Migranti e Moas

I richiedenti protezione internazionale in Italia: cambiare il Trattato di Dublino e recuperare la solidarietà.

Migranti e Moas

Migranti e Moas

Esistono delle politiche europee condivise ed efficaci sui migranti? Quali sono lo sfide che attendono l’Europa e quindi l’Italia in tema di immigrazione? Dopo l’incontro di Malta del 3 febbraio qual è la situazione della lotta all’immigrazione illegale? Di questo e molto altro si è parlato al convegno “I richiedenti protezione internazionale in Italia. Accoglienza, inclusione e politiche dell’Unione Europea” tenuto il 31 gennaio e il 1 febbraio a Roma.

Cécile Kyenge, sottolinea la necessità dell’Italia di opporsi al trattato di Dublino, colpevole di lasciare tutta la responsabilità ai Paesi frontalieri: l’intervento da parte dell’Unione Europea arriva solo quando il Paese ospitante supera la capacità d’accoglienza del 150% “è già un collasso”. Un altro punto fondamentale è il “mutuo riconoscimento dello status di asilo che ora non c’è”. “L’Italia come Paese frontaliero non può pagare il peso di tutti gli altri Paesi”. Bisogna partire da una solidarietà, non effettiva o flessibile come viene chiamata (cioè se non accogli paghi): esiste una solidarietà e basta. La solidarietà non è un optional.

E a questo proposito David Sassoli, vice Presidente del Parlamento Europeo ricorda che in base al Trattato di Lisbona le politiche di immigrazione sono governate proprio dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri. “Quello che noi chiediamo è il rispetto del Trattato di Lisbona: perciò politiche coerenti di grande solidarietà per gli immigrati che arrivano nei Paesi del sud Europa e nello stesso tempo imposizione a tutto il continente di fare il proprio dovere”.

Convegno “I richiedenti protezione internazionalòe in Italia. Accoglienza, inclusione e politiche dell’Unione Europea”

 

Un lavoro difficile che si scontra con “muri politici e fili spinati”, populismi e xenofobia. E’ possibile che nello spazio europeo, uno spazio di 500 milioni di persone non ci sia un’organizzazione europea per accogliere qualche centinaia di migliaia di persone?Non eravamo abituati alle crisi alle nostre frontiere, ma ora la situazione è in movimento. Il problema del Mediterraneo è un problema che riguarda tutti i Paesi anche quelli del Nord”.

D’altronde la situazione geopolitica è più che mai incerta e instabile, come ha ricordato Paola Boldrini, relatrice della legge che stabilisce che il 1 febbraio sia la giornata dedicata alle vittime civili di tutti i conflitti del mondo: “Attualmente i conflitti non sono dichiarati, le nuove vittime civili sono quindi più difficili da identificare. Siamo fieri di essere riusciti, entro il 1 febbraio, ad ottenere che questa data sia consacrata al riconoscimento delle vittime civili di tutti i conflitti del mondo”. Ma non solo, Hedvig Morvai, direttore dell’European Fund for the Balkans, ha evidenziato due nodi fondamentali: la riapertura di antichi conflitti fra paesi dei Balcani e il ruolo fondamentale della società civile. Paesi fragili e instabili, hanno avuto difficoltà nella gestione dei migranti. Sono emersi nazionalismi e si sono riattivati antichi conflitti tra paesi.

L’immigrazione è spesso vista come un’emergenza, un’invasione presentata da stampa e politici, come ha sottolineato Emanuela del Re, docente di Sociologia Politica e Presidente di Epos: “non bisogna riferirsi ai rifugiati in termini pietistici ma parlare di diritti, diritti umani. Se non si rafforza la società civile nei paesi dove originano i conflitti, certo non saremo in grado di aiutare ne integrare, ne fare una previsione a lungo termine per gli obiettivi di stabilità che ci proponiamo”.

Elisa Carrara

(4 febbraio 2017)