A Kobane rinasce la Casa delle Donne

Carla Centioni sul cantiere della Casa delle Donne di Kobane - Fonte: Facebook
Carla Centioni sul cantiere della Casa delle Donne di Kobane – Fonte: Facebook

Carla Centioni mostra fiera la foto di un edificio in costruzione: “Quando ho visto le prime immagini con le ruspe non ci credevo neanche io. Per la primavera prossima i lavori saranno finiti”. Con la sua associazione Ponte Donna che si occupa di contrasto alla violenza maschile contro le donne e grazie al supporto dell’Otto per Mille Valdese, la “follia” di rimettere in piedi la Casa delle Donne di Kobane è a un passo dalla realtà.

È un’idea nata sul campo, in un viaggio di scoperta e di supporto alle combattenti curde: “Ci stava disgustando l’idea che i media mainstream ne stavano dando: evidenziavano la bellezza prima dei contenuti, e di contenuti ne avevano queste donne. Per loro non è una liberazione dello stato del Kurdistan, non solo, ma anche la liberazione dal patriarcato: dal padre, dal fratello, dal marito, dalla condizione in cui vengono messe in quell’area del Medio Oriente. Sull’onda dell’entusiamo della liberazione di Kobane, il 27 gennaio 2015 sono nate le prime staffette di solidarietà, noi ci siamo dette: facciamo la staffetta delle donne, e siamo partite”.

Per Carla Centioni era la prima volta in un contesto di guerra, ma l’impatto con la distruzione si è trasformato nell’incontenibile ambizione di ricostruire. “Siamo entrate clandestinamente, vestite di nero, con poca luce, aspettando che il pattugliamento dei turchi passasse. Il metodo di tutti gli attivisti. Ci siamo trovati una città distrutta perché hanno fatto un forte uso di autobombe, più di 50, e di kamikaze. In quel periodo c’erano ancora i cadaveri di Daesh lungo le strade e le mine antiuomo. I curdi avevano richiesto alle Nazioni Unite una bonifica che non è mai stata fatta. Non avevo mai visto niente di simile: camminare per le strade significava scavalcare colline di detriti, vedere macchine scaraventate al terzo piano di un rudere per l’esplosione o l’interno delle case senza facciata”.

Carla Centioni con le donne di Kobane - Fonte: Facebook
Carla Centioni con le donne di Kobane – Fonte: Facebook

In mezzo alle macerie il confronto intellettuale con le donne curde ha preparato le fondamenta per la ricostruzione. “Ovviamente l’obiettivo del nostro viaggio era incontrare Yekitya Star, l’organismo che gestiva la Casa delle Donne prima che Daesh la facesse saltare. È stato uno scambio di altissimo livello che noi non ci aspettavamo. Siamo attiviste, persone accorte di sinistra, ma siamo arrivate ugualmente con lo stereotipo dell’occidentale che presume di essere la punta massima del pensiero. E invece abbiamo trovato persone preparatissime, conoscevano anche le nostre intellettuali femministe. Avevo un entusiasmo a mille, tanto che non riuscivo a stare seduta sulla sedia. Così gli abbiamo fatto la promessa di tornare in Italia per trovare i fondi necessari”

Una parola che l’associazione Ponte Donna ha mantenuto fino alla fine, e che contribuisce alla rinascita della città. “Quando siamo tornati, lo scorso febbraio, con la nostra testa da italiani che ancora cercano di ricostruire L’Aquila, eravamo convinti di trovare una città piena di macerie e invece Kobane è in rinascita. Il sindaco mi ha fatto vedere su una cartina la parte della distruzione totale che è e sarà un museo a cielo aperto e una parte tutta colorata dove ci sono i cantieri della ricostruzione e che io ho visitato”.

La cartina di Kobane- Fonte: Facebook

Tra i colori dei lavori in corso c’è anche l’Accademia delle Donne: “L’edificio è di 1500 mq su tre piani, di cui uno seminterrato per ragioni di sicurezza. Abbiamo impiegato tutte persone del posto per dare uno slancio all’economia locale. Ci sarà una sala multifunzione, una grande cucina con un nido, stanze utilizzate per scopi sanitari, per la formazione e per le cooperative di donne. Ma al terzo piano ci sarà anche la foresteria perché se deve essere un’accademia internazionale ci aspettiamo che, prima o poi, arrivino donne, ma anche uomini, da tutto il mondo”.

Ricevere formazione vuol dire possedere le migliori armi per progredire. In pace come in guerra, in Siria come in Italia. E Carla Centioni di questo ne è convinta. “Abbiamo capito subito che ridare una Casa delle Donne significava supportare un progetto politico, prima del conflitto ce n’era una in ogni quartiere. Più che di case, parliamo di accademie perché erano e sono luoghi deputati alla formazione e alla trasmissione di informazioni”. La carta sociale del Rojava che nel 2014 ha riconosciuto le regioni autonome del Kurdistan occidentale ha anche abolito la poligamia, il matrimonio riparatore o quello sotto i diciotto anni. “C’è stato un cambiamento anche giurisprudenziale. Dobbiamo avere bene in testa che quando parliamo di Siria parliamo anche di villaggi e allora bisogna andare casa per casa per ribaltare lo stato sociale delle donne”.

Ma anche in Italia gli strumenti che abbiamo non sono mai abbastanza. “Qui si lavora sull’emergenza, sull’accaduto, avremmo bisogno di una casa delle donne in ogni quartiere perché le donne si rafforzano stando insieme, facendo attività culturali, dandosi degli spazi. Solo così può esserci prevenzione sulla violenza, un problema che viviamo in maniera massiccia, anche in Italia”.

Rosy D’Elia

13 settembre 2017

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