Essere un Imam: incontro con Mohamed Ben Mohamed alla Moschea di Centocelle

La moschea: non solo un luogo di culto

È una delle prime moschee romane, quella di al-Huda, che vuol dire “la retta via”. Si trova a Centocelle, in via dei Frassini: nel quartiere oggi ce ne sono altre due, in risposta al numero sempre crescente di musulmani nel territorio. È nata nel marzo 1994 ed è anche un’Associazione che accoglie fedeli musulmani provenienti da più di 25 paesi, la maggior parte dei quali nordafricani. È un luogo di culto, ma non solo: la moschea è anche punto di riferimento per la comunità straniera di Centocelle, che ogni giorno e ad ogni ora trova le porte sempre aperte per pregare, stare insieme, confrontarsi.

Alle otto di sera, al termine di una lunga giornata di pioggia, entrare nella moschea catapulta in un luogo sereno e di raccoglimento. È da poco terminata la preghiera, ma i fedeli si trattengono ancora un po’ in un intimo silenzio. “Giornalmente ad ogni preghiera giungono qui circa 40-50 fedeli” spiega Mohamed Ben Mohamed, Imam e Presidente dell’Associazione. “Considerando che quotidianamente si prega cinque volte, il numero giornaliero di fedeli è sicuramente considerevole. Tante sono le nazionalità, così come diverse sono le età: giovani, adulti, anziani e anche bambini.”

Il legame religioso è fondamentale, in quanto la religione stessa tende a eliminare le diversità tra le varie nazionalità ed etnie. Questo è un valore imprescindibile per il Corano: prima della religione, viene la fratellanza in quanto valore umano e universale che supera ogni barriera, anche quella dell’appartenenza religiosa”. Per questo motivo la moschea è un elemento importante nella vita del singolo: l’Islam è una religione di per sé sociale, non opera una distinzione netta tra sacro e profano, poiché ogni aspetto della vita “terrena” è permeato dai dettami del Corano e della sunna.

Un’immagine della moschea al-Huda dall’archivio di Piuculture

Come Imam, Mohamed Ben Mohamed interviene nelle problematiche personali, nelle discordie, nelle tematiche riguardanti l’educazione dei figli, nelle questioni economiche. “Si fa un po’ di tutto qua”, sorride. “Capita che nel mio studio arrivino a volte dei soci in affari che hanno un problema legato alla loro attività. Prima di ricorrere al tribunale, vengono qui a parlare con me per trovare insieme una mediazione e un confronto pacifico e rispettoso dei precetti coranici”.

Il sermone del venerdì bilingue: una necessità per la comunità

Mohamed Ben Mohamed affronta un tema attuale come quello della predicazione in lingua italiana, che rappresenta uno dei punti presenti nel “Patto Nazionale per un Islam Italiano”, documento ratificato lo scorso anno e firmato dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e dalle associazioni del tavolo islamico italiano. “In molti ci hanno chiesto se pronunciassimo i sermoni in lingua italiana. In questa moschea lo facciamo da sempre, da più di venti anni”. L’Imam precisa che la khutba, ovvero il sermone di mezzogiorno del venerdì che accompagna la preghiera, è diverso dalla preghiera stessa. Il venerdì a mezzogiorno si svolge la preghiera più importante per i musulmani. In questa giornata “si è talmente numerosi che abbiamo dovuto organizzare due turni di preghiera”. Ma come funziona questa preghiera?
“L’Imam va sul mìnbar e dopo l’adhan (il richiamo alla preghiera, ndr) si alza, fa la prima parte del sermone, poi si siede. Dopo la seduta c’è un’altra parte del sermone e poi si fa la preghiera. Pronunciamo la prima parte della khutba in arabo, poi nella seconda parte viene ripetuta, tradotta in italiano. Registriamo anche i nostri sermoni, quelli in italiano sono tutti sul nostro sito”.

