Rifugiati e respingimenti, la storia si ripete

Sono passati quindici anni dal naufragio della Kater I Rades, la nave albanese che il venerdì santo del 28 marzo 1997 fu speronata dalla nave militare Sibilla al largo del canale di Otranto in Puglia. Alessandro Leogrande, da scrittore e giornalista, tenta di restituire alla memoria collettiva i volti delle novantuno persone a bordo di quella nave con il suo libro “Il naufragio”, presentato lo scorso 14 maggio alla biblioteca Villa Leopardi nell’ambito della rassegna Migranti del mese di maggio.

La primavera araba ha acceso, oltre al fuoco del dissenso nei paesi delle coste africane, la paura in Italia delle invasioni di migranti e provocato reazioni simili a quelle di quindici anni fa sotto il governo Prodi. “Ho notato elementi storici che ritornano tra le crisi dell’Albania di allora e di Tunisia e Libia di oggi. Come simili sono state le reazioni politiche alle migrazioni conseguenza dei conflitti civili. Lo speronamento della Kater, oltre che un evento molto grave e doloroso, ha segnato uno spartiacque nella nostra politica migratoria”.

Il fatto. Il 28 marzo del 1997 la Sibilla, una corvetta di 90 metri, sperona dopo un lungo inseguimento via mare la motovedetta albanese, di appena 20 metri e con a bordo 91 persone, quattro/cinque volte la sua normale capacità. “Mi interessava questo naufragio in modo particolare perché non è stato naturale, è stato cioè causato dall’interazione con la nostra marina. Manovra che è costata la vita a 57 persone, di cui trenta sotto i quindici anni, 24 corpi non verranno mai ritrovati. “Si è costituita in Albania “una comunità del disastro” che ha chiesto verità, ed il recupero del relitto. Molti dei morti sono stati donne e bambini, quelli chiusi nella stiva, una vera e propria bara in fondo al mare”. Recuperare dunque le storie umane nascoste dietro i numeri di naufragi “a cui troppo spesso siamo abituati – continua l’autore – come tutte le stragi avvolte nel silenzio che avvengono nel canale di Sicilia”.

Il perché del libro. “Ho scelto di raccontare questo naufragio – commenta l’autore ad una domanda del pubblico – intanto perché nessuno ha mai raccontato questa storia. Ho avuto la percezione che fosse abbastanza complessa e non la volevo comprimere. Questo spiega il taglio letterario del libro che intende intrecciare la dimensione umana della vicenda alla zona d’ombra della distribuzione delle responsabilità. Ma più che scrivere un libro di denuncia volevo restituire dignità agli albanesi saliti su quella nave, rompendo lo schema freddo delle generalizzazioni a cui siamo assuefatti ogni volta che ascoltiamo notizie di naufragi. Dietro i numeri ci sono persone, volti, ed avevo intenzione di raccontare le loro storie, il loro rapporto con il lutto. Il tutto analizzando il funzionamento della catena di comando che ha gestito quelle manovre, il modo in cui è stato condotto il processo che ha similitudini con altre vicende giudiziarie, come Ustica, come la Diaz”. Carlo Verducci, uno degli organizzatori della rassegna della biblioteca, ricorda che “il libro colma una lacuna storica su una vicenda di cui, su internet, rimangono pochissime tracce e quelle che ci sono si riferiscono solo ad episodi commemorativi”.

Crisi ricorrenti. I paesi del mediterraneo hanno vissuto sconvolgimenti simili a quello dell’Albania di qualche decennio fa. In alcuni, come in Tunisia, la protesta rimane confinata alla prassi di mobilitazione di massa. Ma quando scatta la molla repressiva, come in Libia ed Albania, la società civile viene sostituita nelle sommosse da gruppi armati. Con la caduta dell’unione sovietica i Balcani si sono sgretolati ed hanno portato un paese come l’Albania, privo di un sistema finanziario, ad un crollo verticale. All’epoca si crearono società finanziarie per investimenti, appoggiate sia dal fondo monetario internazionale che dal presidente Sali Berisha, che promettevano tassi di crescita “con un modello piramidale simile a quello usato dal cosidetto Madoff dei Parioli. Il meccanismo fa guadagnare i primi che investono per attirare nuovi capitali, creando un “sogno collettivo” appoggiato da cariche istituzionali ed internazionali che, spezzandosi, ha portato i risparmi della gente a sparire da un giorno all’altro. A Valona il passo dalle prime proteste studentesche alle gang criminali è stato breve”. A quel punto scattò la molla repressiva di Berisha che tentò di bombardare Valona. “Esiste anche un rapporto tra Italia, Tunisia Libia ed Albania. Sono tutti paesi che guardano al nostro come un modello, mentre noi temiamo da loro solo l’invasione”.

La vicenda giudiziaria. “Il processo si è concluso con un concorso di colpa tra i capitani delle navi. Ma la ricostruzione delle responsabilità è una verità che appare e scompare. Alla fine delle perizie pare che la corvetta italiana stesse attuando delle manovre paramilitari di Harassment, di disturbo intenzionale della navigazione, per bloccare le eliche del motore della nave albanese con un cavo. In quel periodo il presidente della Camera, Irene Pivetti, parlò anche e mai smentì di “buttare a mare” tutti coloro che scappavano dal conflitto”. Si è anche parlato di riunioni tra le cariche della marina coinvolta per raccontare una verità concordata. “Quello che è interessante notare è che quando si è cercato di ottenere tutte le comunicazioni del canale d’Otranto nei dieci minuti precedenti la sciagura, le bobine sono risultate vuote. Una mancanza di prove che hanno impedito di coinvolgere cariche superiori. Ma in quel momento c’era una catena di comando e la corvetta era in costante comunicazione con le massime cariche dello stato della marina”.

Davide Bonaffini
16 maggio 2012