Il sistema che manca per una effettiva integrazione scolastica degli stranieri. Intervista a Fiorella Farinelli

Alunni di origine straniera foto Regione Toscana

Fiorella Farinelli fa parte dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura, del Miur, in qualità di membro del Comitato scientifico della Rete Scuole Migranti, e insegna come volontaria nella scuola dell’Associazione Comboniana Servizi Emigranti (Acse). Già sindacalista della Cgil, tra il 1995 e il 2001 è stata assessore alle politiche educative del Comune di Roma; dal 2006 al 2008 ha ricoperto la carica di Direttore generale per i sistemi informativi del Ministero della pubblica istruzione.

L’intervista a Fiorella Farinelli, persona esperta di scuola e amministrazione, offre un contributo alla conoscenza del problema dell’integrazione scolastica nel suo complesso. Dato lo spessore dei contenuti, dividiamo l’intervista in 3 parti:

1a parte – Come sta procedendo l’integrazione scolastica degli stranieri
2a parte – Interventi prioritari necessari / Buone pratiche
3a parte – Funzioni dell’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura / Il ruolo del volontariato nell’integrazione dei giovani immigrati.

Fiorella Farinelli

Come sta procedendo l’integrazione degli alunni stranieri nelle scuole italiane?

Premesso che il primo requisito per lavorare sensatamente nelle classi multietniche è un atteggiamento che consideri un dato di fatto la presenza strutturale di alunni stranieri nella scuola, è ovvio che nelle zone dove l’immigrazione si è stabilizzata si sono consolidate molte esperienze positive di integrazione scolastica. Questo vale soprattutto per il Centro-Nord, in alcune province i ragazzi stranieri sono il 20-25% degli iscritti, con percentuali anche più alte in certi istituti. Nel Sud, invece, ci sono impatti concentrati di immigrazione in alcune zone, ma le medie sono molto più basse: in Calabria e Campania arrivano al 3-4%. Infatti l’immigrazione in queste regioni è stata storicamente diversa, costituita inizialmente soprattutto da lavoratori stagionali in agricoltura e badanti provenienti dai Paesi dell’est, arrivate da sole.

Quindi le Linee guida del Ministero per l’accoglienza e l’integrazione trovano applicazione più nel Centro-Nord  che nel Sud?

Esperienze di eccellenza ci sono al Nord come al Sud: numerose sono le scuole che, dovendosi misurare con la presenza di ragazzi stranieri, si sono attivate e inserite bene nel quadro dell’inclusione delineato dalle Linee guida e si sono aperte con esperienze interessanti e originali  anche a una nozione di difficile definizione come l’intercultura. Il problema è che alle Linee guida non sono seguite le politiche specifiche per metterle in pratica e verificarne l’attuazione, manca un approccio di  sistema. Inoltre mancano apposite politiche del personale, si procede un po’ a tentoni. Nella recente modificazione delle classi di concorso è stata sì introdotta la figura dell’insegnante specialista di Italiano L2, senza però prevedere i criteri di utilizzo: si tratta di cattedre ordinarie cui si accede con un punteggio aggiuntivo o di insegnanti di laboratori di Italiano lingua2? E i laboratori, nelle scuole multietniche, devono esserci obbligatoriamente o sono un’opzione? La formazione specialistica, inoltre, finora non è stata  incentivata. Solo in questi mesi, con fondi provenienti dal Ministero degli Interni, sta decollando un’apposita formazione per dirigenti e insegnanti.

Questo per quanto riguarda organico e formazione. In quali altri campi mancano politiche precise volte all’effettiva attuazione delle Linee guida?

Non ci sono politiche sulla scuola dell’infanzia: ¼ dei bambini dai 3 ai 6 anni stranieri, moltissimi nati in Italia, non frequenta la scuola dell’infanzia, cosa grave perché così perdono un’opportunità preziosa di imparare dai coetanei italiani la lingua prima di entrare nella primaria. Molti ritardi scolastici nascono da qui.

Non c’è attenzione sufficiente alla secondaria superiore. Qui gli ingressi sono recenti, perché dipendono dalla stabilizzazione degli immigrati, e si è in grande ritardo: non si prevedono strutturalmente laboratori permanenti di italiano, non si attivano laboratori in corso d’anno per gli adolescenti  che arrivano per ricongiungimento. Non si affronta il tema dell’italiano per lo studio, per le discipline.

Non sempre inoltre viene garantito il diritto allo studio. In mancanza di disposizioni precise sulle procedure da seguire nel caso dei minori che chiedono l’iscrizione in corso d’anno, accade che alcuni dirigenti scolastici,in presenza di problemi sicuramente concreti come ad esempio le classi numerose o le possibili contrarietà  dei genitori italiani, rifiutino la richiesta di iscrizioneeludendo così la legge, visto che il diritto allo studio è sancito dalla Costituzione e anche dal Testo Unico sull’immigrazione. Ci sono ragazzi che restano senza scuola per troppo tempo, non vengono inseriti puntualmente nel primo ciclo e non possono accedere ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (Cpia) finché non hanno 16 anni. Quindi la scuola non è sempre inclusiva come dovrebbe.

Inoltre, mentre le Linee guida indicano solo come deroga l’eventualità di inserire un ragazzo nella classe precedente a quella prevista dall’età, questa è diventata una prassi diffusa.

[1.continua]

                                                                                                                                   Luciana Scarcia
(26 settembre 2017)

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