Porte aperte alla Grande Moschea di Roma per il dialogo interreligioso

Niente metal detector, nessun controllo dei documenti, l’ingresso alla Grande Moschea di Roma è libero, tranquillo, come se si entrasse in una qualunque chiesa della capitale. La cosa all’inizio stupisce un po’ chi ha sempre pensato alla moschea come a un luogo di stretta appartenenza musulmana. Ma non è così. Tanto più ora che, presidente della Grande Moschea di Roma è  Khalid Chaouki,  deputato del Pd , naturalizzato italiano ma di origini marocchine, che molto si è speso per firmare il patto per l’Islam con lo Stato italiano e per fare del Centro culturale islamico “una casa aperta e trasparente”.

In occasione della presentazione, il 16 febbraio 2018, del nuovo volume di Limes, “Musulmani e Europei”, da parte del direttore, Lucio Caracciolo,  Chaouki e il ministro dell’Interno Marco Minniti che quel patto hanno firmato esattamente un anno fa al Viminale, hanno voluto riconfermare gli accordi nella sede religiosa dell’Islam, in vista della tanto agognata intesa istituzionale. “La comunità islamica in Italia ha bisogno di una vera e propria intesa con lo Stato, alla pari delle altre confessioni religiose” –esordisce Chaouki accogliendo il ministro che si sente “emozionato e messo alla prova”, entrando per la prima volta nella Grande Moschea. “Noi riconosciamo al ministro Minniti” ha continuato Chaouki “uno sforzo concreto e costante per portare i musulmani intorno a un tavolo per avere risposte,  l’abbiamo visto in occasione del patto con l’Islam italiano”. Allo stesso tavolo della sala delle conferenze del Centro Culturale Islamico siedono oltre al ministro e a Chaouki, Lucio Caracciolo e Francesca Corrao, ordinaria di lingua e cultura araba alla Luiss e sono presenti in sala  l’ imam Yahya Pallavicini e  lo storico segretario saudita del centro islamico Abdallah Redouane.

L’ingresso di Minniti nella Grande Moschea a fianco dell’Imam

Coloro che hanno firmato il Patto” precisa Minniti “hanno  affermato di essere musulmani e italiani, senza tracciare una linea di distinzione.   Se l’Islam italiano diventerà il nostro unico interlocutore” indica la strada il ministro “il Patto potrà trasformarsi in un veicolo per una intesa di carattere istituzionale e in un  “messaggio nella bottiglia” lanciato anche ad altri paesi”.

Un percorso lungo e difficile quello del Patto tra Italia e Islam arrivato dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, teso a instaurare un dialogo, in controtendenza rispetto alle derive xenofobe e islamofobiche affioranti in Europa, con un interlocutore unico che possa rappresentare la maggioranza dei due milioni di musulmani presenti in Italia. Proprio su questa diversa direzione di marcia Lucio Caracciolo ha “provocato” il ministro, durante l’incontro. “Alla domanda di un sondaggio effettuato dal Pew Research Center se fosse il caso di  interrompere l’immigrazione islamica,  il 51% degli italiani ha risposto sì”appena sotto alla media europea che si attesta sul 55%. Come si può affrontare un tema così scottante” ha chiesto Caracciolo “nel contesto di tanta paura?”

Il ministro con Chaouki, Caracciolo e la professoressa Corrao

Pronta la risposta di Minniti: “Il tema della paura è cruciale. Non bisogna prendere le distanze da coloro che provano tale sentimento, poiché ciò alimenterebbe l’incomunicabilità e quindi il populismo. Bisogna invece ascoltarli, per liberarli da quei timori e far loro comprendere che l’islam può entrare in un rapporto positivo con i valori della nostra costituzione. Minniti ha spiegato la filosofia che ispira l’azione dello Stato italiano:  “Rispetto agli altri paesi europei l’Italia ha il vantaggio di dover affrontare un’immigrazione più recente. Non facciamo i conti con un modello d’integrazione consumato o che non ha avuto successo. Anzi, siamo nelle condizioni di poterne costruire uno nuovo. Io considero  la firma del Patto nazionale per un Islam italiano, uno degli obiettivi più importanti che abbiamo raggiunto in questa legislatura. Secondo il Ministro il piano presentato  non punta all’assimilazione, ma all’integrazione. E non si basa su una legge perchè “in materia religiosa, bisogna essere prudenti nell’adottare strumenti di carattere legislativo. Ricorrervi può produrre la cosiddetta eterogenesi dei fini, ovvero alimentare la diffidenza anziché ridurla”. Minniti ha riconociuto che parte del merito per la sottoscrizione del patto va a Papa Francesco che ha fatto del dialogo interreligioso un principio fondante del suo papato.

Chaoudi e Minniti al tavolo della conferenza

Il Patto, richiama e ribadisce i valori fondanti e inalienabili della Costituzione italiana in termini di libertà di culto ed è il primo passo verso la sigla di un’intesa alla pari di quelle con le altre  12 confessioni religiose minoritarie. Principio cardine del documento è quello di “ripudiare qualsiasi forma di violenza e terrorismo”.  Tra i principali “doveri” da rispettare per la parte musulmana troviamo:

  • l’adeguata formazione, grazie al contributo delle università statali, degli imam che dovranno essere iscritti a un vero e proprio albo “professionale” per scongiurare il pericolo di imam “fai da te”;
  • l’uso dell’italiano nei sermoni del venerdi, o comunque la loro traduzione, vista l’ammissione dei non-musulmani ai luoghi di preghiera;
  • massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti, ricevuti, dall’Italia o dall’estero, da destinare alla costruzione e alla gestione di moschee e luoghi di preghiera;
  • occasioni di incontro con le comunità territoriali, le istituzioni e le altre religioni rappresentate.  

Da parte sua lo Stato italiano garantisce tra i vari punti di:

  • estendere sul territorio l’esperienza, positivamente sperimentata in alcune aree, della costituzione dei “tavoli interreligiosi” all’interno dei Consigli territoriali per l’immigrazione delle Prefetture;
  • uno spazio di confronto diretto con le Istituzioni locali e procedure chiare per i riconoscimenti giuridici come quello previsto per gli Imam, designandoli ministri di culto;
  • avviare un programma per la predisposizione e distribuzione di kit informativi di base in varie lingue, concernenti regole e principi dell’ordinamento dello Stato unitamente alla normativa in materia di libertà religiosa e di culto.
La grande sala della preghiera della moschea

Quattro le strutture nazionali chiamate a rappresentare l’Islam italiano e a sottoscrivere il patto: «il Centro culturale islamico d’Italia, Grande Moschea di Roma – che in passato ha già ottenuto un riconoscimento giuridico dallo Stato italiano, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, Ucoii, che rappresenta 153 associazioni, la Confederazione islamica italiana, un network nazionale di moschee e centri culturali islamici e, infine, la Comunità religiosa islamicaCoreis. Quattro enti che, da sempre, si sono contesi la rappresentanza dei quasi due milioni di musulmani presenti sul nostro territorio e che per la prima volta hanno sottoscritto un documento comune. In polemica con la firma del patto è nata su facebook, composta soprattutto da persone convertite e di seconde generazioni con cittadinanza italiana, la  “Costituente islamica” per  dare vita a un’assemblea elettiva di 100 uomini e donne. “Questa Assemblea – si legge nella presentazione – farà formale richiesta per un’ intesa istituzionale alla Presidenza del Consiglio”.

Francesca Cusumano
(20 febbraio 2018)

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