Atta Vafakhah, giurato del Med Film Festival 2017: il cinema è racconto oltre la censura

“Oggi il Mediterraneo senza i migranti non vuol dire niente”. Atta Vafakhah fa parte della giuria Piuculture del Med Film Festival e si aspetta che i protagonisti dei film mediterranei siano proprio i migranti. “Soprattutto adesso il ruolo del cinema è quello di mostrare la realtà dell’immigrazione. Deve raccontare le verità che non puoi ascoltare dalle associazioni umanitarie, perché ormai tutto è diventato come un business”.

Atta è vice coordinatore del presidio umanitario di Via del Frantoio, gestito dalla Croce Rossa Italiana,  e attivista per i diritti umani. Dopo varie tappe nel nord Europa, il visto italiano che aveva acquistato in Iran lo ha riportato a Roma, una città che vede con lucidità, proprio come i romani che la amano di più. “Non riesco a capire perché è così confusionaria. È la capitale più sporca che abbia visto, eppure ho fatto il giro del mondo”. Ma nonostante tutto, a Roma ha acquistato la cosa più preziosa per lui: la libertà. “l’Italia è come se fosse l’Iran libero. È uguale in tantissime cose: ci sono le stesse differenze tra nord e sud, la gente di Kermanhsaha è uguale a quella di Napoli, i milanesi hanno gli stessi atteggiamenti delle persone che vengono da Isfahan, e i romani sono come i cittadini di Teheran. Anche la cultura è simile: l’Iran come l’Italia ha una storia molto antica”.

Atta ha deciso di partire perché non voleva restare in un paese che non permette ai propri cittadini di vivere la religione pubblicamente, qualsiasi essa sia, di esprimere dissenso politico, di vivere le relazioni sociali senza separazioni nette tra uomo e donna. “Tutti quelli che sono nati dopo la rivoluzione hanno imparato a censurarsi da soli perché si cresce con questa idea. La censura si sente e si vede ovunque: nella politica, nei film, nella televisione, sui giornali”.

“I registi, prima delle riprese, mandano la sceneggiatura al Ministero della Cultura, devono aspettare l’ok e poi devono far vedere il girato. Quello che arriva a noi è una goccia di quello che c’era nella loro testa”. Ma  quello cinematografico è il linguaggio che riesce ad aggirare meglio le limitazioni: “Al cinema si parla di temi che in realtà non si possono affrontare, perché uno stesso concetto lo puoi dire in 5 modi diversi.  In Iran abbiamo registi molto importanti come Asghar Farhadi e un cinema di grande valore, che riesce a raccontarti una storia dal profondo”.

“Quando parli di valori e bisogni universali, come la famiglia, i figli, l’amore, puoi arrivare a tutti e come lo racconti può dire tanto di un paese. Nei film iraniani non c’è mai il contatto fisico. Il cliente parla di uno stupro, ma tu non vedi nessuna scena di violenza, ti racconta tutto quello che c’è dopo: la reazione del marito, ad esempio”.  Paradossalmente è proprio la censura che ha spinto i registi iraniani a creare narrazioni potenti e profonde,  capaci di attirare l’attenzione internazionale sulle storie e sul modo di raccontarle.

Il cinema di un paese racconta la sua identità al resto del mondo. E d’altronde anche Atta, per prima cosa, ha conosciuto il volto comico dell’Italia grazie ai film di Franco e Ciccio, che ha visto in Iran da bambino. Il suo film italiano preferito però è La vita è bella, una storia profonda, e tragica, che ha  ritrovato nella realtà. “Quando ero ospite in un centro di accoglienza, per sei mesi ho vissuto con un padre e sua figlia di tre anni. Tutti i giorni cercava di spiegare alla bambina, a modo suo, la situazione che stavano vivendo. Gli diceva che non vivevano in un centro e che poi la mamma sarebbe tornata. C’erano i centri di concentramento, oggi ci sono i centri di accoglienza”.  Raccontarli dovrebbe essere la missione più importante e delicata del cinema Mediterraneo.

Rosy D’Elia
1 novembre 2017
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