Soccorsi in mare: una nuova narrazione per la Libia

 

Emma Bonino, Marino Sinibaldi, Francesca Mannocchi
Emma Bonino, Marino Sinibaldi, Francesca Mannocchi

“La mia esperienza da commissario europeo mi ricorda che quando vengono cacciate le organizzazioni umanitarie c’è sempre qualcosa che si sta preparando, che non si vuole far sapere.” Apre così Emma Bonino l’incontro all’Isola Tiberina, nella cornice della rassegna Venti D’estate, per discutere della Libia e di soccorsi in mare.

Cosa succede in Libia?

Francesca Mannocchi, reporter freelance che collabora con emittenti nazionali ed internazionali, esperta ed attiva da anni nel raccontare dal campo la situazione libica “fare giornalismo in Libia non è mai stato facile, è chiaro che non è un paese di sinceri democratici, che c’è sorveglianza, che non ti puoi sempre fidare, ma soprattutto che da 18 mesi a questa parte è stata istituzionalizzata una forma di controllo per visitare le carceri che consiste in un lunghissimo meccanismo di lettere a catena che sistematicamente, ad certo punto, si inceppa.” Oltre a questo negli ultimi mesi, le visite possono essere effettuate soltanto sotto la supervisione di un rappresentante dei servizi segreti libici che controlla ciò che i migranti riferiscono ai giornalisti. Questo ha costretto i giornalisti a rinunciare ad entrare nei centri di detenzione per non rischiare di mettere in pericolo le persone intervistate.

La Libia è strettamente connessa all’Italia per due rette” spiega la Mannocchi “una retta parte da Mellita e arriva a Gela e l’altra è quella dei barconi. Quella che arriva a Gela è quella che dal centro dell’Eni porta il gas con cui ci facciamo il caffè la mattina. Noi pensiamo che il traffico principale sia il traffico di uomini ma invece è quello di carburante. Com’è vero che i migranti sono lo specchietto per le allodole per la nostra politica, lo stesso vale per la politica libica. E’ più importante che in Europa ci si occupi dello spauracchio dell’uomo nero, piuttosto che pensare che ci arrivi il carburante di contrabbando via Malta e che le mafie calabresi e siciliane siano coinvolte nella triangolazione.”

Una fotografia scattata in una delle carceri libiche
Una fotografia scattata in una delle carceri libiche

Trasformare il linguaggio

E’ ormai consuetudine usare i migranti per scopi politici, e negli ultimi tempi “il tutto è stato condito da una volgarità di linguaggio raccapricciante” afferma la Bonino. “E’ finita la pacchia”, “Stanno in crociera” , “Basta taxi del mare”, questi alcuni degli slogan che sentiamo pronunciare quotidianamente dalla classe dirigente. “Non ci rendiamo conto del disastro culturale che provoca questo utilizzo delle parole, è un veleno che penetra rapidamente, estirparlo e tornare indietro richiederà sforzi di anni.”

“Prima di raccontare le cose nuove della Libia, dobbiamo smontare le vecchie narrazioni” spiega Mannocchi “Minniti, per esempio, si è ostinato in tutte le sue interviste a definire le carceri libiche come centri di accoglienza. Quei luoghi sono centri di detenzione, e lo sono, non per opinione personale, ma per la legge dello stato libico.”

Il primo passo, per invertire la tendenza, dovrebbe consistere nel tornare a raccontare le storie di queste persone “stiamo vivendo un’escalation mediatica e comunicativa, si dice pubblicamente ciò che prima ci vergognavamo di dire anche in privato. Noi come giornalisti dobbiamo fare il percorso opposto, restituendo umanità a queste persone storia per storia” interviene Marco Damilano, direttore dell’Espresso “in queste settimane si fanno inchieste sulle Ong, si fanno inchieste sui senza potere invece di fare inchieste sul governo, dimenticandoci che il giornalismo è nato per essere un contropotere. Queste sono le caratteristiche tipiche di paesi come quelli dove governa Putin o Erdogan, dove la stampa invece di fare le pulci al governo, si concentra sugli oppositori.”

E’ d’accordo la Mannocchi “siamo stati timidi nel raccontare la vita dei migranti, assecondando una narrazione pietistica. Abbiamo raccontato la disperazione, la fuga da una guerra ma non abbiamo raccontato il diritto al miglioramento della propria vita”. Quanto al problema libico “non lo risolviamo perché la politica ha smesso di chiedersi e di chiedere come saremo tra dieci anni. Le persone che scappano sanno come vogliono essere, hanno una visione del futuro e chiedono alla politica di essere aiutati. Noi abbiamo smesso di chiedere, chiediamo per lamentarci, mai per migliorare, invece di chiedere ‘quando ci togliete i neri dal porto?’ dovremmo imparare a chiedere ‘che idea di paese mi stai proponendo? Che paese saremo tra 10 anni?”

Damiano Zannetti

23 luglio 2018

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