Aberash, dall’Etiopia alla Serbia, al… Rito del caffè

Aberash Bekele seduta alla sua scrivania - sportello socio-sanitario del San Gallicano di Roma

Aberash Bekele seduta alla sua scrivania – sportello socio-sanitario del San Gallicano di Roma

La vita di Aberash, “una lunga storia” tra Etiopia, Serbia e Italia

Aberash Bekele, detta Abi “sì come la banca”, lavora come mediatrice culturale al San Gallicano, allo sportello socio-sanitario su via delle Fratte di Trastevere numero 52.

Aberash è nata in Etiopia, “mi sono sposata lì con uno straniero dell’Est Europa, un medico croato che lavorava per l’Air Force, dopo 4 anni di fidanzamento. Io sono fisioterapista. Dopo il matrimonio ci siamo trasferiti a Spalato e abbiamo vissuto lì per 6 anni, lì ho avuto il mio bellissimo figlio. Poi ci siamo spostati a Belgrado, io avevo trovato lavoro presso l’Ambasciata Etiope. Poi è scoppiata la guerra” – dal ’91 al ’95 una serie di conflitti innescati per motivi nazionalistici ed economici portarono alla dissoluzione della Jugoslavia – “e sono iniziati tutti i problemi. Ci ritrovammo entrambi senza lavoro e con un bambino di 13 anni: le autorità richiamarono mio marito in Croazia, mentre la mia Ambasciata chiuse. Nel ’93 allora scelsi l’Italia per trovare lavoro, era vicina e lì andavano le donne dell’Est per lavorare nelle case, tornai a Belgrado nel ’98 e l’anno dopo la Nato bombardò la città” – la controversa operazione “Allied Force” contro la Jugoslavia, in risposta alla campagna di pulizia etnica serba in Kosovo: per la prima volta nella sua storia la Nato è stata protagonista di un’azione militare offensiva, attaccando uno stato sovrano e violando la carta dell’ONU. “3 mesi in cantina. E così ho perso mio figlio, aveva 19 anni. Sono partita. Prima a Budapest e alla fine sono tornata in Italia. Da 7 anni faccio la mediatrice culturale in vari ospedali, mi ha aiutato il fatto che conoscessi anche il serbo”.

Alcuni abiti tradizionali dell'Etiopia in una delle sfilate organizzate da Aberash

Alcuni abiti tradizionali dell’Etiopia in una delle sfilate organizzate da Aberash

L’associazione di Aberash dedicata alle seconde generazioni

Ma Aberash non è solo questo, un sorriso pieno di fronte a una tristezza profonda, l’associazione culturale che ha fondato dal 2007 si occupa di promozione e scambio di esperienze culturali tra Italia ed Etiopia, organizzando ogni anno un grande evento dedicato a tutti i curiosi, ma soprattutto alle seconde generazioni, “questi nostri figli nati o cresciuti qui che spesso non hanno mai visto l’Etiopia e non conoscono le loro origini”.
Una mia cara amica, Me’raf, un po’ etiope, un po’ eritrea e tanto romana – l’unica di noi che dice ancora “gajardo” come dicevano le nonne, tanto per capirsi – non è però “italiana”, neanche fosse valido lo ius soli: è arrivata qui che aveva 6 anni. Quando le ho chiesto che ne pensava di questa iniziativa di Aberash mi dice “lo sai, di tradizione mi è rimasto solo il nome e il colore della pelle, la signora fa bene, ma io non sento nostalgia delle mie tradizioni, sono stata sradicata da tutto e da tutti, quindi è una ferita che non voglio aprire, mi si inumidiscono gli occhi”.
Aberash organizza pranzi tradizionali accompagnati dal “rito del caffè”, musica e balli, proiezioni di film, letture di poesie, sfilate di abiti. “L’Etiopia ha 9 regioni, ognuna con il suo abito, ma i vestiti che presentiamo e che importiamo da lì non sono solo quelli tradizionali, ci sono anche abiti moderni, come questo che ha ricamato sopra l’alfabeto etiope, che esiste solo da noi e in Eritrea, annessa fino all’indipenza del ’91″ (sia il tigrino che l’amarico sono scritti in alfabato ge’ez e l’Eritrea, più sviluppata dell’Etiopia,  per 30 anni è stata oggetto di un “colonialismo” perpetrato da un altro paese africano ndr).
Due anni fa l’evento fu dedicato a Amsale Gualu, la prima donna pilota d’aereo della Ethiopian Airlines, come a dire che sono queste le grandi donne che vanno celebrate, quelle che riscattano la propria cultura. Alla fine c’era anche la lotteria, il premio un biglietto a/r per Addis Abeba, “io spero comunque che queste iniziative incuriosiscano i ragazzi e magari li spronino ad andare a visitare il loro Paese d’origine”.

