Il Kurdistan visto da Roma

Tra i 25 e i 35 milioni di curdi vivono divisi tra Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una delle minoranze etniche più consistenti del Medio Oriente. Un popolo senza Stato, da sempre in lotta per l’autonomia e il riconoscimento della propria identità culturale e linguistica.

Turchia: la purga di Erdogan

“Erdogan sta sfruttando il colpo di stato per liberarsi di tutti gli oppositori”. Quando incontriamo Emin sui media internazionali è già rimbalzata la notizia dell’ennesima purga in Turchia, una maxi retata che ha portato dietro le sbarre oltre mille sospetti “gulenisti”, affiliati alla presunta rete golpista di Fethullah Gulen, l’iman in auto esilio in Pennsilvanya nemico giurato del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un repulisti iniziato all’indomani del fallito putsch che dal luglio scorso ha portato all’arresto di almeno 47 mila persone e all’epurazione di oltre 100 mila dipendenti pubblici.

E che per la minoranza curda, circa il 7% della popolazione, ha significato un altro giro di vite, ci racconta Emin in un caffè a pochi passi dal ristorante che gestisce nel quartiere Flaminio dopo l’arrivo in Italia nel 2001 da Bingol, una delle province a maggioranza curda nel sud-est della Turchia. I sindaci nei terrirori curdi sono stati rimossi a decine, tredici parlamentari del partito filocurdo, l’Hdp, sono ancora in arresto, incluso il leader Selahattin Demirtas. Per non parlare dei media. “Sono stati chiusi tutti: tv, radio, giornali. Dicono che erano uno strumento in mano ai terroristi”.

Manifestazione del partito filocurdo Hdp (Burak Kara/Getty Images)

Va da sé che la recente campagna referendaria sia stata “dominata da una sola voce, quella del sì alle riforme costituzionali con cui il sultano s’è garantito lo scranno di presidente fino al 2029. “Erdogan ha vinto anche perché non c’è stata opposizione. Ma sopratutto grazie al voto dei curdi che ancora credono in lui”.

“Negli ultimi due anni per noi curdi la situazione è peggiorata”, ammette Emin. Di fatto dopo la fine del cessate il fuoco tra il governo turco e il Pkk, il Partito dei lavoratori curdi, le province sud-orientali sono martellate da una campagna militare che non risparmia i civili e che si aggiunge alle piaghe di un territorio da sempre marginalizzato, economicamente arretrato e in gran parte rurale.

Eppure, spiega, con l’inizio del processo di adesione all’Unione europea, 15 anni fa, la condizione dei curdi aveva registrato passi in avanti, a cominciare dalla questione linguistica, con la ‘legalizzazione’ dell’alfabeto curdo e la rimozione del divieto di insegnamento nelle scuole private.

“Noi curdi ci sentiamo abbandonati, anche dall’Europa. Vogliamo la pace e pari diritti all’interno di una Turchia unita”.

 Siria: in guerra con Bashar Al-Assad e con lo Stato Islamico

La campagna militare di Erdogan del resto non si ferma al confine turco. Nel mirino sono anche le milizie curde del Ypg che combattono in Siria e che il presidente turco vede come un’estensione del Pkk. “All’inizio i curdi erano presenti alle manifestazioni pacifiche contro il presidente Bashar Al-Assad e nella prima fase del conflitto civile sono rimasti ai margini”, ricorda Ghiath, siriano yazida giunto in Italia dalla provincia di Qamishli nel 2012 con una laurea in archeologia presa all’università di Aleppo.

Lui, come circa 300 mila curdi in Siria, era apolide. “Questo ha significato non avere un’identità, né siriana né curda, oltre a essere privato di molti diritti“. Inclusa la possibilita di lasciare il Paese. “Appena ottenuta la cittadinanza nel 2011 sono partito in cerca di uno spazio di libertà che in Siria non c’era”.

Le unità femminili del Ypg (REUTERS)

Alla minoranza curda, più o meno il 10% della popolazione, non è riconosciuto il diritto di imparare la propria lingua a scuola e all’università né di celebrare festività come il Newroz, il capodanno curdo, pena l’arresto. Una discriminazione culturale a cui storicamente si è accompagnata l’emarginazione economica dei territori nordorientali a maggioranza curda, tra sottosviluppo industriale e disoccupazione.

Da tempo i ribelli curdi hanno assunto un ruolo centrale nel conflitto siriano come principali alleati degli Stati Uniti nella lotta allo Stato Islamico e controllano una fetta importante di territorio nel nord-est del Paese, il Rojava. “Nella Siria del futuro, quando la guerra sarà finita, vedo il riconoscimento formale dell’autonomia“.

 Iran: i curdi di cui non si parla

Difficilmente assurge agli onori della cronaca, eppure in Iran la questione curda viene da lontano e precede la nascita della Repubblica Islamica. Anche se è con l’avvento della rivoluzione komeinista, nel 1979, che la situazione si è progressivamente deteriorata. “Non ho mai vissuto un solo giorno in tranquillità in tutta la vita finché non sono scappato dal mio Paese“, confida Hemen, rifugiato politico in Italia dal 2008.

L’attivismo politico non è ammesso dal regime degli ayatollah. “Per tanti anni ho combattuto per la libertà del popolo curdo e ne ho pagato le conseguenze”. A lui è andata bene. “Tanti amici non hanno avuto la mia stessa fortuna”. Il sospetto di affiliazione a gruppi di opposizione curdi può valere l’arresto, il carcere, la tortura e, nel Paese che vanta il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo, una condanna a morte. “Se vogliono prenderti, un’accusa la trovano”. Può essere un reato in materia di “sicurezza nazionale” o moharebe, “inimicizia a Dio”.

Miliziani curdi iraniani (Safin Hamid/AFP)

Sullo sfondo permane un contesto di ordinaria discriminazione oltreché di emarginazione economica. “Non è permesso studiare la lingua curda né dare ai propri figli un nome curdo”, spiega Hemen convinto che le ‘aperture’ del presidente Hassan Rohani – come l’introduzione dell’insegnamento del curdo nell’università del Kurdistan, a Sanandaj – siano solo marketing elettorale, al pari degli annunciati investimenti in una regione, il Kurdistan iraniano, dove il sottosviluppo e la povertà lasciano ai margini una parte consistente della popolazione, pari grossomodo al 7% di quella totale.

Dal punto di vista confessionale i curdi, che sono in maggioranza sunniti, scontano le discriminazioni che subiscono tutte le minoranze religiose in un Paese dominato da un clero sciita. “Oltre alle limitazioni nell’accesso al lavoro e all’istruzione, chi professa la propria fede rischia l’arresto”.

“Ma non è una questione religiosa. È politica”, sostiene Hemen. “Il regime si sente minacciato dal nazionalismo curdo”, tanto più dopo il riaccendersi negli ultimi anni degli scontri tra esercito e Pjak, il partito curdo iraniano legato al Pkk e al Ypg. “Lottiamo da sempre per l’autonomia e il riconoscimento della nostra identità linguistica e culturale. Per questo il regime ci teme”.

 

Federica Giovannetti

(3 maggio 2017)

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