Terroristi a volto coperto(foto La voce del Trentino)

Il terrorismo come prodotto di una rivolta generazionale tra nichilismo e redenzione

Terroristi a volto coperto(foto La voce del Trentino)

Terroristi a volto coperto(foto La voce del Trentino)

Il terrorismo deriva non dalla radicalizzazione dell’Islam ma dall’islamizzazione della radicalità, più precisamente da una rivolta generazionale, che trova nella “strategia funebre jihadista” una narrazione in cui collocare il loro antagonismo violento e il desiderio di protagonismo.

 

Questa è la tesi sostenuta da Olivier Roy nel libro Generazione Isis, Feltrinelli 2017. Analizzando gli schedari di migliaia di stranieri reclutati dall’Isis tra il 2013 e il 2014 e indagando i profili dei soggetti che hanno compiuto atti terroristici, l’autore confuta l’opinione diffusa che sia una forma estremizzata dell’Islam a generare il terrorismo. È vero che l’Islam dell’Isis e il salafismo − scuola di pensiero sunnita che vuole ricreare le condizioni in cui visse e agì Maometto [n.d.r] − hanno una matrice comune: applicazione delle pene previste dalla sharia, rifiuto di socializzare con i miscredenti, attesa dell’apocalisse, valorizzazione della morte in combattimento, ma i jihadisti sono giovani che hanno scelto la radicalità prima di collocarsi nel paradigma islamico. Le loro abitudini di vita sono le stesse dei giovani occidentali che frequentano discoteche o pub e sono aliene dalle pratiche di rispetto delle norme religiose.

Secondo Roy, l’abilità dell’Isis è stata quella di attingere a questa riserva già esistente fornendo a questi giovani volontari la costruzione narrativa nella quale realizzarsi.

 

L’estetica della violenza e l’immaginario dei jihadisti

La costruzione narrativa si basa su due registri: il primo è costituito dall’immaginario islamico (le riviste dell’Isis sono piene di citazioni coraniche riferite alla prima comunità di credenti, alla conquista di città e deserti, all’avvento del califfato, alla fine del mondo); il secondo registro è costruito sull’immagine degli eroi del cinema o dei videogiochi (l’archetipo è quello dell’uomo ordinario e scialbo che riceve la “chiamata” − videogioco Call of Duty − e diventa un supereroe che salva la umma, cioè la comunità dei fedeli musulmani). Questa grande narrazione si colloca nel quadro di un’estetica dell’eroismo e della violenza assolutamente moderna, rappresentata con tecniche di montaggio tipiche dei videoclip e dei reality. Stupisce l’incredibile narcisismo dei terroristi che organizzano la messa in scena di sé stessi prima, durante e dopo l’atto violento; questi video richiamano quelli delle decapitazioni dei narcos messicani, girati prima dell’Isis.

 

Nichilismo generazionale. Chi sono i radicalizzati?

Dall’analisi di un campione di radicalizzati negli ultimi vent’anni risulta che il 60% è costituito da seconde generazioni, il 25% da convertiti e il restante 15% dalle terze generazioni; tutti caratterizzati da somiglianze: abbastanza buona integrazione iniziale, passaggio per la piccola criminalità, radicalizzazione in carcere, attentato e morte armi in mano. Un’altra caratteristica comune è che i radicalizzati sono dei “born again” che dopo una vita profana (alcol, discoteche, piccola delinquenza) riscoprono all’improvviso la religione, praticata non nelle moschee ma “tra pari”: fratelli, gruppi di amici e su Internet. Con questa modalità autarchica, un po’ alla volta si desocializzano per ricostruire una microsocietà di fratelli e sorelle d’armi.

Rispetto ai vecchi rivoluzionari, Brigate Rosse, Rote Armee Fraktion, Action directe, i nuovi ribelli in cerca di una causa sono molto più radicali perché l’odio per le società esistenti si incarna nella ricerca della morte in un massacro di massa.

Per loro è la morte lo strumento di purificazione per sé e di salvezza per i loro genitori che si sono umiliati nella resa ai valori dell’Occidente. La fascinazione per la morte è legata alla prospettiva dell’apocalisse: certi dell’imminenza della fine del mondo, i militanti dell’Isis non perseguono un progetto di società migliore, ma concepiscono uno stato continuo di guerra, che è non il mezzo ma il fine stesso. Per questo non si tratta di utopia ma di nichilismo: i giovani radicalizzati adottano senza difficoltà una simile visione escatologica, in quanto l’apocalisse trasforma la loro traiettoria nichilista individuale in destino collettivo.

 

Perché si radicalizzano?

A parte i tratti sociologici evidenziati sopra, non è possibile individuare correlazioni con fattori socio-economici o psicologici. Sicuramente – afferma Roy – il “malessere delle banlieu” svolgerà qualche ruolo nel risentimento che i radicalizzati provano verso la società occidentale, tuttavia non si può affermare che il terrorismo sia l’esito del fallimento dell’integrazione. Esso coinvolge solo piccoli gruppi chiusi in sé stessi che non partecipano ad alcuna forma di protesta sociale; inoltre la carta del terrorismo non coincide con quella dei quartieri difficili, tranne che nel caso di Moleenbeek. E non si può neppure considerarli dei militanti delusi di una causa di liberazione, infatti non risulta alcuna loro militanza nei movimenti filopalestinesi o in altri conflitti sociali.

 

Conclusione

Roy è convinto che la forza dell’Isis risieda nella sua capacità di giocare sulle nostre paure e sul timore dell’Islam. Immaginare che l’Isis possa federare l’Islam contro l’Occidente è pura fantasia: la jihad globale è del tutto sganciata dai conflitti mediorientali, le vere fratture nel Medio Oriente sono interne all’Islam, soprattutto nella polarizzazione tra sunniti e sciiti generata dalla rivalità tra Iran (che vuole federare gli sciiti) e Arabia Saudita (che ambiguamente promuove il salafismo). L’Isis regge ancora perché per molti è considerato un male minore rispetto ad altri nemici: i Curdi siriani per i Turchi, i sunniti per gli  sciiti iracheni, gli sciiti siriani per i Sauditi.

Insomma l’Occidente, oltre che necessariamente reprimere, dovrebbe riflettere sul fatto che questo tipo di terrorismo nasce nelle nostre società: lo Stato democratico che tutela nei diritti e doveri il cittadino risulta essersi ritratto nei quartieri difficili; inoltre la laicità alla francese, che ha espulso dallo spazio pubblico la religione, la consegna ai disadattati e ai radicalizzati in cerca di ribellione identitaria, per i quali diventa un rifugio e un’arma di rottura.

 

Luciana Scarcia

(19 luglio 2017)

SCHEDA 

Olivier Roy, Generazione Isis. Chi sono i giovani che scelgono il califfato e perché combattono l’Occidente, Feltrinelli 2017 (pp. 122, € 14,00)

  1. Jihadismo e terrorismo: la morte cercata;
  2. Chi sono i radicalizzati?;
  3. L’immaginario dei jihadisti: l’islamizzazione della radicalità;
  4.  Dall’ombra di Bin Laden al sole dell’Isis;
  5. Conclusione: Aspettando Godot.

 

Olivier Roy è direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales e all’Institut d’études politiques di Parigi. Attualmente insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze.

 

 

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