Amal Kaawash: canto e disegno per esprimere felicità e libertà

“La musica, come il disegno, è un mezzo per esprimere felicità e libertà. La sua bellezza sta nel fatto che per crearla ci vuole un lavoro collettivo: anime che si incontrano in un’unica voce in armonia. Al contrario il disegno è un lavoro individuale e parte da uno spazio molto personale.”

Amal Kaawash, cantante e disegnatrice palestinese rifugiata in Libano, così descrive la musica. Martedì 18 Luglio alle 19,30 presso la Casa del Cinema, grazie all’Associazione ”Cultura è Libertà”, si esibirà insieme a Mahmoud Awad, suonatore di oud (liuto arabo) e cantante palestinese da Ramallah, con il quale ha composto la canzone “Bahr Beirut” (Il mare di Beirut).

”La conoscenza a distanza non è più una fantasia. Io non  immagino soltanto la giornata del mio amico musicista Mahmoud, ma la conosco”. Così attraverso internet, mentre Amal scriveva le parole, Mohamoud componeva la musica. “Lui è un palestinese che vive sotto l’occupazione israeliana e io sono una palestinese profuga in Libano. I media ufficiali ci permettono di conoscere le notizie generali sul mondo mentre i social-network di avere una conoscenza privata e individuale dei nostri amici non solo in Palestina ma in tutto il mondo.”

Come trascorri le tue giornate in Libano?

Sono nata e cresciuta in Libano, come anche i miei genitori palestinesi, nei campi dei profughi. Attualmente la mia giornata si divide fra il lavoro nella gestione dei progetti culturali e il tempo libero con la musica, il disegno ma anche la caricatura. Qui le giornate non sono “normali” nel senso vero della parola, perché portano con sé tutto quello che la regione e la nazione vivono per tensioni di sicurezza e di politica. Inoltre noi in libano siamo registrati ufficialmente come profughi palestinesi dal 1948, la data della Nakba  (in arabo النكبة) palestinese, l’esodo, e della fondazione dello Stato di Israele. E questo è un fatto che abbiamo ancora sulle spalle anche dopo 70 anni che siamo stati esiliati dal nostro paese.  La nostra vita come profughi palestinesi in Libano è più difficile e complicata in  alcuni dettagli nella vita quotidiana perché siamo esclusi da tanti diritti civili: non abbiamo diritto ad avere una proprietà immobiliare e non abbiamo gli stessi diritti lavorativi.  Io sono cresciuta in un campo per i profughi palestinesi che si chiama Ain el-Hilweh  e la maggior parte dei palestinesi in Libano vivono nei campi in condizioni durissime, quindi la musica e il disegno sono per me un mezzo di espressione e di sfogo,  ma anche uno spazio di speranza.

Come è nata l’idea di comporre canzoni  insieme?

Dalla nostra amicizia su internet. La nostra prima canzone, “Bahr Beirut” (Il mare di Beirut), racconta di una profuga palestinese che chiama il mare per portare i saluti al suo paese. La prima esecuzione di questa canzone è stata a Ramallah (Palestina) nel 2012 grazie alla giovane cantante Mira Abu Hilal che ha presentato un’esecuzione davvero bella. Ci vedremo per la prima volta a Roma.

Come immagini Roma?

Questa è la mia seconda visita a Roma. L’ho visitata nel Settembre 2016. Roma è la città dell’arte, della bellezza e della storia e non mi ha deluso, al contrario mi ha affascinato. Camminavo come se fossi in un museo aperto, senza dimenticare la cucina deliziosa che si incontra nei suoi contenuti con la Palestina come l’olio d’oliva e la ricchezza di verdure. 

Può la musica abbattere le tante divisioni del mondo di oggi? In che modo?

Nella realtà politica e di sicurezza nel mondo di oggi è difficile di pensare a un’utopia di questo livello. Non credo che una canzone possa vietare a un criminale di far scorrere il sangue degli innocenti. Ma il poeta palestinese Mahmoud Darwish diceva nella poesia  “Su questa Terra” “..a coloro che sorridono alla morte, la paura dei canti negli oppressori.” La canzone ha la potenza di rafforzare i contenuti umani nella coscienza degli ascoltatori, quindi può essere attraverso il suo lato estetico e spirituale uno strumento di conoscenza e diffusione di sensibilità, favorendo l’incontro fra i popoli.  Ma una canzone di pace non potrà aver valore fintanto che l’oppressore sarà libero e all’oppresso saranno negati i suoi diritti.

Quali sono i progetti e le speranze per il futuro?

Sto lavorando per sviluppare un progetto musicale e di disegno con calma e tanta pazienza. Spero che il nostro mondo abbia meno chiasso e che ci sia uno spazio più grande per respirare e parlare di più tramite l’arte.

 

Silvia Costantini

(12 Luglio 2017)