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Fiestas Patrias 2022 a Roma: 201 anni di indipendenza del Perù

Da giovedì 28 a domenica 31 luglio 2022 la comunità peruviana si è riunita per celebrare i 201 anni dell’indipendenza del Perù dagli spagnoli al parco Madre Teresa di Calcutta in Viale Palmiro Togliatti a Roma.

Dopo ben due anni dalla pandemia sono ripresi i festeggiamenti grazie al Consolato generale del Perù della capitale che ha organizzato questa Feria Turistica Gastronomica Bicentenario del Perù proprio per celebrare insieme la festa nazionale.

I festeggiamenti rientrano all’interno di un evento più vasto, che è il “Togliatti- summer 2022”. ”Ho lavorato tantissimo in queste 30 serate, vengo dalla Colombia e ho presentato vari gruppi e anche il mio repertorio di canzoni a questo Festival. Per questi giorni che celebrano il Perù presenterò moltissimi artisti tra questi Papaino banda show orquesta, William Barzola, Gisella Huerta, Emilio Ramirez, Diosdado Gaitàn Castro, Riber Ore e tanti altri”, racconto MrPapi Ramos, presentatore ufficiale di questo evento.

Fiestas Patrias 2022, l’indipendenza del Perù a Roma

“Sono qui da 25 anni, all’inizio ho vissuto a Centocelle i primi anni, adesso vivo alla Montagnola. Ho un figlio di 15 anni, nato qua a Roma, che si sente italiano (escludendo le volte in cui gioca la squadra nazionale Peruviana…), ho tanti amici italiani. Ho scelto questo parco perché ideale per accogliere tanta gente. In questi giorni infatti ci saranno tantissimi artisti peruviani che richiameranno molto pubblico”, dice il signor Fonseca, organizzatore dei festeggiamenti.

A Roma vivono, secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali a ottobre 2021, 14.115 peruviani, dopo Milano, la Capitale è la seconda città con una forte presenza peruviana. ”Questa iniziativa vuole promuovere e far conoscere il Perù in tutti i suoi aspetti…la musica, la cucina, i prodotti manufatturieri, la cultura”, continua Fonseca.

Le luci fanno da cornice ai vari stand di prodotti tipici peruviani che invitano chi passa ad assaggiare. Karima, una signora che da anni festeggia la Fiestas Patrias a Roma con la sua famiglia ci racconta di come le tradizioni peruviane siano rimaste solide anche se con qualche cambiamento relativamente al cibo – “il fusion è la novità ora, ma comunque ancora nelle famiglie si seguono le ricette tradizionali”.

Fiestas Patrias 2022: i sapori del Perù

Il parco Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio sentiero che fa scoprire la bellezza del Perù attraverso i suoi colori e sapori. Nell’aria odori che seppur diversi sono in armonia tra loro e in sottofondo si ascoltano canzoni tradizionali allegre, spensierate e coinvolgenti.

Girando per il parco si possono trovare anche stand dove è possibile fare acconciature ai capelli e chi invece vende piccoli portafogli e portadocumenti completamente fatti a mano.

La pineta è piena di diversi gazebo illuminati che offrono prodotti artigianali, cibo e bevande come quello di Junior Valenzuela: “sono a Roma da più di 20 anni e ho aperto un locale in zona Cornelia. Sto preparando il Pisco Sour. Questo cocktail è internazionale. Fu preparato la prima volta al bar Morris di Lima da un barman degli Stati Uniti e da allora è diventato l’ambasciatore del Perù nel mondo, “Il cocktail bandiera”. Se si sente dire Pisco sour, si pensa al Perù.”

Accanto al suo stand alcune donne che preparano i cibi peruviani più prelibati e famosi:

  • pollo a la brasa, piatto tipico a base di pollo condito con spezie e poi cotto allo spiedo sulla brace, che si accompagna con patate fritte e salse di tantissimi tipi;
  • picarones che sono un antipasto o dolce a base di farina di grano duro mischiata con zucca o con patata dolce, a forma di anello che si accompagna con salsa chancaca, a base di peperoncini gialli piccanti e formaggio fresco di mucca;
  • ceviches, un piatto a base di pesce e frutti di mare crudi marinati nel limone e speziati con peperoncino e coriandolo, e tantissimi altri.

C’è proprio spazio per tutti nella vastissima scelta di pietanze proposte. Allo stand che propone hamburger si trovano inaspettatamente anche opzioni vegane e questo denota la cura che si ha per tutti i tipi di pubblico.

Fiestas Patrias 2022, la comunità peruviana in festa

La festa dell’indipendenza è una ricorrenza che sta molto a cuore alla comunità e ce lo conferma anche Nicole, una ragazza di 19 anni che con la sua amica è venuta a festeggiare: “è il primo anno che sono a Roma ed è la prima volta che vengo qui. Quest’evento è importante per me e per tutta la mia famiglia ma non nascondo che è difficile celebrare la Fiestas Patrias lontano da alcuni parenti rimasti in Perù. In giorni come questi sento ancora di più la loro mancanza”.

I modi di festeggiare in Italia e in Perù sono ben diversi e ce lo racconta sempre Karima: “Per noi il 28 e il 29 luglio sono giorni festivi” – afferma – e riflette sui festeggiamenti in Italia – “ci sono gli stessi balli, le stesse canzoni, ma nel mio paese anche la località più piccola organizza qualcosa per festeggiare insieme. Sono molte le scuole e le università anche private, che partecipano e organizzano qualcosa”.

