Dossier statistico Immigrazione IDOS: un’Italia in continua evoluzione

Immigrazione: fenomeno epocale che interessa il nostro paese, alle porte del Mediterraneo. Se ne parla ovunque, ma è possibile averne una percezione chiara e precisa? Come analizzare, senza banalità e pregiudizi un fenomeno umano così complesso, che investe la vita sociale, politica, economica e culturale di un paese in trasformazione? Perché è arrivato il momento di una “diversa narrazione“?

 

“Chi ragiona concretamente è consapevole che la situazione è difficile e che sono necessari coraggio e lungimiranza”, questa la premessa con la quale il Centro Studi IDOS e Confronti introducono il Dossier Statistico Immigrazione 2017, realizzato in collaborazione con l’UNAR e giunto alla sua 27° edizione, che è stato presentato  in contemporanea in tutte le Regioni e Province Autonome d’Italia il 26 ottobre. I risultati del lavoro, sostenuto dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese, mostrano un’Italia diversa da quella dei luoghi comuni, mediatici e non. All’apertura dei lavori si è ricordato Monsignor Luigi Di Liegro: è un anno particolare questo, nel quale ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa del fondatore della Caritas di Roma, uno tra i primi a riconoscere l’importanza della conoscenza dei dati reali come arma principale per arginare la disinformazione, combattendo così l’emarginazione e la discriminazione dei migranti.

Il Dossier, come di consueto, focalizza l’attenzione sul panorama nazionale, completandolo con un’osservazione dei dati a livello internazionale, e concentrandosi infine sulle realtà regionali italiane. Partendo proprio dai dati del contesto mondiale, il Dossier smentisce la paventata “invasione”: lo fa ampliando il proprio orizzonte conoscitivo al di là dei confini nazionali. Lungi dall’essere un fenomeno isolato e locale, la migrazione non può essere compresa se non da un punto di vista globale. Contrariamente a qualsiasi luogo comune, la principale area di origine dei massicci flussi migratori non è il continente africano, bensì quello asiatico (39,6%), seguito dall’Europa (25,9%). Come si legge dal Dossier 2016, l’Africa subsahariana è l’area meno mobile del pianeta: nonostante la crisi economica strutturale dei paesi africani, in questo continente i flussi migratori (pari al 13,4%)  vengono “trattenuti” all’interno. Nel 2050 si stima che il continente africano, sempre più globalizzato, mobile e urbanizzato, arriverà a dover fare i conti con una popolazione di 2,5 miliardi di abitanti (rispetto agli attuali 1,2 miliardi). Le differenze economiche e demografiche a livello mondiale, nel presente e nel futuro, non potranno essere sostenibili se non con il ruolo riequilibrante delle migrazioni. Parlando di equilibrio, basta pensare all’Italia: la fotografia dell’IDOS mostra che gli italiani emigrati all’estero sono 5.200.000 contro i 5.000.000 di stranieri che risiedono nel nostro paese.

Nel contesto internazionale, le ricerche offrono spazio all’analisi delle politiche europee e della loro gestione dei flussi migratori. L’endorsement dellaUE al memorandum di intesa tra il Presidente del Consiglio Gentiloni e il primo ministro del Governo di riconciliazione nazionale libico al-Serraj, firmato il 2 febbraio 2017, viene visto come una scelta politica “mascherata” di respingimenti, in cui la Libia si formalizza come interlocutore riconosciuto a livello internazionale in materia di migrazioni. Una situazione che si profila all’interno di un quadro estremamente critico e complesso, considerata l’instabilità del paese, presso cui si registrano per i migranti continue violazioni dei diritti umani all’interno dei centri detentivi. Difficile prevedere il trend degli sbarchi nel 2017, tuttavia la prima parte dell’anno sembra essere in linea con quello precedente, in cui sono stati 181.436 i migranti arrivati sulle coste italiane percorrendo la rotta del Mediterraneo, secondo i dati del Ministero dell’Interno.