“Trattiamo nella khutba qualsiasi argomento, dai personaggi fondamentali della religione, ai precetti coranici, fino all’attualità: venerdì scorso abbiamo parlato delle elezioni, poco tempo fa un sermone è stato incentrato sulla decisione di Donald Trump di trasferire la sua ambasciata a Gerusalemme” . Come specifica l’Imam, questo è un momento di formazione e informazione.

Mohamed Ben Mohamed spiega come il sermone in lingua italiana sia una necessità per la comunità di fedeli. “Come potremmo comunicare se non in italiano? Abbiamo bisogno di una lingua comune, pensiamo alle tante nazionalità dei credenti o ai musulmani di seconda generazione”. Diversa cosa è la preghiera: una parte di essa è la recitazione del Corano, libro sacro che è diretta parola di Dio, che ha parlato al Profeta Muhammad in lingua araba, lingua perfetta che non può e non deve essere viziata, trasformata o interpretata da eventuali traduzioni. Per questo la preghiera deve necessariamente essere fatta in arabo, lingua del Corano che accomuna i musulmani di tutto il mondo.

Essere un Imam: un atto di responsabilità verso gli altri

L’Imam Mohamed Ben Mohamed nel suo studio alla moschea di Centocelle

La mia funzione è quella di una guida, non solo alla preghiera. L’Imam pronuncia il sermone, forma i fedeli sugli aspetti religiosi o giuridici dell’Islam, risponde a interrogativi che interessano la vita quotidiana e dovrebbe essere un esempio spirituale tramite un comportamento retto, e questo non è così facile come sembra.”

Mohamed Ben Mohamed, originario di Douz, in Tunisia, ha studiato Shari’a ed economia islamica a Khartoum: “Occorre avere una solida formazione. Normalmente non ci sono criteri precisi per la scelta dell’Imam, ma la comunità sceglie, in maniera più o meno formale, la propria guida. Nel nostro caso, la moschea è un’associazione ben organizzata, con uno statuto e un direttivo e quindi l’elezione dell’Imam avviene in maniera più formale. Nelle moschee più piccole, la scelta può essere più semplice, ma si ricerca sempre la persona più istruita, affidabile e retta”.

Essere un Imam non è facile, è una grande responsabilità. Mohamed Ben Mohamed riveste questo ruolo con una totale dedizione, e ne comprende le sfide e le complessità. Si fa inoltre portavoce della sua comunità, promuovendo delle pratiche di apertura al territorio, in grado di creare una rete sociale multiculturale e multireligiosa. Per questo la moschea al-Huda è uno spazio di condivisione che accoglie e arricchisce: tutti sono i benvenuti, dagli italiani che frequentano i corsi di arabo con un insegnante madrelingua, alle famiglie musulmane che festeggiano la rottura del digiuno cucinando e mangiando assieme, fino ai migranti appena arrivati che trovano un punto di riferimento in una città ancora estranea.

Aprirsi al dialogo interreligioso e al confronto con le istituzioni è la linfa vitale per la moschea e la sua comunità. Per questo motivo, questo polo religioso e sociale, parteciperà ad un progetto, ancora alle primissime fasi di implementazione, promosso dalla Community Organizing Onlus e mirato a creare uno spazio urbano più inclusivo, e che coinvolgerà scuole, parrocchie, comitati di quartiere, centri anziani, associazioni di immigrati.

La difficoltà dell’inclusione sociale Mohamed Ben Mohamed la conosce molto bene: “Sono arrivato in Italia vent’anni fa. Avevo l’asilo politico e ho immediatamente iniziato a studiare italiano: prima al Centro Astalli, che mi ha accolto per dieci mesi, durante i quali ho stretto una profonda amicizia, che dura tutt’ora, con l’allora Presidente, Padre Francesco. Poi ho continuato a studiare presso la Chiesa Evangelica e la Caritas. La mia famiglia mi ha raggiunto due anni dopo il mio arrivo. Non è stato facile”. Ma adesso sono tutti qui, Mohamed e la sua numerosa famiglia formata da moglie, quattro figlie e quattro figli, due dei quali nati in Italia: “Il più piccolo ha dodici anni. È proprio italiano, anzi: romano!”.

Elisabetta Rossi
(7 marzo 2018)

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