Un’altra festa importante tanto quanto quella dell’indipendenza è “El Senor de los Milagros”, la più importante ricorrenza religiosa e patriottica del Perù. Nel 1655 un terremoto devastò la città di Lima e molti edifici caddero ad eccezione del muro dove si trovava il dipinto di Gesù crocifisso.

Il nome “Signore dei miracoli” lo si deve proprio a questo quadro che diventò simbolo di preghiera e devozione per i cittadini peruviani.

Karima racconta di come sia ancora oggi una tradizione che resiste nel tempo e di come venga festeggiata in tutto il mondo. Ogni ottobre a Roma, infatti, si organizza una processione che parte da San Pietro con un corteo di persone che seguono il dipinto di Gesù crocefisso, gli uomini vestiti di viola e le donne che indossano anche un velo bianco e calze nere.

“Festeggiare, stare insieme e ritrovarsi nonostante il cambiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni di pandemia. Ricordare chi siamo e da dove veniamo.” – sono queste le parole con cui persone come Karima si raccontano. La Fiestas Patrias rappresenta per la comunità peruviana la possibilità di festeggiare insieme, di sentirsi legati alle proprie radici seppur a chilometri di distanza.

Aspettiamo dunque, la festa El Senor de los Milagros ad ottobre per immergerci nuovamente alla scoperta della cultura peruviana.

Giulia Fuselli ed Emanuela Pappalardo
Foto Fabrizio Santomauro
(7 agosto 2022)

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La Sindrome del 15 agosto: dieci giorni di incontri per la comunità afgana

La Sindrome del 15 agosto: dieci giorni di incontri per la comunità afgana a Roma.
Credits: United Nations Photo, Photo di Helena Mulkerns

È passato un anno da quando la storia della popolazione afgana è stata segnata ancora una volta dalla violenza; un anno da quando, il 15 agosto 2021, Kabul è caduta sotto il dominio talebano. Quei primi giorni di regime e di repressione restano indelebili nelle immagini delle persone in diretta all’ aeroporto, ammassate lungo le cinte murarie o aggrappate ai portelloni dei velivoli nel disperato tentativo di fuggire.

Quest’anno, dal 6 al 15 agosto, la comunità afgana avrà la possibilità di incontrarsi a Roma, nell’ambito di La Sindrome del 15 agosto – una possibile via d’uscita per l’Afghanistan, un’occasione per fare il punto su come e cosa sia cambiato e per provare ad immaginare quale strategia assumere per sopravvivere in un mondo dominato dalla violenzaDieci giorni di dibattiti, laboratori, costruzione di ambienti ospitali e percorsi di conoscenza reciproca organizzati dalla Scuola di Herat in esilio La Scuola è un collettivo informale di giovani artisti afgani nato alcuni mesi fa per mantenere vivo il dibattito sull’Afghanistan in sinergia con la comunità afgana a Roma. All’evento parteciperanno artisti e artiste afgane ma anche studiosi, accademici, fotografi, giornalisti e rifugiati/e arrivati in Italia con i corridoi umanitari e non solo.

“L’obiettivo dell’evento è di elaborare collettivamente l’ultimo anno trascorso, ragionando su come e cosa sia cambiato nelle nostre vite, cosa sia cambiato nel mondo. Come in una terapia collettiva, l’obiettivo è quello di confrontarsi per trovare insieme delle risposte” racconta Morteza Khaleghi, artista e attivista afgano, organizzatore dell’evento e membro del collettivo. Per Morteza la priorità è coinvolgere la comunità di Roma perché “la diaspora afgana è molto divisa dalla politica, dagli scontri etnici e religiosi e l’arte e la cultura possono avvicinare le persone. In particolare, possono aiutare a creare un momento di conoscenza reciproca”.
Le giornate di incontri saranno anche l’occasione giusta per ringraziare personalmente tutti e tutte coloro che hanno aderito al crowfounding lanciato meno di un mese fa per supportare le spese di organizzazione e di accoglienza degli artisti.

La Sindrome del 15 agosto: il programma

Durante il primo giorno di incontri ci sarà una tavola rotonda in lingua persiana per fare il punto sullo stato dell’arte in Afghanistan, con artisti/e afgani in esilio; a seguire una panoramica sulla fotografia in Afghanistan con l’educatore e fotografo Reza Heidari. Infine, ci sarà un incontro sull’arte del tappeto afgano con Nahid Nasiri. Il secondo giorno, invece, ha come obiettivo specifico il coinvolgimento degli afgani residenti in Italia. “Spesso i rifugiati non vengono ascoltati dalle autorità”, aggiunge Morteza. Questo potrebbe essere uno spazio di confronto in lingua, che talvolta costituisce un limite al dialogo.

Uno spazio molto importante sarà dedicato all’ascolto e al dialogo con i più giovani. Da lunedì 8 a venerdì 12 agosto sarà possibile partecipare ad un laboratorio di arteterapia con i più piccoli, coordinato da una psicologa afgana. “I bambini vivono un periodo di transizione nel quale manca, spesso, l’attenzione nei confronti della loro anima, della loro sensibilità”. Domenica 14 agosto l’iniziativa si concluderà con una camminata notturna alla scoperta della Roma degli afgani.
A fare da sfondo agli eventi è Roma, una città che rappresenta un punto di arrivo molto importante per la diaspora afghana. “Vorrei che Roma diventasse un punto di riferimento per la comunista artistica afgana. È il posto perfetto per creare un luogo ospitale”.

