Sara, Ibrahim, Kadhija,Luìs, Alessandro al Mundialido 2018

In finale Costa D’Avorio e Marocco per vincere la coppa speciale del Presidente della Repubblica

Sara, 24 anni, occhi da cerbiatta, capelli lunghi, sguardo dolce, sorride mentre assiste alla semifinale tra Gambia e Marocco del Mundialido, organizzato dal Club Italia. Lei è lì con il piccolo Usman e stanno aspettando che inizi la partita dove gioca, anche se per ora è in panchina, il suo compagno Ibrahim, 28 anni padre di suo figlio. Il Gambia è favorito nei pronostici e tutti si aspettano di assistere a un’altra facile  vittoria.

Sara con la sua famiglia

“Ci siamo conosciuti in un locale da ballo – racconta Sara mentre in campo  riecheggiano gli inni delle due squadre –  e appena mi ha visto Ibrahim ci ha “provato”. Io all’inizio non me lo filavo per niente ma poi ho dovuto arrendermi di fronte alla sua corte insistente, presto è nato Usman che non ha ancora due anni”.

Inizia la partita e i giocatori rosso – verdi prendono posizione, qualcuno si raccomanda al suo “dio” prima di iniziare a giocare. “Ibrahim è un esempio di immigrato al contrario” prosegue Sara “dalla Svizzera, dove aveva raggiunto il fratello per studiare, si è trasferito in Italia perché lo zio di un amico gli ha  offerto un posto da meccanico nella sua officina”. Sara e Ibrahim non sono sposati per la legge italiana, ma solo per corrispondenza. Secondo le usanze religiose del Gambia, hanno ricevuto un’autorizzazione da un Imam a vivere come marito e moglie. “Abbiamo intenzione di sposarci anche qui – aggiunge la ragazza – l’idea però è quella di tornare appena possibile in Svizzera dal fratello di Ibrahim “Il lavoro nell’officina è terminato – oggi sono io a portare i soldi a casa con il mio impiego in un centro estetico, Ibrahim sta cercando un nuovo lavoro, ma qui in Italia è molto difficile”.

Un momento della partita, in verde il Marocco, in rosso il Gambia

I genitori hanno reagito bene alla scelta di Sara “mi vedono felice e sanno che Ibrahim è un bravo ragazzo, nella mia famiglia non ci sono pregiudizi. Purtroppo ogni giorno sentiamo di violenze contro la donna nelle famiglie dove tutti sono italiani”.

La partita si anima, il Marocco va in vantaggio con il primo goal di Zerrad.  Sulla tribuna il tifo marocchino è rappresentato soprattutto da donne: c’è Agnese che è polacca e ha il marito che è il fotografo ufficiale della squadra, accanto a lei una  giovane con i capelli lunghi e gli occhiali ha due fratelli in campo e il padre dietro di lei sulla tribuna,  insieme alla zia, Alima, velata di nero, che non parla una parola di italiano.  C’è insomma tutta la famiglia a prendere parte con urla di sostegno a ogni mossa dei due atleti in campo.

Le donne della tifoseria marocchina

Tra gli altri, attira  lo sguardo di fuoco di una signora dall’aspetto “imponente che incita i giocatori.  Si chiama Khadija Kansalaed è la presidente dell’associazione “Donna e Diritto” che si occupa della tutela legale e anche fisica delle donne in difficoltà. Khadija spiega che stanno cercando uno spazio per realizzare una casa famiglia dove ospitare donne e bambini. “Quando il marito perde il lavoro – dice –  spesso succede che alla donna non rimanga altra scelta per vivere che quella di andare per strada a prostituirsi” A questo punto interviene l’assistenza sociale che toglie i figli ai genitori e li dà in affido ad altre coppie. “Noi vogliamo offrire  – spiega Khadija – un’opportunità in più a queste donne, a cominciare da un posto dove stare mentre cercano un lavoro onesto, senza l’incubo di dover pagare l’affitto. Negli ultimi anni abbiamo avuto non meno di duecento casi, il nostro lavoro è di puro volontariato e chi può ci sostiene con delle donazioni”.

