Le ragazze di Tehran, “motore” del cambiamento silenzioso

Nel week end,  vanno spesso con viaggi organizzati nel deserto dove possono ballare, cantare, togliersi il velo, sfuggendo a eventuali sanzioni cui potrebbero incorrere in città.

Leila ha 25 anni è ingegnere civile e lavora nel ruolo di project control alla highway di Isfahan. E’ fidanzata da 6 anni con Sina che ha la stessa età e porta i turisti in giro per l’Iran, nelle città, nel deserto, sulle isole di Kish e Qhesm, a un’ora di volo da Tehran, come tour operator.  Per ora non pensano a sposarsi  “sono tanto belli questi anni – dice Leila – c’è tempo per fare i sacrifici,  per ora ci godiamo la vita così com’è”.

A Isfahan in media le donne si sposano a 27 anni a Tehran anche molto più tardi. Mentre nelle campagne intorno alla capitale ancora persiste, secondo una tradizione dura a morire, il fenomeno delle spose bambine, date in matrimonio dai genitori a 10, 12 anni, anche se per legge l’età minima per sposarsi è stata fissata ai 14 anni.  Ma nella middle class iraniana tutto è cambiato. Anche  nelle famiglie più tradizionali, dove le donne scelgono di continuare a indossare il chador, le ragazze frequentano l’università per trovare un posto di lavoro.  Nella maggior parte dei casi le ragazze hanno rotto con le tradizioni delle loro madri, rivendicando la loro autonomia e indipendenza attraverso il lavoro e il titolo di studio più alto. Quasi tutte scelgono le branche più specializzate di ingegneria: meccanica, chimica. “To get money , per guadagnare bene – è la spiegazione immediata che mi da Leila, non per diventare ricchi – precisa- ma per poter avere abbastanza soldi da spendere nel  tempo libero. “Lavorare con tutti uomini intorno è dura per una donna – conclude Leila –  ma lo stipendio, a parità di mansione (a differenza di ciò che si verifica in molta parte dell’Occidente ndr.),  è uguale per i maschi e per le femmine , ed è questa la cosa importante”.

Una ragazza di Isfahan

Le giovani donne della moderna Tehran,  anche se non appartengono ai movimenti femminili attivisti,  convivono con i precetti islamici senza porsi troppi problemi, sperano che prima o poi le cose cambieranno. Nel week end,  vanno spesso con viaggi organizzati nel deserto dove possono ballare, cantare, togliersi il velo, sfuggendo a eventuali sanzioni cui potrebbero incorrere in città.  Il velo, resta per ora uno degli ultimi baluardi della rivoluzione khomeinista, insieme alla proibizione assoluta di bere alcoolici, almeno in pubblico. Ma le ragazze si coprono il capo ormai più come un vezzo che come un obbligo, con foulard colorati e posti nella parte posteriore della nuca che, spesso, servono a mettere in risalto il colore degli occhi. Per il resto sono vestite come una qualunque altra ragazza dei paesi occidentali.  Ciglia finte, rossetto molto accentuato, sopracciglia tagliate o tatuate, secondo la moda  “persiana” , unghie lunghissime e laccate con i colori più sgargianti. Questo il prototipo che sempre più spesso si incontra per la strada. Sotto alla gonna i fuseaux  con le comode sneakers  ai piedi, ma in casa, al riparo da sguardi indiscreti, minigonne o abiti lunghi e scollati per la sera e tacco 12.

Se Leila ha un fidanzato da 6 anni, altre ragazze intervistate non hanno un ragazzo fisso e non pensano ad averlo. Behnud e Ali Reza due ragazzi di 27 anni che vorrebbero fidanzarsi  hanno grandi difficoltà: “si sono rovesciate le parti – dicono –  oggi la priorità per le  ragazze non è quella di sposarsi e avere figli, se non sei abbastanza ricco, non ti guardano nemmeno, le ragazze di oggi vogliono  divertirsi e studiare per lavorare”.  Sheeba, 32 anni, ma ne dimostra 10 di meno,  ha due lauree una in informatica e l’altra in legge. E’ divorziata, vive a Tehran in una casa in affitto anche se i suoi sono di Mashad, il paese ultraconservatore da dove sono partite le proteste nel mese di dicembre. Lei sta aspettando di avere il risultato dell’esame per esercitare la professione forense.  Nel frattempo si guarda intorno.

Due ragazzi al ristorante

Shadi vuole fare l’architetta. Ogni mattina prende il treno e va a Tehran da una cittadina a due  ore di distanza dalla capitale. Dalla stazione prende la metropolitana e in altri 50 minuti arriva all’università di Architettura. Ha un bell’ anello al dito:  “lo amo molto – mi dice –  ma questo non mi impedisce di inseguire il mio sogno di diventare un’archistar”.

Mahan sta prendendo la laurea in ingegneria chimica per lavorare nel settore dell’Oil & Gas ma nel tempo libero fa anche la guida turistica. Parla inglese e francese e sta preparandosi per essere pronta quando l’afflusso dei turisti in Iran diventerà molto più importante. “Amo il mio paese –  dice – seduta al caffè del Museo del Cinema – e sono felice quando anche gli stranieri che vengono qui e ci conoscono da vicino, superano i loro pregiudizi negativi”.  Pregiudizi dovuti alle rigidità formale della legislazione islamica che subito vengono meno quando ci si avvicina alla sfaccettata, complessa, attuale realtà sociale iraniana.

Atryn e il fratello ingegnere sfornano pizza e cornetti nel loro bar

“E’ come se da voi comandasse ancora la chiesa del papa re – spiega  Atryn – che di professione fa l’architetto, ma poi si dedica a turno insieme ai fratelli a gestire una pizzeria – cornetteria  “all’italiana” – c’è chi ci crede ed osserva i precetti, ma la maggior parte delle persone fa la propria vita, senza avere una particolare impostazione religiosa e non aspetta altro che di andare avanti e mettersi davvero in collegamento con l’Occidente che è il nostro punto di riferimento”

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Franca Corbaccio