È possibile consultare il programma completo sul sito dedicato e continuare a donare per supportare l’iniziativa.

Giada Stallone
(6 agosto 2022)

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Nasce il premio IESS per scrittori esordienti latinoamericani

Premio IESS primo romanzo latinoamericano è il titolo del bando 2022 indetto da IILA – organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, Energheia – Associazione Culturale Matera, Edizioni SUR e Scuola del Libro, che ha l’obiettivo di contribuire alla diffusione e alla promozione della produzione letteraria latinoamericana contemporanea. Il premio, infatti, verrà conferito al romanzo di esordio di un autore o di un’autrice proveniente da uno dei paesi latinoamericani membri dell’IILA.

Requisiti e modalità di partecipazione al bando

La partecipazione è gratuita ed è aperta a scrittori e scrittrici di età non superiore ai trentacinque anni con cittadinanza registrata in uno dei paesi membri dell’IILA. I giovani partecipanti dovranno presentare un’opera non ancora tradotta né pubblicata in Italia, ma già edita in lingua originale o che sia in fase di pubblicazione (termine ultimo giugno 2023). Non sono ammesse opere auto-pubblicate, pubblicate solo in ebook, esclusi anche audiolibri ed edizioni digitali. Per essere selezionati è necessario compilare il formulario ed inviare alla segreteria del Premio (premioiess@gmail.com) quanto segue:
Opera in formato pdf;
Elaborato di presentazione e sintesi del romanzo;
Biografia dell’autore;
Descrizione e catalogo della casa editrice.
La chiusura del bando è prevista il giorno 30 settembre 2022 alle ore 24.

in cosa consiste il Premio IESS

L’opera vincitrice, scelta da una giuria di accademici, letterati e figure provenienti dal mondo editoriale, verrà annunciata entro il 31 dicembre 2022, la cerimonia invece si terrà entro il 31 dicembre 2023. Il premio consiste in:
• un contratto di edizione dell’opera che preveda la sua pubblicazione in cartaceo e digitale da parte di Edizioni SUR, da firmare entro gennaio 2023, con anticipo su royalties di 5.000,00 (cinquemila) euro;
traduzione dell’opera in italiano da parte di uno o più traduttori individuati dalla Scuola del Libro; revisione della traduzione, stampa e pubblicazione del volume da parte di Edizioni SUR entro dicembre 2023;
viaggio in Italia (un biglietto A/R a Roma in classe economica, vitto e alloggio) per partecipare alla cerimonia di premiazione e alla consegna del premio, ospitata nella città di Matera.

Per ulteriori informazione si rimanda al bando.

Cleofe Nisi
(5 agosto 2022)

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Lavoratori agricoli stranieri: quanti sono e dove vivono

Lavoratori agricoli stranieri: per la prima volta il rapporto Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agroalimentare, realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e ANCI, fa luce su un settore lavorativo da anni salito agli onori della cronaca, perché particolarmente soggetto al fenomeno del caporalato. Il rapporto, presentato il 19 luglio, è frutto di un’indagine condotta, su base volontaria, dai Comuni italiani ed è inserito all’interno del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020–2022.

lavoratori agricoli stranieri
Secondo gli studi di Alessandro Leogrande, i trattamenti riservati ai migranti “non si sarebbero mai potuti imporre al bracciante locale. Perché, anche nei paesi pugliesi dove il caporalato classico persiste, caporali e braccianti finiscono per essere parte della stessa comunità”. Foto Google

Lavoratori agricoli stranieri: un fenomeno nazionale

Quello del lavoro agricolo straniero è un fenomeno che interessa l’intero territorio nazionale: dei 3.851 Comuni che hanno scelto di partecipare all’indagine, quasi la metà della totalità dei Comuni italiani, 608 registrano una presenza di lavoratori stranieri nel settore agroalimentare.

Nel 78,8% dei casi i lavoratori stranieri vivono in abitazioni private, in poco meno del 22% dei Comuni sono invece presenti strutture alloggiative temporanee o stabili attivate da soggetti pubblici o privati e/o insediamenti informali.

Insediamenti informali: senza diritti né servizi

Particolarmente problematici per il rispetto dei diritti fondamentali e la garanzia di servizi base sono gli insediamenti informali o “ghetti”, cioè insediamenti sorti spontaneamente e comprendenti sistemazioni di fortuna che vanno dagli edifici occupati alle vere e proprie baracche. 38 dei Comuni che hanno partecipato alla rilevazione hanno dichiarato di ospitare sul proprio territorio ben 92 insediamenti informali, localizzati principalmente in:

  • Puglia, 31,6%;
  • Sicilia, 21,1%;
  • Calabria, 13,2%.

Il 34% degli insediamenti informali è totalmente privo di servizi essenziali, quali acqua potabile, fognature, energia elettrica, strade asfaltate e collegamento con i mezzi pubblici, servizio di raccolta dei rifiuti. Nel 76,6% dei casi rilevati dai Comuni i servizi socio-sanitari – assistenza sanitaria, mediazione culturale, assistenza sociale, corsi di alfabetizzazione – sono completamente assenti.

Gli insediamenti informali sono localizzati principalmente nell’arco di 10 km dal luogo di lavoro (58,7%), ma nel 10% dei casi si trovano a un raggio di oltre 50 km. Questo comporta notevoli difficoltà per una categoria di lavoratori in cui il tempo di trasferimento dall’abitazione al luogo di lavoro ricopre un ruolo decisivo: pagati ad ore, meno tempo impiegano per raggiungere il campo più tempo potranno dedicare alla raccolta. Da qui il ricorso a mezzi di fortuna e il numero elevato di incidenti (come non pensare agli innumerevoli investimenti di braccianti sikh in bicicletta sulle strade dell’Agro Pontino?) che si verificano ogni anno.

