo; significa voce, chiamata. Ci è apparso un bel tributo a Neda Agha Soltan e un grande augurio per nostra figlia”.

Adesso Alì aspetta di tornare in Iran in un presente finalmente sereno: fa un lavoro che esalta la sua conoscenza delle lingue e dell’informatica, ha una casa confortevole e sta insegnando a Neda la libertà, “Una libertà che vogliamo Neda possa vivere, oltre che in Italia, a Sardasht come curda e come iraniana”.

M. Daniela Basile
(17 settembre 2011)