Team Refugees, la prima squadra formata da atleti rifugiati

Team Refugees, la prima squadra di rifugiati alle Olimpiadi di Rio 2016

Team Refugees, la prima squadra formata da atleti rifugiati

Dieci storie di vita e di coraggio compongono Team Refugees, la prima squadra formata da atleti rifugiati che sotto la bandiera con i cinque cerchi gareggerà nella prossima edizione dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. La nuova squadra, che adotterà il nome di Refugee Olympic Athlets (ROA), sarà trattata come tutte le altre nazionali: i suoi atleti alloggeranno nel villaggio olimpico e durante la cerimonia di apertura sfilerà prima della squadra degli ospiti, il Brasile.

Voglio dimostrare a tutti che dopo le sofferenze, dopo la tempesta, possono esserci giorni migliori. Vorrei che nessuno fermasse i suoi sogni, anche se questi a volte sembrano impossibili da raggiungere.” A parlare è Yusra Mardini, giovane nuotatrice siriana originaria di Damasco che nel 2015 scappò dalla Siria insieme a sua sorella.

Durante il suo viaggio verso la Grecia, il motore del gommone su cui stava viaggiando si ruppe e iniziò a imbarcare acqua. Yusra, capì subito cosa doveva fare: si gettò nel mare e iniziò a spingere il gommone fino a riva. “C’erano persone che non sapevano nuotare”, racconta Yusra che ha rappresentato la Siria ai Campionati del mondo di nuoto Fina (Federazione Internazionale di Nuoto) 2012. Ottenuto asilo in Germania, la giovane ha potuto riprendere gli allenamenti. Ora si sta preparando a competere nei 200 metri stile libero femminile.

Dalla Siria arriva anche Rami Anis. Amante del nuoto, come la sua compatriota Yusra, afferma che questo sport per lui è la vita e la piscina è la sua casa. Rami, ha dovuto abbandonare Aleppo, dove aveva iniziato a nuotare, a causa dei continui attacchi. Ha raggiunto suo fratello ad Istanbul ma senza la nazionalità turca non era in grado di partecipare alle competizioni. “E’ come qualcuno che sta studiando, studiando, studiando ma non può sostenere l’esame“, spiega Rami. Dalla Turchia è scappato in Grecia con un gommone per poi trovare asilo in Belgio dove finalmente è riuscito ad allenarsi con l’ex nuotatore olimpico Carine Verbauwen.

Insieme a Rami, ci saranno anche Popole Misenga e Yolande Mabika, due judoka di 24 e 28 anni provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo che hanno trovato asilo in Brasile già da diversi anni. “Praticare judo non mi ha portato soldi, ma mi ha dato un cuore forte,” spiega Yolande che ha scoperto la sua passione per questa disciplina durante gli anni trascorsi in un centro per bambini sfollati. Yolande spera che la sua storia possa essere un esempio per tutti e sogna di poter vincere una medaglia e apparire nelle tv di tutto il mondo: “forse la mia famiglia, che non incontro da anni, mi vedrà e potremmo riunirci di nuovo”.

Come Yolande, anche Popole aveva appena nove anni quando fu separato dai suoi genitori. “Quando sei piccolo hai bisogno di avere accanto la tua famiglia per crescere ed andare avanti. Io non ce l’ho mai avuta. Praticare judo mi ha aiutato dandomi serenità, disciplina e impegno,” spiega il giovane judoka. “Voglio dimostrare che i rifugiati possono fare cose importanti“, conclude.

Non riesce più a stare fermo Yonas Kinde, maratoneta etiope di 36 anni che da quando ha saputo che farà parte della squadra dei rifugiati di Rio si allena due volte al giorno, tutti i giorni. “Il mio paese si trova in una situazione difficile. E’ impossibile per me vivere lì, è molto pericoloso per la mia vita”, spiega Yonas che da cinque anni abita in Lussemburgo. “Adesso faccio il tassista e penso che la nostra partecipazione alle Olimpiadi sarà un grande messaggio per tutti i rifugiati e per i giovani atleti”.

Ma Yonas non è l’unico maratoneta del Team Refugees. Insieme a lui ci saranno anche Paulo Amotun, Yiech Pur Biel, Rose Nathike, Anjelina Nadai e James Nyang, tutti e cinque provenienti di Sudan del Sud da dove sono stati costretti a fuggire a causa dei combattimenti per poi rifugiarsi nel vicino Kenya. Ognuno di loro porta una diversa, tragica storia alle spalle ma tutti sono d’accordo nell’affermare che nei campi profughi non ci sono strutture, non c’è palestra e tantomeno le scarpe per potersi allenare. Anche il clima non è favorevole, perché dalla mattina fino alla sera è caldo e soleggiato. Ma come spiega Yiech Pur qui l’obiettivo è “mostrare ai nostri compagni che hanno una possibilità e una speranza nella vita. E non solo attraverso l’educazione, ma anche correndo, si può cambiare il mondo”.

 

Cristina Diaz
06/07/2016

 

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