Un dato che colpisce particolarmente è quello della cristallizzazione del fenomeno dei “ghetti”, che nella maggior parte dei casi hanno più di un anno di esistenza, fino ad arrivare a oltre 20 anni.

Le poche informazioni che si riescono a ricavare da una popolazione per forza di cose sfuggente quale quella dei migranti che abitano i ghetti disegnano un quadro di marginalità e sfruttamento. Si tratta per l’83% casi di uomini, nella maggior parte dei casi in condizione di irregolarità con il permesso di soggiorno (62%), che provengono principalmente da:

  • 🇲🇦 Marocco, 31,9%;
  • 🇧🇩 Bangladesh, 21,3%;
  • 🇹🇳 Tunisia, 21,3%;
  • 🇮🇳 India, 20,2%;
  • 🇳🇬 Nigeria, 20,2%.

Insediamenti formali: più garanzie e diritti

Sono 111 i Comuni dove si registra la presenza di lavoratori migranti nel settore agro-alimentare che vivono in strutture alloggiative (temporanee o stabili) attivate da soggetti pubblici o privati, il 48,6% dei quali localizzati nel Sud e nelle Isole. Il fenomeno interessa 19 regioni italiane, ad eccezione soltanto della Valle d’Aosta.
Si tratta principalmente di strutture residenziali stabili, nella maggior parte dei casi presenti sul territorio da più di 4 anni (73,7%), quindi fornite dei servizi essenziali (acqua potabile, energia elettrica, fognature, raccolta rifiuti sono garantiti ben oltre il 90% dei casi) e ben coperte dai mezzi pubblici (77,1%).

All’interno degli insediamenti formali sono maggiormente garantiti i servizi socio-sanitari, come la mediazione linguistica culturale (79,5%), l’integrazione socio-lavorativa (65,9%), corsi di alfabetizzazione (64,9%), formazione professionale (54,6%). L’incidenza di lavoratori vittime di caporalato (10,4%) è inferiore rispetto a quella relativa alla popolazione degli insediamenti informali. In quest’ultimo caso, essendo praticamente impossibile accedere a servizi di assistenza legale o di tutela, si devono ipotizzare molti più casi di quanti effettivamente emersi.

I numeri degli sfruttati

Analizzare il fenomeno del lavoro migrante nel settore agroalimentare è un passo fondamentale per affrontare situazioni di sfruttamento e criticità, per loro natura difficili da far emergere. Di caporalato e sfruttamento lavorativo in agricoltura si parla ormai da anni e da qualche anno si è anche tentato di fare qualcosa (i lavoratori agricoli sono stati tra i protagonisti, per esempio, della discussa campagna di regolarizzazioni avviata nel 2020).

Tuttavia quello dello sfruttamento dei lavoratori stranieri in agricoltura rimane un fenomeno dai confini ancora incerti, perché difficile da quantificare: se il V Rapporto Agromafie e caporalato quantifica in circa 180 mila i lavoratori particolarmente vulnerabili e quindi potenzialmente soggetti a fenomeni di sfruttamento e caporalato, l’Osservatorio Placido Rizzotto stima inoltre che circa quattro milioni di lavoratori agricoli operino senza documenti, in condizioni di lavoro precario e di sfruttamento.
Anche i dati emersi da questo rapporto risultano con ogni probabilità sottostimati, per stessa ammissione dei Comuni in molti casi impossibilitati a dare una misura del fenomeno sul proprio territorio. Tentare di quantificare il fenomeno, tuttavia, è la precondizione per cui si possano orientare e attuare nel modo più confacente alla realtà politiche e strategie.

Silvia Proietti
(1° agosto 2022)

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In – Verse. Poesia Femminile dal Sudafrica

In – Verse. Poesia Femminile dal Sudafrica” è il titolo del volume scritto da Maria Paola Guarducci, professoressa associata di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi Roma Tre, e Francesca Terrenato, professoressa associata di Lingua e letteratura nederlandese presso Sapienza Università di Roma. L’opera, recentemente edita da Mimesis, attraverso lo stile saggistico offre uno sguardo su un corpus di testi di autrici sudafricane per lo più inedite in Italia.