Una donna arrostisce i chicchi di caffè durante la cerimonia, sempre arricchita di foglie e fiori

Una donna arrostisce i chicchi di caffè durante la cerimonia, sempre arricchita di foglie e fiori

Aberash racconta il Rito del caffè

Descritto da molti come “un segno di amicizia, di ospitalità e profondo rispetto”, Il Rito del caffè è il nome che Aberash ha scelto per la sua associazione, e lei lo descrive così: “in Etiopia quando si preparava il caffè in casa, dopo il pasto, i nostri avi erano soliti fare lavori a mano, per esempio le donne filavano i vestiti tradizionali in cotone, venivano invitati i vicini, oppure era un modo per festeggiare i matrimoni o ancora prima per combinarli tra famiglie, il rito del caffè era un modo per aiutare persone in difficoltà, per esempio aiutare qualcuno a costruire la propria casa: durante il caffè essenzialmente si sta insieme e si parla, si cerca di ripristinare la pace tra chi ha litigato, si ristabilisce la calma”.
Calma è la parola d’ordine, considerato anche il caffè non sarà pronto prima di 40 minuti. Il gioco, come racconta chi ha vissuto l’esperienza, sta nella piacevole attesa del desiderio attraverso l’inebriante aroma che si diffonde tra i presenti durante la cerimonia. Il caffè etiope infatti, pur essendo in formato quasi espresso, – “le tazzine, fingiàn, sono piccole, dai colori accesi e senza manico come in Turchia” – non è preparato e consumato in modo altrettanto espresso come nei bar italiani. Il caffè è appunto un rito che vive da 10 secoli, anche noi lo consideriamo tale, ma lo liquidiamo spesso in pochi secondi. Si tratta invece di “un lungo processo che parte dai chicchi di caffè verde, arrostiti e quindi tostati, pestati in un mortaio che si chiama mukecha, aggiunti all’acqua fredda, il caffè viene così bollito, filtrato e fatto riposare nella jebenà“, una via di mezzo tra una caffettiera e una teiera in terracotta, alta e snella che filtra il liquido attraverso un piccolo tappo di stoppa infilato dentro il beccuccio.
Bunna dabo now”, “il caffè è il nostro pane”. ​Seguendo questo e altri antichi proverbi – «caffè e amore si gustano meglio quando sono caldi» – il caffè viene servito bollente e zuccherato, riempiendo le fingiàn fino all’orlo. Tre volte: il primo giro si chiama Awel, il secondo Kale’i e il terzo Bereka che vuol dire “benedizione”, il rito dura circa un’ora e “appartiene soprattutto alle donne e agli uomini più anziani”.
“Oggi vanno tutti di fretta, il rito del caffè è un modo per ritrovare il tempo e il suo uso costruttivo”, quella calma nel fare le cose che appartiene solo a mamma Africa.

Alice Rinaldi
(23 maggio 2013)

Alla fine Abi salutandomi mi presenta la sua collega di stanza, mi dice che dovrei ascoltarla, che ha tanto da raccontare. A giovedì prossimo.
(continua…)