Società civile: buone pratiche per creare accoglienza

Società civile
Società civile: “chi è vivo, non dica mai”.

In un’Europa dove alcuni governi respingono i migranti e alzano muri, sono tante le associazioni nate dalla società civile con lo scopo di rendere accessibile a tutti la cultura, creare condivisione tra persone e dare valore alle narrazioni di chi ha vissuto in prima persona la migrazione.

Il 3 febbraio 2018  Asinitas  ha organizzato l’incontro “Chi è vivo non dica MAI!”, presso la Casa delle Donne di Roma, è stata l’occasione per  far conoscere esempi virtuosi europei e italiani che mirano a cambiare la narrazione sulle migrazioni, costruendo luoghi di convivenza e condivisione, dove l’incontro di culture diverse diventa arricchimento.

Società civile in Francia: si dà accesso alla formazione

Éloïse Soulier, dell’Associazione Resome, testimonia come in Francia, dopo i molti arrivi del 2015, la società civile si sia mobilitata per aiutare i migranti: sia fornendo i pasti per la prima assistenza, ma anche creando momenti conviviali nelle case come gesto di ospitalità e accoglienza.
Inoltre  “molti studenti e professori universitari hanno creato programmi per supportare l’accesso all’università dei migranti, garantendo il diritto di proseguire la formazione a chi, pur avendone le potenzialità, non aveva potuto continuare a studiare nel paese d’origine”.

In Germania una web radio privilegia le narrazioni dei migranti

In Germania c’è chi grazie alla radio dà voce ai migranti e raggiunge un ampio pubblico: è il caso di Larry Moore Macaulay fondatore di Refugee Radio Network, transitato a Lampedusa nel 2012.
“Ho studiato la costituzione e per la Germania è importante il diritto di espressione. Così nel 2014 sono riuscito a fondare una radio che, oltre alle diverse contaminazioni musicali, riesce a dar voce a chi solitamente è silenziato dai mezzi di comunicazione: le innumerevoli persone della diaspora africana, asiatica e mediorientale residenti in Europa”.
Refugee Radio Network rappresenta  anche un esempio concreto per tentare di  cambiare le narrazioni sul fenomeno migratorio.

Il racconto di un’associazione italo-senegalese

Anche in Italia c’è chi si da da fare per modificare e arricchire le narrazioni sui migranti. È il caso di Modou Gueye, presidente dell’associazione culturale italo-senegalese Sunugal di Milano, che racconta la sua esperienza “sono arrivato in Italia dal Senegal nel 90. Oggi sono un attore, ma in passato ho fatto i lavori più umili. Ho scelto l’Italia perchè, a differenza di altri paesi non ha sfruttato l’Africa, anche se i mezzi d’informazione strumentalizzano la diaspora e diffondono cliché utilizzando, ad esempio, le immagini dei bambini di colore con le pance gonfie per reclamizzare  le raccolte fondi. Con la mia associazione abbiamo raccolto i fondi necessari per aprire una scuola di taglio e cucito in Senegal”.

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, riprende il discorso di Gueye sulla responsabilità dell’informazione.  “I migranti ci invitano a lasciare da parte il sintomatico autoreferenzialismo dei mass-media, spesso contagiato dai politici che lo passano a chi fa informazione. E’ molto importante fare attenzione al lessico che si usa per narrare le migrazioni: può essere adoperato per combattere i discorsi d’odio e per “rompere” gli stereotipi”.

L’importanza dello ius soli culturale

La mattinata si conclude con l’intervento del maestro Franco Lorenzoni della Casa-laboratorio di Cenci, un centro di sperimentazione educativa. Lorenzoni si concentra sulla situazione delle scuole e sull’importanza che avrebbe avuto la legge sullo Ius Soli culturale: “tanti insegnanti sarebbero favorevoli alla legge che tutela i diritti di tutti gli alunni abbattendo gli ostacoli contro l’integrazione e favorendo il riconoscimento dei pieni diritti come cittadini italiani. Occorre far maturare un ragionamento dal basso per creare maggior consapevolezza sociale e politica in tutti i docenti. Purtroppo in Italia c’è ancora la paura dello stranieroLa semplificazione e la presunzione sono da combattere in quanto se pensiamo di conoscere i bisogni dell’altro a priori non lo aiutiamo in modo corretto. C’è bisogno di più socialità e scambio: è sbagliato dire a un bambino “a casa devi parlare italiano”, perché è stato riscontrato che la pluralità linguistica porta risultati maggiori nell’apprendimento.”

Marzia Castiglione
(6 febbraio 2018)

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