Struttura del volume

Tre macro-questioni strutturano l’intero volume: storia, spazio, lingua/linguaggio, concetti da dover declinare al plurale. Da esse si sviluppano tre percorsi che si sdoppiano a partire dalle lingue della produzione analizzata, vale a dire la produzione poetica in inglese ed in afrikaans che segna gli anni Novanta del 900 e arriva fino ad oggi. Nell’introduzione le autrici precisano che “questo saggio a quattro mani nasce da un comune interesse nella poesia femminile come strumento di espressione, confronto, emancipazione nell’ambito di uno dei paesi più complessi della contemporaneità: il Sudafrica”. Già il titolo suggerisce che la poesia  – “verse” significa “verso” in inglese e “versi” in afrikaans – può manifestarsi come opposizione – “in”: “inversione”- ai discorsi socialmente dominanti contraddistinti dalla logica egemonica e antropocentrica europea. Pertanto, grazie alle macro-tematiche portanti, il saggio tenta di assolvere ad un preciso obiettivo, quello di dar voce a “narrazioni alternative che si coagulano su eventi, spesso concernenti donne, che la storiografia ufficiale ha rimosso, licenziato in modo sommario oppure, con procedimento inverso, celebrato in maniera ossessiva modellandoli in forma artefatte”.
In particolare, l’analisi della storia, remota o prossima, oscurata dal racconto ufficiale, che emerge dalle liriche, consente una rinnovata coniugazione del concetto di identità sudafricana troppo a lungo polarizzato nello schema oppressi/oppressori.
L’attenzione critica allo spazio, in aggiunta, mette in evidenza il tessuto di valenze politiche ad esso sotteso, di modo da mostrare come il territorio assuma, nelle poesie selezionate, un ruolo di testimonianza primaria dell’egemonia esercitata sulle donne, tanto che gli spazi descritti “non sono mai quinta teatrale, bensì produttori diretti o collaterali di storie e significati complessi”.
Infine, attraverso lo studio della lingua, spesso improntata ad una dimensione quotidiana e anti-letteraria, viene evidenziato il rifiuto da parte delle autrici sudafricane di una tradizione colta ed androcentrica. Diniego, quest’ultimo, che comporta in alcuni casi la scelta di ignorare la forma scritta e i circuiti editoriali, a favore di una poesia in vari modi performata, diffusa tramite i nuovi media.

Peculiarità dell’opera

Storie, spazi e lingue sono dunque le linee tematiche su cui è intessuta l’intera opera, che sorprende per la sua capacità di mettere in dialogo scrittrici e testi, restituendo un mondo di voci irriducibile ad un ordine strutturale. Infatti, questo insieme di testimonianze – di quando in quando parallele o intrecciate, talvolta completamente dissimili, sempre connesse – non si risolvono in una voce portante che rimuove le differenze, ma fanno piuttosto percepire l’eterogeneità che le connota.
Inoltre, “In – Verse. Poesia Femminile dal Sudafrica” si distingue per la raffinatezza dello stile, per la profondità dell’analisi, ma soprattutto perché costituisce una preziosa possibilità per conoscere un fecondo bagaglio culturale – per lungo tempo rifiutato, ancora oggi quasi del tutto ignorato dagli studi accademici – che merita spazio, ascolto e sensibilità critica.

Cleofe Nisi
(1 Agosto 2022)

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Africa MEDIAta, il rapporto di Amref sull’Africa nei media al Coni

Africa MEDIAta, il report di Amref sull’Africa nei media

CinemArena e analisi migrazioni dall’Africa sub-sahariana

Osservatorio mensile: sbarchi e arrivi dall’Ucraina a luglio

23 luglio 2022: equipaggio della nave umanitaria Sea Watch salva 101 persone a bordo di un'imbarcazione in difficoltà. Foto di @SeaWatchItaly via Twitter
23 luglio 2022: equipaggio della nave umanitaria Sea Watch salva 101 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà. Foto di @SeaWatchItaly via Twitter

Aumentano a luglio gli sbarchi di migranti, più di 4.500 rispetto al mese precedente. Sono oltre 12mila i migranti sbarcati a luglio in Italia: dall’1 al 29, 11.652 migranti hanno trovato approdo sulle nostre coste, 3.043 migranti in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e 4.590 in più rispetto a luglio 2020. Ai dati forniti dal Ministero dell’Interno vanno però aggiunti oltre mille migranti sbarcati negli ultimi giorni del mese. Tunisia, Egitto e Bangladesh restano le nazionalità maggiormente dichiarate al momento dello sbarco.

Sbarchi di migranti: i dati di luglio 2022

A luglio il giorno con più sbarchi è stato il 24, con 1.513 migranti giunti via mare in Italia. Quel giorno 674 migranti su di un peschereccio alla deriva sono stati salvati da tre motovedette della Guardia Costiera, da un’unità della Guardia di Finanza e da una nave mercantile a circa 124 miglia dalla Calabria. Purtroppo sono state anche trovate cinque persone senza vita.

Fortunatamente è sempre molto attiva anche la presenza delle ONG in mare: 444 le persone salvate nel Mediterraneo centrale dalla Sea Watch in due giorni. Ma con l’aumentare degli arrivi appare sempre più critica la gestione dell’hotspot di Lampedusa che, nonostante i continui trasferimenti, a luglio è arrivato a “ospitare” quasi 2mila persone a fronte di una capienza massima di 350 individui.

39.285 il numero totale dei migranti che è riuscito ad attraversare il mare e a raggiungere il nostro paese nel 2022 (al 29 luglio), con un aumento di 10.832 migranti sbarcati rispetto al 2021 e 25.949 rispetto al 2020. Un incremento tuttavia contenuto se consideriamo che, già nel 2011, più di 60mila persone sbarcarono sulle coste italiane durante la cosiddetta primavera araba e che nel periodo 2014-2017 il numero di sbarchi salì vertiginosamente, arrivando a 120-180mila migranti giunti via mare l’anno.

Per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati sbarcati in Italia nel 2022, questi risultano meno della metà dell’anno precedente: 4.345 nel 2022, 10.053 nel 2021.

In fuga dalla guerra: Ucraini in Italia

Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 15 luglio, sono 150.791 le persone in fuga dalla guerra in Ucraina arrivate fino a oggi in Italia, di cui 79.945 donne, 24.063 uomini e 46.783 minori. Le città di destinazione dichiarate all’ingresso in Italia sono Milano, Roma, Napoli e Bologna.

