Prendere posizione contro l’ “emorragia di umanità”

Igiaba Scego, Paolo Di Paolo, Sandra Giuliani raccontano le iniziative culturali come nuove forme di attivismo politico

In questo momento in Europa un’emergenza c’è: quella della difesa dei valori di libertà e uguaglianza dei diritti per ogni individuo “senza distinzione alcuna per ragioni di razza, colore, lingua religione, origine nazionale o sociale, ricchezza…” (art. 2 Dichiarazione dei Diritti Umani 1948, i cui principi sono rispecchiati nelle Costituzioni democratiche dei Paesi europei).
Un morto annegato ogni 7 migranti – contro i 37 dello scorso anno e in presenza di un calo dei flussi migratori – è una tragedia umana che chiama in causa non solo le scelte politiche di chiusura dei governi europei, ma dovrebbe risuonare in ogni coscienza come un allarme per “l’emorragia di umanità” in atto e per il tradimento di quei principi su cui si sono costruite le società europee dal secondo dopoguerra. Contro questo tradimento e contro l’indebolimento della umana pietas, diventa urgente prendere posizione: come cittadini, gruppi, comunità, esseri umani, anche per sollecitare quella parte politica consapevole dei rischi per la democrazia, ma incapace di svolgere una funzione di guida e orientamento.
Ed è infatti quello che sta avvenendo in settori della società civile e del mondo culturale. Ci sono interessanti iniziative di scrittori, editori, associazioni culturali che sentono la responsabilità di svolgere un ruolo di utilità sociale nel produrre pensiero, orientare le coscienze, mobilitare i sentimenti umani, attraverso le parole dei libri e altre forme culturali.
Un piccolo ma significativo esempio della funzione della letteratura è l’organizzazione di un’iniziativa culturale e politica: un Controfestival letterario che è cominciato con la distribuzione, nel flash mob del 4 luglio scorso, del Passaporto Nansen, un passaporto simbolico per difendere il diritto alla mobilità e che proseguirà nel corso dell’anno con una disseminazione di eventi nella città.

Paolo Di Paolo: il significato del Controfestival e del Passaporto Nansen
“L’idea del Controfestival e del Passaporto Nansen è quella di costruire modalità, luoghi, strumenti simbolici per sollecitare una forma di attivismo. L’aggregazione di persone attorno a temi che facciano riflettere è diventato sempre più difficile. Sembra un paradosso, vista la frequenza di tanti eventi, concerti o festival, cui partecipa molta gente e vista la diffusione dei social, ma la partecipazione intesa non come assemblaggio di spettatori ma come forma di attivismo, militanza per ragionare e discutere insieme è diventata invece una cosa sempre più complicata. La ragione di questo sta in quella forma di diffidenza o disincanto che fa ritrarre quando c’è una piccola chiamata a mettersi in gioco. Allora il ragionamento che sta alla base del Controfestival è stato questo: proviamo a vedere se, disinnescando la struttura convenzionale del festival o della presentazione del libro − in cui c’è qualcuno sul palco e cinquanta spettatori che ascoltano − e chiamando i lettori sul palco non per declinare nuove forme di narcisismo ma perché mettano in gioco la propria esperienza di lettori e le proprie passioni, questo può contagiare la voglia di un’aggregazione consapevole e attiva e parallelamente un’idea diversa di militanza al di fuori del partito. Il senso della distribuzione del Passaporto Nansen nel flash mob era questo: ricordare che quel pezzo di carta fu uno strumento che riuscì a mettere in salvo centinaia di persone, famose e comuni, in quello che è stato il periodo più buio della storia europea del ‘900, e far presente che oggi rischiamo di non vedere che i parametri etici su cui l’Europa si è costruita sono minacciati. Insomma attraverso la storia del passaporto Nansen si è voluto muovere un ragionamento, non nella modalità tipica dell’articolo scritto sul giornale ma con una piccola mobilitazione che smuovesse l’indifferenza. Questa nasce da una forma di diffidenza o di sfiducia preventiva nelle possibilità delle relazioni tra umani e con la politica, e questa sfiducia è difficile da scalfire. La letteratura ci aiuta a farlo perché fa capire che la tua strada non è il mondo e che per restare umani bisogna aprirsi al mondo e comunicare, nel senso di mettere in comune”.

Igiaba Scego: perché uno scrittore deve prendere posizione
La scrittrice di origine somala ha partecipato al flash mob e al Controfestival perché: “in un periodo in cui si cerca di dividere gli individui in autoctoni, stranieri, residenti, gli scrittori hanno un ruolo importante, quello di ricordare che siamo tutti esseri umani e che difendere i diritti di alcuni è difendere i diritti di tutti. E questo lo scrittore lo sa più di ogni altro, perché basta una sua parola per finire in carcere, come in Turchia. E poi la letteratura e l’arte in generale non amano le semplificazioni, creano mondi complessi e danno voce all’esilio, per questo svolgono una funzione fondamentale per la coscienza civica. Non dobbiamo permettere a scafisti, mafia e politici di strumentalizzare le tragedie dei migranti, a noi serve regolamentare il viaggio, avere la possibilità di un viaggio legale, con visti di ingresso, per lavoro, per studio ecc., possibilità che oggi per l’Asia e l’Africa non c’è se non si appartiene a una ristretta élite. Quando i diritti dei rifugiati e apolidi sono violati, sono violati i diritti di tutti. Io so per esperienza personale quanto sia facile che questo accada: i miei genitori in mezza giornata persero il passaporto, diventato carta straccia, e questo può succedere a tutti perché basta che venga annullato il trattato di Schengen e noi di nuovo saremo bloccati dalle frontiere. Avere la possibilità di viaggiare è un fatto umano prima che politico”.

Sandra Giuliani: l’impegno “politico” di un’associazione culturale
“Questo Controfestival è un modo per fare politica,” afferma Sandra Giuliani, fondatrice dell’associazione culturale Donne di Carta “perché nel rovesciamento del rapporto tra scrittore e lettore si rispecchia il rovesciamento di ogni rapporto di potere. Fare politica culturale oggi significa innanzitutto affermare che la cultura che serve è al plurale, fatta di più culture. Dobbiamo superare il concetto di integrazione e sostituirlo con quello di scambio e contaminazione. Lo straniero deve poter avere a disposizione dei luoghi in cui libri nella sua lingua vengano presentati e raccontati a noi che a nostra volta presentiamo e raccontiamo i nostri; oppure potrebbe essere lui stesso a raccontare la sua storia, farsi libro vivente, “portatore sano” di cultura. L’associazione Donne di Carta sta lavorando, in squadra con altre associazioni territoriali e con il sostegno dell’Istituzione Biblioteche di Roma, al progetto “Biblioteca a Cielo Aperto” per la creazione nel municipio VIII, come prototipo, di tanti spazi urbani − edicole, piccole librerie, negozi ecc. − dove effettuare bookcrossing, presentazioni di libri e eventi di promozione della lettura. Per esempio, uno di questi spazi potrebbe essere anche il negozio dove il tunisino o il bengalese vende frutta e verdura e dove la clientela fidelizzata può trovare un corner di libri in lingua, per conservare il legame di appartenenza con le proprie radici, e di libri in italiano per conoscere la cultura del paese ospitante. Un modo per far inciampare le persone nei libri disseminandoli lungo il tracciato della propria quotidianità. E per restituire alla lettura la sua vocazione di affacciarci sul mondo”.

Luciana Scarcia
(11 luglio 2018)

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