Mundialido 2018: Costa d’Avorio conquista la vittoria

La due squadre si preparano alla finale (fonte: Sito Ufficiale Mundialido)
La due squadre si preparano alla finale (fonte: Sito Ufficiale Mundialido)

La sera del 29 giugno le tribune del Campo Sportivo Contral, in via della Vasca Navale 100, si colorano delle bandiere marocchine ed ivoriane. Per la XX Edizione del Mundialido è arrivato il giorno della finalissima e le rispettive tifoserie si fanno sentire più forte che mai.

il Mundialido è un progetto di mediazione culturale che attraverso il calcio, riesce ad avvicinare tra loro le diverse comunità di migranti. Quella che si prospetta è una sfida piuttosto differente rispetto agli anni precedenti, e vede protagoniste due squadre del tutto inedite: Costa d’Avorio e Marocco.

La prima è un’equipe agli esordi, i ragazzi si sono conosciuti solo ad inizio anno, ma da subito hanno dimostrato di saper condurre un buon gioco di squadra. Arrivare in finale non è stato certo una passeggiata e la vittoria contro Capo Verde, un caposaldo delle edizioni scorse, è stata davvero combattuta. La nazionale marocchina non è mai arrivata così in alto. Sono tutti ragazzi italiani di seconda generazione che non scordano le proprie origini. Quest’anno la grinta e la voglia di vincere li ha portati a lottare per il podio, dopo aver battuto numerose squadre e subendo a malapena due goal in tutto il torneo.

Le tribune del centro sportivo Contral sono affollatissime per la finale del Mundialido 2018
Le tribune del centro sportivo Contral sono affollatissime per la finale del Mundialido 2018

Uno sguardo alla tifoseria

Sugli spalti i ritmi africani scandiscono il tempo della partita. Mentre i compagni giocano in campo, alcuni ragazzi della tifoseria ivoriana tengono caldi gli animi suonando i Djambè. Inutile dire che tutti i presenti sono travolti da questa musica e presto il pubblico si unisce ai cori tenendo il tempo battendo le mani.

Dall’altra parte i tifosi del Marocco sembrano contenere gli animi sperando di poter far esplodere la gioia una volta che la partita sarà conclusa. Per il momento si limitano a sventolare la loro bandiera e ad incitare i giocatori alzando sporadicamente la voce.

Il più accanito tra di loro è sicuramente il marito di Fatima, una donna marocchina di 37 anni che è venuta ad assistere alla finale accompagnata anche dai suoi due bambini Ryan e Miriam. “È un grande appassionato di calcio ed è presente ad ogni partita, soprattutto se gioca la nazionale. Lui al Mundialido viene sempre, e quest’anno l’ho accompagnato”, ha spiegato mentre guarda suo marito correre avanti e indietro, tenendo sempre in alto la sua bandiera.

A strapparla dal Marocco è stato l’amore per il suo compagno. L’ha conosciuto a Roma durante una vacanza e ha deciso di costruirsi qua una nuova vita. “In Marocco frequentavo l’università di lingue straniere, ma da giovane non prendevo seriamente gli studi. Ad un certo punto ho voluto smettere, ho messo da parte la scuola e mi sono trasferita in Italia con mio marito”.

Le difficoltà iniziali non mancano per Fatima: “I primi tre anni ero “straniera”, non parlavo l’italiano e non avevo amici. Stavo sempre da sola a casa e badavo a Ryan che non aveva ancora tre anni”. La svolta arriva qualche anno più avanti, quando il bambino inizia ad andare all’asilo. A scuola Fatima ha iniziato ad instaurare i primi rapporti di amicizia e a sentirsi sempre più a suo agio. Poi ha trovato lavoro come babysitter e come badante, “un’esperienza importante per conoscere la cultura e la vita quotidiana degli italiani”.

Una volta imparata la lingua l’integrazione per Fatima non è più stato un problema. Ad aiutarla è stata anche la mentalità del suo paese, che lei stessa definisce “aperto alle altre culture”. Ama essere ospitale e socievole e sa difendere a denti stretti le sue idee. Il suo carattere forte si delinea in particolare quando spiega le ragioni per cui non porta il velo: “Vengo da una famiglia religiosa, ma il velo è una scelta e nessuno mi ha mai obbligato a portarlo. Non sento che aggiunga qualcosa di importante alla mia persona né cambi ciò in cui credo. Nella mia vita mi piace fare molte attività all’aperto ed il velo si è rivelato solo un ostacolo ed io sono una di quelle che fa le cose solo se è convinta” e ancora Ammiro chi lo porta, ma indossarlo significa avere tanti valori dietro, non si può portare senza consapevolezza”.

La tifoseria ivoriana si prepara per fare il tifo alla sua squadra
La tifoseria ivoriana si prepara per fare il tifo alla sua squadra

La vittoria del Costa d’Avorio

Intanto sugli spalti i tifosi hanno ancora il fiato sospeso e tra falli e calci d’angolo il risultato è fermo sullo zero a zero. I giocatori del Costa D’Avorio però non si danno per vinti: al primo tempo dei supplementari il goal di Doumbia segna la sorte definitiva della partita.

Il fischio finale dell’arbitro dichiara la vittoria ivoriana. Si innalzano cori e urla della tifoseria che adesso riecheggiano ancora più forte. È un’emozione che travolge davvero tutti, dai più grandi ai più piccoli, anche i giocatori del Marocco, che ha tenuto duro fino all’ultimo minuto, regalando agli spettatori una bellissima partita ricca di colpi di scena.

“L’anno scorso ero qui a guardare la finale e un mio amico mi ha proposto di provare a partecipare. Quest’anno non solo ci siamo arrivati, ma ho anche vinto!” ha dichiarato il capitano della squadra Loum Mamadou, che durante la partita ha fatto sognare il pubblico con due splendide parate.

Durante la serata sono stati consegnati i seguenti premi:

  • Fair play al Brasile
  • Miglior allenatore a Manolo Leandri della Colombia
  • Capocannoniere a Yuri Kalynych, giocatore dell’Ucraina, e Alessio Evora Barros del Capo Verde

Ancora una volta il Mundialido ha dimostrato di essere un evento unico nel suo genere, promotore di sani principi come quello dell’accoglienza e sostenitore dello sport che unisce superando ogni barriera.

Francesca Mahmoud Alam
(1 Luglio 2018)

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