Vincenzo Lombardo
(31 Luglio 2022)

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Balcani: consigli di lettura da una viaggiatrice appassionata

Sabrina Micalizzi dopo il suo primo viaggio in Bosnia Erzegovina nel 2003 con Agostino Zanotti  si è resa conto di avere alcune lacune rispetto a quanto accaduto nella  guerra degli anni ’90 nell’ex-Jugoslavia, a pochi passi dalla nostra frontiera. Da un lato non riusciva ad accettare che, nonostante si ricordasse le immagini terribili in tv di Sarajevo assediata, l’intera guerra le fosse passata a fianco senza che si indignasse come avrebbe dovuto. Erano gli anni della morte di Falcone e Borsellino e l’impegno e i pensieri di Sabrina si erano focalizzati sulla lotta alla mafia e alla comprensione dei fatti tragici che stavano travolgendo la nostra penisola.
Con la volontà di approfondire le conoscenze su motivi e conseguenze della guerra dei Balcani degli anni ’90 Sabrina ha iniziato a cercare video, film dell’epoca e successivi agli accordi di Dayton che potessero farle comprendere meglio un conflitto particolarmente complicato. Da lì è poi iniziata una lettura quasi ossessiva di tutto ciò che riguardasse la Bosnia Erzegovina e la guerra dei Balcani.
Da allora Sabrina è tornata in Bosnia altre quattro volte e oggi propone ai lettori di Piuculture, interessati ai Balcani, una scelta di libri per l’estate che negli anni l’hanno interessata e emozionata:

Sarajevo

  • DIARIO DI ZLATA, Zlata Filipovic, BUR Rizzoli, 1995, 176p.
    É il diario di una ragazzina, Zlata, che nel 1991 aveva 11 anni e viveva a Sarajevo. Nei giorni dell’assedio Zlata registra tutto ciò che le accade, anche le piccole cose, raccontate alla propria amica immaginaria, Mimmy. Una testimonianza coraggiosa e commovente tradotta negli anni in più di venti lingue, arricchita anche da alcune foto di quei giorni.
    In uno dei momenti a me più cari del libro Zlata scrive: “Devo continuare a sopportare questa vita, a contare su di te , Mimmy, nella speranza che tutto ciò finisca. Voglio tornare ad essere una bambina con un’infanzia serena.”
  • LA FIGLIA, Clara Uson, Sellerio Editore, Palemo, 2013, 488 p.
    É  un potentissimo romanzo dove la scrittrice di Barcellona fonde dati storici con creatività letteraria, un vero e proprio “ibrido” romanzo con un’ampia galleria di personaggi reali come Slobodan Milosevic e Radovan Karadzic. Clara Uson racconta la storia di Ana, ragazza estroversa e brillante, amata dagli amici e orgoglio di suo padre, il generale Radko Mladic, per il quale Ana ha una devozione assoluta.
    Durante un viaggio però, ascoltando alcune allusioni fatte da amici e si insinua in lei il dubbio che suo padre sia una persona spaventosa, un criminale di guerra, il boia di Srebrenica. Ha solo ventitre anni ma questo dubbio la fa crescere in fretta fino a cambiarle per sempre la vita. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato che ci aiuta a scrutare nella follia del male e dell’amore incondizionato di una figlia verso un padre premuroso. Assolutamente imperdibile.
  • COME FOSSI SOLO, Marco Magini, Giunti editore, 2014, 224p.
    La lettura di questo romanzo non può lasciare indifferenti. Si parla del genocidio di Srebrenica e del successivo processo presso il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia con tre voci che si alternano: il magistrato spagnolo che segue il processo, un casco blu olandese di istanza a Srebrenica e rappresentante del contingente Onu colpevole di non aver impedito la strage, un soldato serbo-croato, vero protagonista della storia, volontario nell’esercito serbo, che fu l’unico a confessare di aver partecipato al massacro, l’unico processato e condannato. Duro come un pugno nello stomaco, mai retorico o banale, il romanzo ti costringe a riflettere sul rapporto tra responsabilità individuale e coscienza collettiva, riportando alla luce una delle pagine più buie della storia. “A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”: questa citazione riassume tutta la tragedia di quanto avvenne in quei giorni, i sensi di colpa, i dubbi e le paure di chi era lì.
  • LA PACE FREDDA – E’ davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina?, Andrea Cortesi e Luca Leone, Infinito Edizioni, 2019, 172 p (+DVD con il documentario di Marcella Menozzi)
    Libro corale di testimonianze che raccontano senza nulla tacere: la guerra, il ritorno alla pace, le difficoltà, le speranze e le delusioni della Bosnia Erzegovina di oggi, con il racconto di tragedie individuali e familiari e non solo. Sono coloro che dopo la firma degli accordi di pace si sono rimboccati le maniche per cercare di ricostruire un paese che invece è diventato prigioniero di nazionalismi, corruzione, povertà. Eppure, secondo i protagonisti, c’è ancora speranza di cambiamento nella popolazione e lo raccontano in maniera lucida e superando le appartenenze culturali. Leggendo, ma anche ascoltando le voci dei protagonisti nel dvd allegato, le loro testimonianze coraggiose, si coltiva il difficile terreno della memoria per non dimenticare cosa sia accaduto in quel periodo. Un libro assolutamente necessario.
  • TRE SERBI, DUE MUSSULMANI, UN LUPO, Luca Leone e Daniele Zanon, Infinito Edizioni, 2019, 304p.
    La storia è ambientata nel maggio 1992 a Trnopolje in Bosnia Erzegovina dove gli ultranazionalisti serbo-bosniaci vogliono sradicare i non serbi attraverso deportazione e omicidi. É una storia di fantasia ma poggia su solide basi storiche e su testimonianza, un libro che non è solo un romanzo ma anche un reportage di quanto accaduto. I protagonisti sono un gruppo di ragazzini, per i quali si fa il tifo sin dall’inizio, costretti a diventare adulti nel giro di una stagione, quella famigerata primavera del 1992. Sembra un romanzo per ragazzi ma alla fine del libro le testimonianze appaiono con tutta la loro drammaticità, riportandoci alla dura realtà. É una storia di grande amicizia, mai banale, che non trascura i dettagli storici e che può essere letta sia da adulti che da ragazzi, non nascondendo le verità, ma con una narrazione leggera e scorrevole. Un racconto che ci spinge, inesorabilmente, a riflettere sulla nostra vita e sul concetto di uguaglianza. Coinvolgente dalla prima pagina.
  • LA GUERRA IN CASA, Luca Rastello, Einaudi, 1998, 260 p.
    É in assoluto “il libro imperdibile” per eccellenza, scritto nel 1998, sui fatti della guerra nella ex Jugoslavia. Tanta storia, tante storie diverse tra loro, ma che ti colpiscono ognuna a modo suo, con un denominatore comune: la guerra, la violenza, la crudeltà, gli orrori, l’odio e il nostro stato d’animo di fronte a tanto dolore. Tra le storie c’è anche “LA VIA DEI DIAMANTI” che racconta l’agguato ai cinque pacifisti bresciani del 29.05.1993 a Gornji Vakuf dove vennero uccisi Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni e si salvarono Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Estremamente preciso nei dettagli storici e avvincente nella parte romanzata è scritto con passione da chi ha visto con i propri occhi, come volontario sul posto. Viene definito, non a caso, “un libro difficile da digerire perché tutto profondamente vero e proprio per questo così terribile”. É un libro che lascia il segno, non dimenticherete troppo facilmente di averlo letto ma, nonostante questo, ringrazierete per averlo fatto. Anche questo un libro necessario, assolutamente da non perdere.
  • MASCHERE PER UN MASSACRO, Paolo Rumiz, Feltrinelli, 2013, 205p.
    Con questo libro Rumiz apre gli occhi del lettore sulle cause che hanno scatenato la guerra nei Balcani. Ripercorrendo le varie tappe del conflitto, si ha un’analisi particolarmente critica, a tratti veramente forte che porta a capire le vere dinamiche del massacro. Nessun conflitto etnico alla base degli scontri iniziali, bensì la volontà di distruzione studiata a tavolino. Sul banco degli imputati salgono tutti, i nostri media che danno informazioni non esatte e superficiali, ma soprattutto i politici occidentali accusati di essere stati complici silenziosi di numerosi genocidi e crimini di guerra. Un libro che, da parte di molti, dovrebbe essere letto nelle scuole. Ancora una volta un libro estremamente interessante e imperdibile.
  •   Scelta dei testi e recensioni
    di Sabrina Micalizzi
    (31 luglio 2022)

