Condivisione e preghiera: l’iftar della comunità afghana

Fotografie di Giuseppe Marsoner

Sono le 20.15 del 23 giugno e il cielo di Roma è ancora luminoso. A casa di Kaihan Mashriqwal, presidente della comunità afghana in Italia, c’è una brigata di cucina organizzata per l’occasione: Naqeeb prepara l’insalata, Ayroulla con una mano salta il riso e con l’altra frigge patate, melanzane e una pastella di verdure, cipolle e ceci. Poi c’è chi apparecchia, chi si occupa della presentazione dei piatti e della bevanda, un mix dissetante di acqua, ghiaccio, sale, zucchero e limone. È quasi tutto pronto, ma bisogna aspettare che il sole tramonti prima dell’iftar, il pasto serale con cui i musulmani rompono il digiuno nel mese del Ramadan.

Nella stanza accanto alla cucina, su un pavimento di tappeti, è già seduto a gambe incrociate Kaihan: “siamo circa 25.000, garantiamo ai nostri concittadini l’accesso a tutti i servizi: in particolare forniamo assistenza per la sanità e le questioni legali. A Roma e in particolare nel quartiere abbiamo ottimi rapporti con tutte le altre comunità e con gli italiani, questo è importantissimo. Siamo rifugiati in un paese europeo, e anche in un momento rilevante per noi, come il Ramadan, non possiamo dimenticarlo. Abbiamo imparato a condividere la vita quotidiana con rappresentanti di tutte le culture del mondo”. Cuscini e tappeti sono l’arredamento della sala da pranzo. Sulla parete bianca contrasta il nero, il bianco e il verde della bandiera afghana.

“Veniamo tutti dallo stesso paese. In questo mese speciale ci riuniamo qui quasi ogni sera e mangiamo insieme”, dice Shadam che è in Italia dal 2009 e lavora come interprete. Quasi tutti sono capitati a Roma cercando altre mete: qualche città tedesca, o inglese. “Sono arrivato qui per caso”, dice Jamali, “I trafficanti ti lasciano in un punto e non sai nemmeno dove sei. Sai solo che sei in Europa”.

Fotografie di Giuseppe Marsoner

Man mano si accomodano tutti, l’insalata, una salsa di spinaci, il riso kabuli pulao, il boranì “che – spiegano – è la nostra parmigiana” sono sistemate su una tovaglia di plastica sul pavimento. È un salone di soli uomini. L’unica presenza femminile è Sara, 3 anni. “È una piccola femminista e insegna l’italiano a tutti noi”, ride Samir, il padre.

Sono le 20.49: il digiuno si rompe mangiando un dattero, come da tradizione, e recitando una breve preghiera. Naqeeb spiega il senso del Ramadan: “serve a purificarti nel corpo e nella mente. Se io sono ricco e fortunato e il mio vicino di casa è poverissimo, devo sapere cosa prova. Praticare il digiuno serve anche a questo: quando sei sempre sazio, ti dimentichi cosa vuol dire avere fame”.

Fotografie di Giuseppe Marsoner

Sono valori che non restano astratti per questo gruppo di amici: durante la cena un uomo rimane in disparte, aspetta che comincino gli altri, poi si avvicina e mangia con voracità. “Viveva per strada, gli abbiamo dato la possibilità di lavarsi e gli offriamo da mangiare. Ha dormito due giorni di seguito, non sta bene. Sappiamo solo che parla diverse lingue, tra cui il francese. Ma non conosciamo nulla di lui, non ci ha mai detto il suo nome, nè la sua storia”, spiegano. Impossibile sapere quale sia il percorso che l’ha portato in Italia, facile immaginare che abbia avuto delle conseguenze su di lui.

Il popolo afghano convive con la paura, anche i bambini, non sono come mia figlia, vivono nel terrore. Quando escono per andare a scuola non sanno se torneranno”, dice Samir. Il solo pensiero riaccende la nostalgia di casa, sempre viva. Serate come queste servono a curarla, e allo stesso tempo riaprono le ferite: “Quando si ragiona dell’Afghanistan si parla solo della guerra, di tutto il resto non ne parleranno mai. È un paese bellissimo che noi non possiamo vivere, sono 45 anni ormai”.

Fotografie di Giuseppe Marsoner

Nel salone di Kaihan si condividono piatti e argomenti di discussione e si beve a piccoli sorsi per dimenticare la sete delle ore precedenti. Poi arriva il momento della preghiera. Sui tappeti dell’arredamento ne sistemano altri due, più piccoli e dai colori brillanti, su cui pregano a turno, tutti. La cena si conclude con il fernì, un dolce di latte, zucchero, mais e acqua di rose, e con un tè caldo alla menta. Alle 22.30 Kaihan, Shadam, Jamali e gli altri si dirigono verso la moschea di Tor Pignattara per un’altra notte di preghiera, in attesa dell’ultimo giorno di Ramadan.

Rosy D’Elia
Fotografie di Giuseppe Marsoner
26 giugno 2017

Leggi anche