First Aid Sport per i ragazzi rifugiati e richiedenti asilo

Praticare un’attività sportiva per migliorare le relazioni, sentirsi più integrati, misurarsi con le proprie capacità, recuperare autostima.

Dallo scorso settembre nella sfera dell’ ormai quasi decennale attività di Sport Senza Frontiere, la onlus che ha fatto della pratica sportiva uno strumento per contrastare la povertà infantile, perseguendo l’integrazione  sociale, è entrata anche l’inclusione, attraverso la pratica dello sport, dei minori non accompagnati e dei più giovani rifugiati o richiedenti asilo.

Un allenamento di calcio al circolo Flaminio (foto di Giovanni Pulice)

Il progetto, realizzato con il sostegno dell’UNHCR, si chiama First Aid Sport è include circa 60 ragazzi tra i 14 e i 26 anni, distribuiti nelle città di Roma, Napoli e Milano. “Lo sport – dice il presidente e fondatore di Sport senza Frontiere, Alessandro Tappa – si sa è un potente mezzo d’inclusione sociale: riduce l’isolamento, le basse aspettative sul futuro e le difficoltà relazionali, migliora eventuali carenze motorie e di coordinazione dovute a malattie psico-fisiche dovute alle esperienze più o meno traumatiche vissute da ognuno di questi ragazzi e rafforza la fiducia in loro stessi”. Gli sport praticati dai ragazzi segnalati all’Associazione dai Cas (Centri di prima assistenza) sono il karate, il calcio, il basket, l’atletica/corsa, il duathlon, la pallavolo, lo judo, il pugilato, il badminton e il nuoto. 13 sono le società sportive coinvolte che collaborano con allenatori e trainer nelle discipline di competenza.

Una partita di basket (foto di Giovanni Pulice)

Nella mostra fotografica Displaced che sarà inaugurata domani alle 18.00 nell’ambito della 14° edizione del festival “Fotoleggendo” all’ Istituto di Istruzione Superiore Statale Cine – tv  Roberto Rossellini,  in via Libetta 14, Sport Senza Frontiere e Unhcr hanno voluto raccontare, attraverso le fotografie realizzate da Giovanni Pulice in collaborazione con Zona, il tempo che passa in attesa di ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, richiedente asilo o la  protezione umanitaria, a seconda dei paesi di provenienza.

Un’attesa che si può protrarre, come nel caso di H.  ci racconta la coordinatrice del progetto, la psicologa Michela Santoro, anche per due anni. “H. è partito dalla Nigeria a 17 anni, oggi ne ha appena compiuti 20.  È scappato dal suo paese – racconta Michela che segue “sul campo” i ragazzi dal punto di vista del sostegno psicologico, ma anche logistico, a causa della persecuzione da parte dei gruppi terroristici jihadisti contro i cristiani, dopo aver perso la madre in un attentato, alla vigilia di  Natale del 2014.  Da allora  ha viaggiato per un po’ senza una meta precisa. Arrivato in Libia è stato rinchiuso in un carcere illegale per circa un anno. Ora è ospitato in uno dei centri di accoglienza di Roma dove da due anni, appunto,  aspetta di ottenere lo status di richiedente asilo.

È riuscito, però,  a studiare e a prendere la licenza media. Ultimamente – aggiunge Michela –  è diventato il responsabile della lavanderia del centro e  il martedì e il sabato fa volontariato presso una struttura che aiuta le persone senza fissa dimora, dove lavora in cucina.  All’inizio il ragazzo  – aggiunge Michela – non parlava con nessuno, era sotto choc. Poi piano piano si è aperto anche grazie alla pratica dello sport di squadra, il calcio che gli ha fatto provare per la prima volta un senso di appartenenza e – siccome riesce a giocare anche bene –una grande gratificazione”.

Altro caso illustrato dalle fotografie quello di A. una ragazza somala, musulmana di  21 anni. Timida e ancora molto diffidente è  in Italia con lo status di rifugiata politica.  Vive già da sola a Roma, ha studiato e ha preso sia la licenza media che il diploma e al momento sta frequentando un corso per diventare sarta. Tra le discipline di First Aid Sport ha scelto  di praticare la boxe, nonostante il velo,  e spera che questo sportla aiuti “a tirare fuori un po’ di grinta”.

Le ragazze musulmane mentre tirano di boxe (foto Giovanni Pulice)

I più bravi dei corsi ora verranno inseriti come tutor nel “Summerc Camp” che SSF organizza per i più piccoli al Terminillo. “Questo è un modo – dice Michela – per renderli responsabili, ma allo stesso tempo la mancata presenza nei Cas o negli Sprar di appartenenza farà perdere loro il rimborso, tanto contestato da chi giudica in base a dei pregiudizi,  di ben 1,50 euro al giorno (Cas) e 2,50 euro al giorno (Sprar) che di fatto serve ai ragazzi per comprare una ricarica telefonica con la quale parlare con le famiglie, o pagare il mezzo pubblico che li porti al punto di raccolta da dove noi con il nostro pulmino li preleviamo per portarli a fare sport  3 o 4 volte a settimana”. I corsi a Roma si svolgono allo Stadio dei Marmi, allo Stadio delle Terme di Caracalla, al Circolo Flaminio  e in una palestra di Sacrofano per quanto riguarda la boxe.

Un “tutor” allena i bambini dello judo (foto di Giovanni Pulice)

Per questi ragazzi che vivono ammassati in centri di grandi dimensioni, spesso isolati e lontani dalla popolazione   locale, praticare un’attività sportiva è davvero di grande aiuto per tanti motivi: migliorare le relazioni, sentirsi più integrati, misurarsi con le proprie capacità, recuperare autostima. Le foto di Pulice, accompagnate da sintesi delle storie dei singoli ragazzi, dimostrano proprio questo, come lo sport praticato insieme, aiuti a  riappropriarsi del proprio corpo, e come respirare all’aria aperta in un contesto sereno e protetto, sia fondamentale per far recuperare loro gli aspetti più basilari della vita.

Francesca Cusumano

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