9-28.8 Videogallery Radicals – Kaneto Shindō

“Radicals” è il titolo della rassegna cinematografica incentrata sulla produzione del regista giapponese Kaneto Shindō, curata da Irene de Vico Fallani e Giulia Lopalco, ospitata a Roma, presso il Maxxi, dal 9 al 28 agosto, con ingresso gratuito.

Figura centrale del cinema giapponese, Kaneto Shindō offre, attraverso i suoi film, un ricco mosaico di figure, uomini e donne, che vivono ai margini della società, mettendo in evidenza, per mezzo di un linguaggio austero e secco, il carattere psicologico di questi personaggi. Con grande libertà di espressione, il registra pone sotto il riflettore la drammaticità e la peculiarità ascrivibile ad alcune realtà della società giapponese.

Film in proiezione

– da martedì 9 a domenica 14 agosto, ore 17, “I bambini di Hiroshima”, 1952, durata: 97 min., lingua: giapponese con sottotitoli in inglese
– da martedì 16 a domenica 21 agosto, ore 17, “L’isola nuda”, 1960, durata: 96 min., lingua: giapponese con sottotitoli in inglese
– da martedì 23 a domenica 28 agosto, ore 17, “Onibaba – Le assassine”, 1964, durata: 103 min., lingua: giapponese con sottotitoli in inglese

 

 

Lipa: il Centro lungo la rotta Balcanica lontano dagli occhi dell’Europa

Lipa e la sua città più prossima Bihac, a sedici chilometri dal confine arrivando in Bosnia Erzegovina dalla Croazia, sono state al centro delle cronache dal 2018 per essere uno dei punti di partenza, lungo la rotta Balcanica, per accedere alla fortezza Europa.

