Referendum Catalogna: Cosa ne pensa la comunità spagnola a Roma?

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Alba, Xavier, Sarai, Jesus… sono solo alcuni degli spagnoli che attualmente lavorano o studiano a Roma e stanno vivendo da lontano il referendum per l’indipendenza della Catalogna.

Sono giorni di minacce e scontri ma anche di euforia e entusiasmo. Da una parte migliaia di sostenitori dell’indipendenza hanno esultato, lo scorso primo ottobre, in Plaza Catalunya all’annuncio dei risultati del referendum di indipendenza, dichiarato dai giudici come anti costituzionale, e della vittoria del “sì”. Dall’altra parte, invece, migliaia di persone, catalani e spagnoli,  si oppongono all’autonomia. Sono la “maggioranza silenziosa” e il weekend scorso hanno sfilato contro l’indipendenza per le strade di alcune città spagnole come Barcellona, Madrid, Valencia o Siviglia sventolando fogli di carta bianchi con una parola d’ordine: “Parlem/Hablemos” (parliamo).

Una Spagna sempre più divisa e una società sempre più frammentata tra il “si” e il “no” ma con un obiettivo comune secondo Alba Naya: “raggiungere un compromesso attraverso il dialogo e non con la violenza.” Alba ha 27 anni, è nata a Barcellona ma due anni e mezzo fa si è trasferita a Roma dove attualmente studia scienze della formazione e lavora come operatrice sociale. “Sono stati giorni difficili per me, soprattutto perché la mia famiglia in Spagna è divisa per questioni politiche. Io non sono a favore dell’indipendenza perché non credo nelle frontiere, ma capisco che il popolo catalano stia cercando un cambiamento. Inoltre, è da anni che noi catalani chiediamo di poter votare e esprimerci attraverso una consulta legale, infatti, se così fosse stato, io sarei andata a votare,” spiega la giovane.

Anche il madrileno Xavier Plàgaro che vive e lavora come videomaker a Roma da cinque anni, si definisce un sostenitore dell’idea che l’unità e la diversità fanno la forza ma allo stesso tempo capisce che a molti catalani piaccia l’idea di indipendenza. “Alcuni spagnoli non hanno le idee chiare rispetto alla Catalogna e spesso ci sono persone che si arrabbiano perché sentono parlare catalano ed io gli chiederei: se odiate così tanto i catalani, cosa vi importa che diventino indipendenti?”.

Una domanda alla quale la sua connazionale Sarai Leon potrebbe rispondere con un altro quesito: “Perché dovrebbero diventare indipendenti? Per avere un’identità propria? Per problemi economici? Sono totalmente contraria all’indipendenza della Catalogna e non capisco come in un mondo così globalizzato, in cui cerchiamo di eliminare le frontiere, vogliano crearne. Non penso che l’indipendenza sia una cosa fattibile né per la Spagna né tanto meno per la Catalogna visto che rimarremmo fuori dall’Unione Europea e il periodo di recessione sarebbe molto difficile”, spiega la venticinquenne nata a Granollers, Barcellona.

 

 

Ma perché la Catalogna vuole l’indipendenza? Le ragioni sono varie. La Catalogna è una regione che possiede proprie tradizioni e una lingua locale. Inoltre, il governo regionale ha pieni poteri in settori come la sanità e l’educazione ma non in ambito fiscale ed economico, anche se la regione contribuisce ad un quinto dell’economia del Paese.

Negli ultimi anni, il Parlamento della Catalogna ha chiesto svariate volte un dialogo per ottenere più autonomia ma la risposta dallo Stato spagnolo è stata sempre negativa. Una situazione che ha spinto il parlamento catalano, dal 2015 formato maggioritariamente da partiti politici indipendentisti, a convocare un referendum sull’indipendenza della Catalogna lo scorso 1 ottobre.

Un referendum che non offre nessun tipo di garanzia ma che secondo Jesus Sanchez, professore di spagnolo dell’ospedale Bambino Gesù, ha raggiunto l’obbiettivo degli organizzatori, e cioè, internazionalizzare il conflitto politico e legittimare le mobilitazioni sulla legalità. “Un referendum illegale non ha l’obbiettivo di raggiungere risultati con garanzie, ma denunciare il fatto che, in un paese democratico come la Spagna, i cittadini non sono autorizzati a votare perché si ha paura dei risultati. Uno Stato forte e sano non dovrebbe avere timore del referendum e credo che se, finalmente, la Catalogna riuscisse ad ottenere l’indipendenza non verrebbe mai lasciata fuori l’Unione Europea,” spiega Sanchez. “Inoltre, proprio l’intervento della polizia contro la popolazione per evitare che questa andasse a votare ai seggi, è stata la grande vittoria del movimento indipendentista catalano.”

Infatti, dopo la repressione violenta da parte dello Stato con la quale sono state sequestrate molte urne e schede elettorali e che ha causato circa 900 feriti lo scorso 1 ottobre, in Catalogna ma soprattutto a Barcellona, sono accaduti diversi avvenimenti: i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, sono stati accusati di non essere intervenuti contro i manifestanti nel giorno del referendum, è stato convocato dai cittadini uno sciopero nazionale e diverse aziende e banche hanno deciso di spostare le loro sedi in altre città spagnole.

Nelle ultime ore, invece, il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont ha pronunciato le parole chiave per il futuro della Catalogna: “sì all’indipendenza, ma propongo di sospenderla per avviare il dialogo perché in questo momento serve a ridurre la tensione”.

Come reagirà Madrid alle parole del presidente catalano? E’ difficile prevedere cosa succederà nei prossimi giorni ma quello che è chiaro è che perchè la Catalogna possa diventare uno Stato indipendente in forma di Repubblica servirebbe un accordo con la Capitale e sarebbe meglio se il conflitto venisse risolto nell’ambito della Costituzione. Ma per farlo serve il dialogo. “Hablamos?”

 

 

Cristina Diaz
10/10/2017

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