Fonte: ecodellalunigiana.it

Dall’osservazione del panorama internazionale, il Dossier passa all’analisi dei dati nel territorio nazionale. In Italia, nel 2016, il numero dei residenti stranieri è rimasto fermo a 5 milioni, ma questa stabilità non vuol dire “immobilismo”: i flussi di stranieri dall’estero sono continuati, ma allo stesso tempo sono aumentati i trasferimenti all’estero, oltre ai casi di acquisizione di cittadinanza italiana. Dato significativo del Dossier è il numero crescente dei “nuovi italiani” (aumentati del 13% rispetto allo scorso anno), la maggior parte dei quali per naturalizzazione (che presuppone 10 anni di residenza), più che a seguito di matrimoni con cittadini italiani. Inoltre, se si pensa all’elevata quota dei giovani nati in Italia, “l’ulteriore rinvio della riforma della legge sulla cittadinanza – come si legge nel Dossier – appare ancora più inescusabile”.

Chi sono dunque questi 5 milioni di stranieri che vivono in Italia? I dati evidenziano che 2.401.000 di loro sono lavoratori: sono agricoltori e braccianti nei campi, oppure svolgono mansioni domestiche, fanno i camerieri, gli operai, i lavapiatti pur avendo un’istruzione alle spalle. Il 37,4% di questi lavoratori è sovra istruito rispetto alla propria mansione, contro il 22,2% degli italiani. Alcuni sono riusciti a lavorare in autonomia e hanno portato avanti dei progetti imprenditoriali. Tuttavia, che siano imprenditori o braccianti, nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto in Italia 127 miliardi di ricchezza, e a livello mondiale con le rimesse verso i paesi in via di sviluppo hanno sostenuto circa 800 milioni dei loro familiari rimasti nelle aree povere del pianeta. Resta tuttavia alto il tasso di lavoratori in condizione di irregolarità (sono quasi 89.000), che subiscono violazioni dei loro diritti e delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

I dati riportano un aumento degli stranieri nel territorio italiano, ma allo stesso tempo fanno emergere una mancata capacità dell’Italia di trovare strategie politiche efficaci relative alla migrazione. Carenze forse presenti anche in una  società in trasformazione che deve interrogarsi sui cambiamenti in corso, su dinamiche non prive di difficoltà, cui le politiche migratorie future dovranno necessariamente interfacciarsi per adeguarsi agli standard europei e che riguardano non solo l’accoglienza dei richiedenti asilo, ma anche i vari aspetti dell’integrazione che mettono in gioco le seconde generazioni, ovvero “l’Italia disconosciuta”, l’istruzione, il lavoro e anche il dialogo interculturale e interreligioso. 

Donne Bangladesi Tor pignattara (foto Ilaria Moretti)

Donne Bangladesi Tor Pignattara (foto Ilaria Moretti)

Quest’ultimo emerge come elemento socio-culturale di grande rilevanza. La maggioranza degli stranieri in Italia è di fede cristiana e solo un terzo di questi è musulmano. L’estate scorsa è stata la stagione dell’Islam: il Dossier spiega che a commentare gli attacchi terroristici che coinvolgono il mondo islamico sono spesso chiamati, sui media, “esperti improbabili” che continuano a dare una lettura dell’Islam  pressapochista, se non addirittura demonizzante.

 

 

Finalità del Dossier è dunque quella di essere un sussidio per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio, perché attraverso questa si potranno superare paure e intolleranze, che oggi si diffondono anche sul web. Discorsi razziali e xenofobi prendono piede tra la popolazione, raggiungendo risultati clamorosi nella loro pericolosità: un esempio è il dato fornito dal Pew Research Center che dimostra che l’85% degli italiani è ostile alla comunità rom. Conoscere è dunque gettare le basi di una fruttuosa convivenza, riconoscendo anche i vantaggi dell’immigrazione. Scopo che l’IDOS si prefigge con il suo Dossier, come si evince dalle parole di mons. Di Liegro, suo grande sostenitore: “non ci sono invasori, non siamo vittime, non incombe una condanna alla catastrofe: il futuro dipende da noi e dal nostro spirito di collaborazione con i paesi in via di sviluppo“. Così si apriva il primo Dossier. Sono passati più di  dieci anni anni, l’Italia è cambiata e continuerà a cambiare volto, ma queste parole risultano oggi quanto mai valide e attuali.

Elisabetta Rossi

(1 novembre 2017)

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