Malalai Joya racconta l’Afghanistan sempre in guerra

Alla Comunità di Base di San Paolo, l'attivista afgana denuncia le persecuzioni contro le donne afgane

Malalai Joya oggi ha 40 anni. Nata nel ’78 in Afghanistan non ha mai vissuto un periodo di pace nel suo paese. Dal 2001, anno della guerra al terrorismo scatenata dagli americani dopo l’attacco alle Torri  Gemelle,  e prima per l’invasione sovietica e il regime dei talebani,  la pace in Afghanistan, negli ultimi quarant’anni,  non c’è mai stata. Un’intera generazione ha vissuto e vive ancora oggi tra scoppi di bombe e attentati di kamikaze che coinvolgono la popolazione civile.

Malalai  è l’attivista più conosciuta dell’Afghanistan . Eletta in Parlamento a 28 anni, dopo il crollo del regime talebano, denunciò pubblicamente la presenza di “criminali e signori della guerra” tra le file di quella che doveva essere un’istituzione democratica. Nel 2010 ha pubblicato il suo libro “Finchè avrò voce” : la mia lotta contro i signori della guerra e l’oppressione delle donne afgane” che l’ha resa celebre in tutto il mondo. Da allora vive in clandestinità e da un anno non vede il suo bambino  di 5 anni. Ma non rinuncia a far sentire la sua voce per denunciare le condizioni sempre più critiche del suo paese che lei addebita in ugual misura ai terroristi dell’Isis, ma anche al governo Usa e “ai suoi lacchè signori della guerra e talebani”.

Venerdi scorso Malalai Joya era a Roma, ospitata dalla Comunità di Base di San Paolo per un incontro con il pubblico e con la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, organizzato con la collaborazione del  CIDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane).

Malalai Joya insieme a Giuliana Sgrena al tavolo della conferenza
Malalai Joya insieme a Giuliana Sgrena al tavolo della conferenza

In Afghanistan un recente decreto legge prevede che la gestione delle case rifugio per donne maltrattate, passi dalle Ong non governative al ministero degli Affari Femminili. Contestualmente il governo ha istituito il reato di “allontanamento da casa” per le donne che cercano rifugio nei centri di accoglienza, se non accompagnate dal marito  –  che spesso è proprio colui che le ha maltrattate –  o di un parente maschio.

“Questo – si legge in un comunicato a cura del Cida – avrà conseguenze disastrose per le donne vittime di violenza: dovranno subire esami medici per il monitoraggio della loro attività sessuale. Se l’esame proverà che sono state violentate, saranno condannate perché lo stupro in Afghanistan è motivo di ripudio per la donna”.   Queste misure – ha spiegato  Malalai Joya –  sono state prese per compiacere i fondamentalisti e i talebani, che ancora occupano il territorio afgano per il 70 per cento, e con i quali il presidente Ashraf Ghani ha avviato delle trattative. Ed è per questo motivo che i rifugi gestiti dalle Ong sono stati accusati di essere case di prostituzione ed è stato deciso di tenerli sotto controllo.

Ma Ghani – accusa  Malalai nella sua denuncia appassionata – è solo un fantoccio degli americani. Addirittura ha rimesso in gioco Gulbuddin Hekmatyar, che durante la guerra civile dell’Afghanistan era chiamato il macellaio di Kabul per l’accanimento nei confronti della popolazione civile inerme, per portare avanti le trattative.  Come può essere credibile una simile iniziativa?”

Giuliana Sgrena le chiede conto della risoluzione dell’Unione Europea che ha stabilito il rimpatrio dei profughi afghani  senza un lavoro o con un regolare permesso di soggiorno dai territori europei. “Questi uomini al loro rientro nel paese non troveranno alcuna possibilità di sopravvivenza e – dice  Malalai – avranno di fronte a loro solo due opzioni: o diventare tossicodipendenti nella terra dell’eroina e dell’oppio, o arruolarsi nell’esercito dei talebani o dell’Isis che sono la stessa cosa, per guadagnare 600 dollari al mese di stipendio”.

Quale la speranza in quadro così drammatico? “La  mia speranza per il futuro – ha concluso Malalai prima di passare a illustrare il report denso di dati e fotografie che porta in giro per il mondo per testimoniare le terribili condizioni in cui vive ancora oggi il popolo afgano – è di rendere sempre più consapevole la mia gente affinchè sia pronta  a lottare e a ribellarsi contro la corruzione e la misoginia del nostro governo. Il popolo afgano vuole giustizia e non soluzioni imposte dall’alto, tantomeno una trattativa con i nostri aguzzini”.

Francesca Cusumano
(17aprile2018)

 

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