Ius soli e narrazione dell’infanzia

Matteo Frasca, con la sua associazione Matura Infanzia ha aderito all’appello di Franco Lorenzoni, docente che si ribella alla non cittadinanza degli oltre 800.000 alunni stranieri ed insieme a molte scuole ha lanciato l’ appello di “insegnanti per la cittadinanza” con il quale intende sollecitare l’approvazione della legge sullo ius soli e lo ius culturae.
“In classe mi è capitato di affrontare direttamente l’argomento dello ius soli, è molto più facile parlarne che non parlarne visto la composizione delle classi e una certa naturalezza con la quale i bambini immaginano la convivenza e i diritti tra pari” esordisce Frasca, pedagogista e fondatore dell’Associazione Matura Infanzia che ha come obiettivo di documentare, promuovere e condividere l’auto rappresentazione dell’infanzia e dell’adolescenza in ogni contesto possibile. E’ referente pedagogico del progetto Radio Freccia Azzurra: una radioscuola ispirata a La Fantastica di Gianni Rodari.

Ecco come spiega le dinamiche, tra alunni migranti e non, nell’attività della radio-web: “L’idea di creare una radio in una scuola elementare è stata ispirata dal fatto che, a partire dalla scuola dell’infanzia, i bambini hanno voglia di comunicare quello che scoprono e inventano, ma non solo alle insegnanti o ai genitori. Come équipe pedagogica abbiamo pensato che ciò potesse essere una molla per scommettere sull’utilizzo del dispositivo radiofonico come dispositivo educativo e creativo. Come dice Rosa Tignanelli, fondatrice del Circolo Gianni Rodari Onlus e co-ideatrice di Radio Freccia Azzurra, eravamo tutti sullo stesso piano, adulti e bambini. Questo è stato il punto di forza della radio che abbiamo creato, – continua Frasca – nessuno del progetto si aspettava la ricchezza di spunti e suggestioni emersa e documentata sia grazie alla realizzazione di documentari e audio-documentari prodotti dalla Rai, che dal film Fuoriclasse prodottoda Zalab.”

Come educatore e pedagogista Frasca ha osservato dinamiche positive e negative che si creano tra compagni italiani e migranti: “I bambini interagiscono in vari modi tra loro, sono sensibili ai comportamenti e alle parole che si scambiano a vicenda, anche grazie alla capacità dell’adulto di mediare e di proporre materiale o attività interessanti a casa come a scuola. Ma davvero, non mi è mai capitato che ci fossero interferenze e criticità reali dovute alla provenienza o alla presenza di culture diverse. Semmai capita qualche volta che i bambini emulino quel che vedono fare o che sentono dire dagli adulti. Ma non è così difficile dirottarli verso la convivenza pacifica di una comunità allargata, pur nelle tante difficoltà che appartengono ad ogni gruppo.”

Sulla riforma della cittadinanza, ferma al Senato, che introduce il principio dello ius culturae riconoscendo un ruolo centrale alla scuola e alla cultura italiana nell’integrazione dei bambini di origine straniera, Frasca spiega l’importante impegno della scuola che “dovrebbe esemplificare, e già lo fa, il ruolo di tutta la società in ogni sua espressione e contesto rappresentato. Chi vive in Italia e va a scuola, non solo deve essere considerato cittadino italiano, ma contribuisce a definire e densificare il concetto e le implicazioni della cittadinanza in tutta la sua potenzialità, in termini di consapevolezza nonché di cultura come protezione unica e reale del senso di comunità. A mio avviso già aspettare cinque anni non è davvero promuovere un diritto fino in fondo. Per rendere la scuola più inclusiva è giusto parlare di tutti gli argomenti con i bambini, anche di migrazione, come adulti ed educatori, dobbiamo lavorare sui nostri stereotipi e pregiudizi”.

Spesso le seconde generazioni presentano un livello di integrazione più profondo rispetto a quello dei genitori e questo può essere dovuto al fatto di aver frequentato scuole italiane. “Il buon inserimento dei bambini nati qui incide moltissimo sulle famiglie, ma la comunità educante non deve dare per scontato nulla, né pretendere che le cose avvengano con una certa semplicità. Quello che è semplice o più comprensibile per un bambino che va a scuola, può non esserlo per i genitori e non si deve pensare che lo sia. Anzi come educatori dobbiamo cercare di aiutare questo processo in tutti i modi possibili.”

Marzia Castiglione Humani

(2, novembre 2017)

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