La storia di Hope, vittima di tratta, verso una nuova vita

Hope è stata una delle prime ragazze accolte nella Casa del Sole. È arrivata qui da una pronta accoglienza e aveva già fatto due colloqui con il servizio Roxanne in cui aveva negato del tutto la sua storia, di essere vittima di tratta e aver subito violenza in Libia”, racconta Giovanna, operatrice del centro accoglienza per MSNA vittime di tratta. “Hope è arrivata qua con una personalità molto solare che però nascondeva una grande fragilità. Col tempo attraverso i colloqui con la mediatrice, si è creata la relazione e ha iniziato ad affidarsi: la vera storia di Hope è uscita dopo mesi”.

Hope: emerge la vera storia

Vittima di tratta. È arrivata in Italia che aveva diciassette anni dopo aver subito numerose violenze in Libia.

“Quando è iniziata a emergere la sua storia, è arrivato il crollo: è uscita tutta la sofferenza che mascherava dietro quella sua solarità e simpatia ostentata ed eccessiva. Oltre a tutto questo viveva anche una situazione delicata e pesante con la sua famiglia, in particolare con la mamma: da una parte il peso del debito contratto, dall’altra il fatto di esser stata venduta dalla famiglia alla presenza della mamma stessa attraverso il rito juju”.

Hope: rito Juju e il suo potere

“Il Native doctor, lo sciamano presso cui le vittime di tratta vengono sottoposte a rituale “Juju”, attraverso strumenti atavici, quali parti del corpo, capelli, sangue mestruale, formalizza un patto di sangue che vincola chi lo subisce con il terrore”. Lavinia, altra operatrice del centro, spiega il potere del Juju, rito che “ha una potenza incredibile tanto da indurre a morire di crepacuore per una telefonata , creare suggestioni di vermi che formicolano, apnee notturne”. I trafficanti usano questo rito come inganno assicurando alle vittime e la loro famiglia un futuro migliore.

Per rompere il juju si deve pagare un debito, mancando il quale si mette a rischio la vita dei propri familiari.  

hope“Hope ha pagato il suo debito prostituendosi in Libia per otto mesi nelle guest-house o Connection house: la casa chiusa/bordello, delle vittime di tratta in Libia. Secondo l’iter del rito sarebbe dovuta tornare in Niger e recuperare i suoi vestiti sull’altare del patto così da romperlo. La mamma però continuava a chiedere soldi perché i fratelli di sangue erano malati e quindi non poteva smettere. Hope ha perso due fratelli”.

Il 9 marzo l’Oba “il re” Ewuare II, ossia la massima autorità religiosa del popolo Edo, che vive in Nigeria e nella zona del delta del Niger, ha formulato un editto in cui revoca tutti i riti di giuramento che vincolano con maledizioni terribili le ragazze trafficate, obbligando i preti juju a non praticarne più.

Hope: il crollo

“Il crollo è arrivato nel momento in cui è uscita fuori la sua non accettazione di quanto accaduto in Libia: Hope fa venti docce al giorno, accumula oggetti, soprattutto succhi di frutta e acqua, per paura di rimanerne senza. Nelle guest-house in Libia se non obbedivi alla maman non ti facevano mangiare né bere” spiega Giovanna.

“Otto mesi che valgono trenta anni” aggiunge Lavinia, soffermandosi su un aspetto personale di Hope che non passa inosservato: “è di una bellezza incredibile, bella fuori e dentro e – si ferma commossa – è una persona che anche quando ti abbraccia trasmette tutto il suo senso di umanità, nonostante quanto vissuto”.

“Ha mantenuto il senso del valore della famiglia nonostante come sia stata trattata. Nelle crisi di pianto dice sempre: tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per aiutare la mia famiglia e non ho concluso niente perché ho perso due miei fratelli”. Giustificare la violenza, senza incolpare mai la famiglia, è un tratto tipico delle vittime di violenza domestica che sentono quanto subito come meritato.

Hope: i tentativi di suicidio e la ricostruzione insieme

Momento di pausa. “Dopo lo sfogo siamo passati attraverso due tentativi di suicidio, che ci hanno scosso non poco: c’era la paura di fallimento, di non averla sostenuta abbastanza. Di aver creduto che quella solarità e quel far finta di stare bene fossero presi per veritieri. È stata una delle prime accolte, ho vissuto con lei un anno e tre mesi intensi in cui anche sentimenti, come la rabbia, si riversavano su di me, che ero la persona a lei più vicina. Siamo passate attraverso tante fasi. Quei tentativi di suicidio erano parte della sua ricostruzione, un urlo per richiamare l’attenzione dietro quella solarità”, racconta Giovanna.

“Noi dove eravamo durante quelle richieste di attenzione?” aggiunge Lavinia “e da lì rispondere con lavoro, lavoro su di noi e con lei per capire e crescere. Sì, perché si cresce insieme. Si supera il tutto insieme con la supervisione e la formazione e tanto supporto psicologico anche per noi”.

Hope: il presente verso una nuova vita

“Adesso Hope ha ricostruito attraverso l’operatore legale tutta la sua storia, raccontando tutto ed è l’unica pronta per una psicoterapia. È scattata in lei il senso di autonomia, quel sentirsi adulta e tornare a vivere la sua vita prendendola in mano. Prima di arrivare a questo punto soffriva l’attesa, ora ha capito che è dovuta alla ricerca di uno SPRAR che sia adatto alle sue esigenze, che non sia grande, ma un posto dove lei potrà essere seguita come da noi”.  Hope ha raggiunto quindi una consapevolezza e una serenità, anche se attraverso delle fasi molto difficili. Per lei è stata fatta richiesta di uno SPRAR fragile, ossia che non siano più di venti persone, tutelato e con operatori presenti: “aspetta da quattro mesi perché sono pochi gli SPRAR di questo tipo, ma è importante che non si senta abbandonata a se stessa perché nel momento in cui si sentono sole, il rischio di ricaduta è altissimo”.

Dopo un anno e quattro mesi insieme per Hope si apre un nuovo capitolo della sua vita, tutto da scrivere. Saluterà La Casa del Sole ma la sua storia ha lasciato un segno importante “La narrativa è che noi aiutiamo, quanto però lei ci ha aiutate a capire? Ogni giorno lo scopriamo di più. Non soltanto c’è quello che noi abbiamo fatto per Hope, ma quello che lei ha fatto per noi. Quello che ci ha dato anche togliendoci: ha fatto un’azione fortissima aiutandoci a crescere come persone e professionisti”. Hope non ha soltanto trovato la sua nuova vita, ma ha cambiato la vita di chi in questi mesi le è stata vicina.

Silvia Costantini
(17 luglio 2018)

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