Sono le 8 di sera, la tribuna ora è davvero affollata. I sostenitori del Gambia sono molti di più e sono molti rumorosi, le urla di incoraggiamento della ragazza marocchina e della sua famiglia vengono sovrastate dal tifo dei tifosi del Gambia, una sorta di grido di battaglia che ripetuto all’infinito, il tutto accompagnato da suoni, canti e balli. Per Jammeh  il Gambia è effettivamente più forte, ma “mancano tre giocatori titolari che sono tornati in Africa e sono stati sostituiti da altri molto scarsi, ecco perchè il Marocco sta avendo la meglio”.

I suonatori – ballerini, tifosi del Gambia

Mentre la partita sta per terminare arriva la tifoseria della squadra capoverdiana che scenderà in campo subito dopo. Il capitano dei tifosi del Capo Verde è Luìs che arriva sventolando la bandiera della sua squadra dove gioca il figlio Ramos. “A Capo Verde – racconta Louis– ero funzionaro dello Stato, guadagnavo un buono stipendio”. Ma il cuore mi lo ha portato in Italia “Ehh – sospira –  dietro questo tipo di decisioni c’è sempre una donna, in questo caso quella che è diventata mia moglie. L’ho conosciuta a Capo Verde, ma poi lei è partita per l’Italia e dopo un po’ di tempo io ho lasciato tutto e l’ho seguita”.

Luìs, padre di Alessio/Ramos che gioca nel Capo Verde

Ramos non si è pentito della scelta che hai fatto “Mi è andata bene, abito ai Parioli dove lavoro come portiere, ho due figli a Capoverde che ho potuto far  studiare e ora sono diventati avvocati. Il terzo è Ramos o Alessio, col nome italiano, vive con noi e studia. Non so se oggi rifarei questa scelta perché la situazione è completamente cambiata, in Italia non c’è più lavoro, e soprattutto non è una scelta che consiglierei a un ragazzo, come ero io allora”.

Arriva Alessandro, altro capoverdiano giovane con famiglia. “Aho – è la battuta con cui apostrofa gli altri – qui se arriva Salvini, fa ‘na strage” e tutti ridono. Alessandro è nato nell’80 a Roma da genitori immigrati regolarmente, con i documenti. “Allora era più facile – commenta- e se l’altolà di Salvini dovesse servire a regolamentare e a rendere più gestibile il problema dell’immigrazione, potrebbe essere anche utile, ma non so se c’è da fidarsi”.

La partita volge al termine, il Marocco ha raddoppiato il suo vantaggio con un goal di  Dhier che  segna la fine dell’incontro. Sarà la squadra di Hassan Batal a incontrare, in una sfida che si preannuncia “all’ultimo sangue” quella esordiente del Costa d’Avorio che, nei novanta minuti successivi, strappa la vittoria ai rigori al Capo Verde.

Le donne di Capo Verde

Nata solo nel 2017 da un’idea di Diabate, Teophile, Rinaldo e Giulio che si occupano da vari anni del tema dell’integrazione tra le varie culture e del sostegno ai rifugiati, la squadra ivoriana  è composta in maggior parte da ragazzi che hanno ricevuto la protezione umanitaria o richiedenti asilo. Italiani l’allenatore, Gualerzi e  il direttore, Ponticiello.  “Questi ragazzi a novembre neanche si conoscevano e ora siamo in finale. Si è formato da subito un grande gruppo” dichiara il mister “Abbiamo sempre giocato al massimo, rimontando una partita difficile, ci abbiamo creduto, siamo stati coriacei”.

Il Costa d’Avorio in azione contro il Capo Verde

Da segnalare, infine, la presenza al Mundialido  della squadra “Ius Soli” , sponsorizzata quest’anno dalla CGIL. La squadra capitanata da Arnold Mbaka Embele che è anche il portiere è composta da ragazzi provenienti da paesi diversi, per la maggior parte africani,  ma italiani a tutti gli effetti. “In un momento storico particolarmente difficile come quello attuale – si legge nella motivazione di sostegno alla squadra da parte della Cgil – in cui i rischi di veder alimentati sentimenti razzisti e xenofobi si fa particolarmente alto, abbiamo scelto di mandare attraverso il Mundialido un messaggio forte:”continueremo a batterci, affichè l’Italia riconosca lo IUS SOLI”:

Francesca Cusumano
(27 giugno 2018)

Leggi anche: