Viaggio a Idomeni: il diario #overthefortress di Veronica

Veronica nel campo di Idomeni. Fotografia di Edoardo Premoli.
Veronica nel campo di Idomeni. Fotografia di Edoardo Premoli.

I viaggi di circa 15.000 migranti sono in stand by nel campo di Idomeni, al confine greco-macedone. Sono bloccati, come bloccate sono le frontiere della rotta balcanica.

MeltingPot ha lanciato la campagna #overthefortress per sostenere la libertà di movimento delle persone con tutti gli aiuti possibili e per creare una rete delle associazioni che operano nelle zone di confine. 300 volontari da tutta Europa, che hanno trascorso i giorni di Pasqua nel campo di Idomeni, hanno posato la prima pietra della campagna. Il prossimo appuntamento della marcia è domenica 3 aprile al confine italo-austriaco, snodo principale per chi si dirige verso il Nord.

Veronica, 20 anni, è una dei trecento, a Roma fa volontariato con il gruppo Baobab e racconta la sua esperienza in un campo di frontiera.

Sabato 26 marzo

Il primo approccio non è stato dei migliori. La prima cosa che ci hanno detto i migranti è stato: “Grazie! Ma non abbiamo bisogno di vestiti o scarpe, o meglio ci sono utili, ma quello di cui abbiamo veramente bisogno è che apriate le frontiere”. Mi aspettavo meno bambini, già molto prima del campo di Idomeni, ci sono vari accampamenti distribuiti, più piccoli e più organizzati, dove si vedono famiglie con bambini piccolissimi, in media dai 3 ai 10 anni. Anche nel campo principale fanno da linfa vitale, prima di arrivare immaginavo una situazione più statica, non credevo di trovare un’area attrezzata con i giochi e popolata da centinaia di bambini

E infatti, racconta Veronica, i volontari nella di sabato hanno distribuito kit contenenti oggetti per bambini e hanno portato vestiti tenda per tenda.

Poco prima di arrivare al campo profughi ci siamo radunati per capire come organizzarci con le attività. Melting Pot ha deciso di portare all’interno il minor disagio possibile, impresa un po’ difficile, dal momento che siamo 300 persone e infatti siamo stati scortati dalla polizia. Avevamo deciso di distribuire le donazioni evitando le risse e il marasma visti in TV e quando siamo arrivati abbiamo visto proprio questo: un camion di donazioni assalito dai più giovani e dai più forti. Abbiamo deciso di andare tenda per tenda a sentire le esigenze e distribuire i kit. Tutti ci hanno chiesto di aprire le frontiere, è stato come un rimprovero silenzioso.

Domenica 27 marzo

A Idomeni la Pasqua è turbolenta, Veronica racconta che qualcuno, tra giornalisti, migranti e volontari, ha diffuso false notizie sulla presenza dei volontari nel campo e la polizia ha bloccato l’ingresso al campo.

Ci hanno accusato di istigare i migranti a superare la frontiera illegalmente, che è assolutamente rischioso, qualcuno ha detto che eravamo lì per mischiarci ai migranti, la polizia non avrebbe sparato se tra di loro ci fossero stati 300 europei. Ma questo non era assolutamente nei nostri piani. Per questo abbiamo deciso di protestare per dimostrare che eravamo lì solo per portare supporto.. Abbiamo distribuito sulla strada tra noi e la polizia le donazioni che stavamo portando, siamo rimasti lì 3 ore finchè non ci hanno fatto passare e siamo entrati nel campo. Non avevo mai passato una Pasqua difronte a una schiera di poliziotti pronti alla carica. Ma i migranti stessi alla fine ci hanno quasi chiesto scusa, e abbiamo proseguito con l’attività solita di distribuzione di scarpe, vestiti

Il campo è diviso per quartieri, ognuno una nazionalità. Per la maggior parte i migranti sono siriani, iracheni, afghani.

Un ragazzo afghano mi ha raccontato la storia sua e del suo amico. Sono poliziotti, uno dei due nel suo paese è stato prigioniero dell’ISIS per  10 giorni, è stato torturato e stuprato fino ad essere ridotto in coma, da quello che mi ha raccontato. Quando è stato ritrovato dall’amico era in condizioni psicologiche molto gravi, e questo l’ho potuto riscontrare io stessa conoscendolo, simpaticissimo ma con evidenti problemi psicologici. Da allora ha deciso di non lasciare più l’amico e di assecondarlo in tutto. Quando ha scelto di venire in Europa l’ha accompagnato, mi ha detto delle cose molto significative, ad esempio che lui non è qui per cercare lavoro ma per cercare una nuova vita, mi ha detto: “io in Afghanistan avevo la mia terra, il mio lavoro e non avrei immaginato di ritrovarmi a chiedere del cibo per strada, non ho mai dormito per strada, ma non avevo una vita, sono qui per ritrovare una vita, non per un lavoro, non sono migrante economico”. Gli ho domandato, come molti si domandano, perché non è rimasto a difendere il suo paese, ma è scappato, e mi ha risposto: “sono poliziotto, ho combattuto per due anni ma vedere tutti i giorni i corpi dei tuoi amici morti e doverli portare alle famiglie è troppo. Ho lottato già troppo per due anni senza risultati, è per questo che sono partito”. Che cosa chiede all’Europa? Mi ha risposto: “Voglio passare la frontiera e avere l’asilo, ma soprattutto se non volete che entriamo in Europa, fate in modo che io possa vivere nel mio paese”.

Lunedì 29 marzo
Nell’ultima giornata i volontari si sono divisi in tre gruppi e hanno tirato le somme dell’esperienza al confine greco-macedone.

Un gruppo è stato a Idomeni per costruire un gazebo con una postazione wi fi e permettere ai migranti di connettersi con le famiglie e fare la richiesta d’asilo,stranamente in Grecia per la procedura c’è bisogno di Skype. Un altro gruppo è stato nei pressi di un campo militarizzato dove si trovano circa 300 migranti, credo. Lì non operano organizzazioni come UNHCR o Save the Children, e ai volontari non è stato permesso di entrare perché è un campo militarizzato. A livello sanitario è molto essenziale. E anche l’assistenza legale è pari a zero, come a Idomeni, dove ci hanno chiesto tante informazioni.

Un altro gruppo molto nutrito è andato a manifestare a Salonicco, sotto la prefettura, abbiamo parlato della nostra carovana, degli aiuti umanitari, del blocco della polizia il giorno prima, dell’accordo Ue-Turchia. I poliziotti sono stati molto tranquilli anche se la nostra marcia non era prevista.

Poi siamo ripartiti. Ci portiamo a casa una sconfitta. Tutti ci hanno ringraziato, ma tutti ripetevano: “abbiamo bisogno che apriate le frontiere”. Torniamo a casa con un senso di impotenza, ci siamo trovati anche noi davanti alla frontiera chiusa senza poter fare nulla. E forse abbiamo ancora più di prima voglia di continuare la battaglia e siamo più consapevoli di quanto sia importante il lavoro di un gruppo di volontari, come quello del Baobab.

Rosy D’Elia

(1 aprile 2016)

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