No, gli immigrati non ci rubano il lavoro

 

Gli stranieri rubano il lavoro agli italiani”,  “i clandestini ci invadono” mentre “i finti profughi alloggiano in alberghi di lusso”. Meglio “aiutarli a casa loro”.  È il repertorio dei luoghi comuni che parte della stampa e della politica ripropone a ogni occasione sul tema immigrazione. Stavolta a innescare la polemica è stato il rapporto annuale dell’Inps, fotografando una realtà consolidata nel nostro Paese, ovvero il contributo nettamente positivo dei lavoratori immigrati alle casse dell’istituto di previdenza, pari nel 2016 a 5 miliardi.

“Bisogna avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, ha spiegato il presidente Tito Boeri presentando il rapporto. D’altra parte la Ragioneria Generale dello Stato, nell’ultimo rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico, ha rivisto al ribasso (dall’1,5 all’1,2%) le stime sulla crescita annua del Pil “in ragione della riduzione del flusso netto di immigrati”. Rispetto alle precedenti previsioni, il numero dei nuovi ingressi è tagliato del 26% a 154 mila l’anno.

Ma tant’è. C’è chi, come il leghista Roberto Calderoli, resta convinto che “i giovani immigrati hanno tolto il lavoro ai giovani italiani”. Conviene allora provare a sfatare, dati alla mano, un po’ dei cliché in voga.

Costi e benefici dell’immigrazione

Iniziamo col dire che gli stranieri in Italia sono 5,5 milioni e che la ricchezza prodotta nel 2015 ammonta a 127 miliardi di euro (l’8,8% del Pil). A fornire i numeri della Stranieri Spa è la Fondazione Leone Moressa, che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’economia dell’immigrazione in Italia.

I lavoratori stranieri superano i 2,3 milioni (230 mila nel Lazio), pari al 7,3% del totale, e nel 2016 hanno versato 10,9 miliardi in contributi previdenziali, mentre il gettito fiscale (Irpef e altre imposte) ha toccato quota 7,2 miliardi (erano 6 miliardi nel 2014)

La spesa pubblica destinata agli immigrati invece si ferma a 14,7 miliardi (1,8% della spesa pubblica nel 2014). Le voci più pesanti riguardano sanità (4 miliardi), istruzione (3,7 miliardi), trasferimenti di denaro (3,1 miliardi), giustizia (2 miliardi) e accoglienza (1 miliardo). Risultano invece marginali i costi per servizi sociali (600 milioni) e casa (300 milioni).

Il trend degli ultimi anni è invariato con un saldo positivo tra costi e benefici”, spiega Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa. E resta positivo anche se si tiene conto dell’aumento della spesa per la “crisi dei migranti” registrato negli ultimi due anni. Secondo i dati contenuti nel Documento di economia e finanza (Def), i costi sostenuti nel 2016 (operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, contributo alla Turchia, alloggio e istruzione per Msna) sono lievitati a 3,6 miliardi (0,22% del Pil) e vengono stimati in crescita fino a 4,2 miliardi quest’anno in “uno scenario stazionario” dei flussi.

Si tratta di cifre al netto dei fondi europei. Con lultima tranche di luglio, il finanziamento d’emergenza è arrivato a 183 milioni e va a sommarsi ai quasi 600 milioni già attribuiti all’Italia nel periodo 2014-2020 con il programma nazionale Amif (Asilo immigrazione e integrazione) e il fondo per la sicurezza interna. E nei giorni scorsi la Commissione europea ha fatto sapere che “è pronta a mobilitare fino a 100 milioni per misure necessarie a attuare la legge Minniti“.

l'accoglienza dei migranti in Italia. costi e benefici

“Ci rubano il lavoro”

Non c’è competizione tra italiani e stranieri nel mercato del lavoro. “Non possiamo affermare che se mandassimo via gli immigrati si liberebbero posti di lavoro per i 2,6 milioni di disoccupati italiani. L’equazione non funziona”, osserva Di Pasquale. E il perché è presto detto: gli immigrati non fanno lo stesso lavoro degli italiani. “Si concentrano in pochi settori e in professioni scarsamente qualificate che gli italiani non fanno perché non in linea con il loro percorso di studi”.

Piuttosto, come sottolinea un rapporto della Fondazione Moressa, preoccupa “la dualità del mercato del lavoro italiano e l’etnicizzazione di alcune professioni”. È il caso ad esempio dei servizi domestici, dove gli stranieri rappresentano oltre il 70% degli occupati.

Ma ci pagano le pensioni

Come ha evidenziato Boeri, se chiudessimo le frontiere agli immigrati “rischieremmo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale”. La ragione è demografica. I lavoratori stranieri che arrivano in Italia sono giovanil’età media è 33 anni contro i 45 degli italiani, mentre la quota degli under 25 ha raggiunto il 35% nel 2015. Detto in altri termini, sono prevalentemente in età lavorativa e dunque contribuenti. Una boccata d’ossigeno per un Paese che invecchia e fa pochi figli.

Il saldo è nettamente positivo: gli occupati stranieri (inclusi i comunitari) versano nelle casse dell’Inps contributi per 10,9 miliardi e ne ricevono in prestazioni sociali appena 3. Contributi che equivalgono grosso modo a 640 mila pensioni italiane mentre la quota degli stranieri che riceve un assegno, secondo stime Idos, non arriva a 100 mila su un totale di 16 milioni.

Il sistema di accoglienza e gli “alberghi di lusso”

Il problema non è quanto ma come si spende. “Dobbiamo chiederci se le persone che ora sono nel circuito dell’accoglienza hanno la prospettiva di integrarsi nella società e nel mercato del lavoro – spiega ancora Di Pasquale -. Allora la spesa si tramuta in investimento e i costi vengono compensati dai benefici. In Italia invece manca quella pianificazione che c’è stata in Paesi come la Germania”.

Basta consultare gli ultimi dati disponibili sulla rete Sprar forniti dal ministero dell’Interno per accorgersi che la seconda accoglienza resta ancora una realtà marginale con meno di 26 mila posti disponibili e poco più di 1000 Comuni coinvolti nel 2017. Numeri insufficienti seppur in crescita. A prevalere è la gestione in emergenza, con quasi 138 mila persone ospitate in strutture temporanee (i Cas, Centri di Accoglienza Straordinaria) e il resto, circa 15 mila, in centri di prima accoglienza e hotspot.

“Aiutiamoli a casa loro”

Dal ministero degli Esteri si fa notare come i fondi destinati alla cooperazione internazionale negli ultimi anni siano in costante crescita. Vero. Nel 2016 l’Italia ha raggiunto lo 0,26 del Pil in Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), in salita rispetto all’0,22% dell’anno precedente. Un dato positivo ma parecchio lontano dall’obiettivo dello 0,7% fissato per i Paesi Ocse.

Peccato che una fetta crescente dell’Aps italiano rimanga a casa nostra per finanziare il costo dell’accoglienza dei rifugiati. Secondo il dossier sulla cooperazione internazionale realizzato da Oxfam Italia e Openpolis, nel 2015 era pari al 25%. Nel 2016 ha toccato quota 34% (1,66 miliardi di dollari). “È una tendenza preoccupante che abbiamo denunciato – spiega Francesco Petrelli di Oxfam Italia -. Così vengono sottratte risorse per intervenire sulle cause profonde dell’immigrazione nei Paesi in via di sviluppo”. 

Fonte: Elaborazione MEF-RGS

 

Federica Giovannetti

(26 luglio 2017)

 

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