Il campo di Lipa
Lipa: Temporary Reception Center (foto Edoardo Del Bello)

Lipa: un Temporary Reception Center nel nulla

Procedendo verso sud a poco più di venti chilometri da Bihac si lascia la strada principale e si comincia a salire verso l’altipiano. Tornante dopo tornante si percorrono circa due chilometri e si arriva a 700 metri di altitudine, in mezzo al nulla, in una spianata dove la strada non più asfaltata, grigio chiaro, polverosa, è un tutt’uno con i container di metallo allineati su più file circondati da asfalto. Il tutto è incluso in un avvallamento delimitato da una alta rete, che contiene anche uffici, infermeria e varie strutture. Non un filo d’ombra, un albero, il tutto acceca sotto il sole cocente, in un caldo pesante: è il Temporary Reception Center di Lipa.
Le reti, i cartelli che invitano a non fotografare, la guardiola di accesso dove chi entra dal mondo e chi esce dal campo consegna i documenti, danno l’idea di un’area dove non si è liberi, dove bisogna rispettare  delle stringenti regole di accesso, dove non si può interloquire con gli ospiti durante la visita se non nello spazio riservato alle attività, dove ci si muove in gruppo e non ci si deve allontanare dai compagni di viaggio, amministratori e associazioni del terzo settore, portati fin qui dal Coordinamento provinciale degli enti locali per la pace e la cooperazione internazionale di Brescia, in collaborazione con RIVolti ai Balcani.
L’effetto è straniante. La strada di accesso in discesa conduce alla mensa e poco distante alla cucina destinata a chi desideri prepararsi il cibo da solo: un insieme di braceri in grandi contenitori cilindrici di metallo, sotto un’alta tettoia. É un’occasione per preparare autonomamente un pasto con la spesa fatta a caro prezzo nello spaccio appena fuori dal campo o con un pacco che contiene pollo, patate, cipolle, aglio, olio e quanto serva a cucinare. La materia prima si può prenotare il lunedì alle 11.30, una volta ogni due settimane, nel piccolo ufficio che IPSIA e Caritas hanno nel campo. Mentre ogni giorno alle 11 si può passare, nello stesso container, a bere un caffè o una tazza di tè. Nello spazio a fianco si ha un tipo di supporto diverso, pubblicizzato dalla frase “Not all wounds are visible”, Non tutte le ferite sono visibili.
In fondo al campo c’è la lavanderia dove si lasciano gli indumenti che vengono riconsegnati nei giorni successivi, qualche stendino, qua e là fuori dai container, loculi infuocati con 3 letti a castello sotto il sole estivo. Boubacar senegalese, tutti i nomi sono di fantasia, ha appena consegnato la biancheria da lavare, ma indugia nel andar via, non vuole perdere l’occasione di uno scambio, e con il corpo flessuoso si appoggia al container come un giovane rampicante.
Più avanti uno spazio ampio è destinato alla preghiera.

Il market di Lipa

Lipa: l’emergenza è superata

Nell’aria rarefatta solo uomini, giovani e giovanissimi, compiono riti quotidiani sempre uguali. Sono gli attuali ospiti del campo, non arrivano a 400, in una struttura preposta a ospitare 1500 persone inclusa una parte separata dedicata alle famiglie e una ai MSNA, entrambe vuote, perché i nuclei famigliari e i giovanissimi sotto i 18 anni hanno trovato collocazione in strutture meno isolate. L’emergenza se si guarda ai dati è superata, anche se nei primi quattro mesi del 2022 la strada più battuta di accesso all’Europa è stata la rotta Balcanica Occidentale che ha rappresentato quasi la metà di tutti i valichi di frontiera illegali con 27.172 attraversamenti (dati Frontex). Un aumento del 130% rispetto allo scorso anno, si tratta  prevalentemente di Siriani, Afghani e Turchi che provano a entrare in Europa, ma sempre meno dalla Bosnia Erzegovina. Nella zona di Lipa le presenze sono via via più contenute come dimostrano i numeri del campo. Infatti dopo un sostanziale aumento degli arrivi che sono stati più di 85.000 dal 2018 alla fine del 2021, le autorità della Bosnia-Erzegovina hanno registrato domande di asilo via via decrescenti: 1572 nel 2018, 785 nel 2019, nel 2020 sono state 245, riducendosi di un terzo e hanno avuto un ulteriore decremento del 32% nel 2021, quando sono state presentate 167 domande di asilo(dati UNHCR).

Partita di volano
Partita di volano(foto Katia Bresadola)

Lipa: se questo è un uomo

Mohamed si avvicina, arriva dal Pakistan, ha provato due volte il Game senza successo, chiede, in inglese, i nomi di quegli ospiti inattesi, saluta giungendo le mani in segno di pace.
Vicino all’uscita del campo c’è l’ampio locale coperto dedicato alle attività, è stato inaugurato nel maggio 2022, i ragazzi si raccolgono qui, l’unico spazio nel quale hanno accesso dove il caldo sia mitigato dall’aria condizionata. Nello spiazzo antistante all’entrata due giovani afghani giocano a volano e Agostino e Cristina raccolgono la sfida, pochi minuti di normalità come in una corte tra i palazzi di qualsiasi città del mondo. L’impressione, ma probabilmente è solo un’impressione, è che i giovani afghani sembrino i più “a loro agio” in questa situazione surreale, gli africani i più provati, alcuni hanno occhi vacui, lontani. Diversi non ce l’hanno fatta a “vincere” il Game: Hamidou, del Burkina Faso, ha tentato tre volte, Josef del Camerun “ho provato a entrare in Croazia per due volte” spiega, mentre osserva tre giovani pakistani che utilizzano la loro sapienza alla macchina da cucire.
Dal Game tornano con ferite dovute al cammino nella natura impervia che attraversano per entrare nella UE o per le violenze della polizia che soprattutto in territorio croato ostacola l’accesso e respinge fuori dai confini europei.
Morteza, afghano, si dà da fare a ricomporre un puzzle, ha provato due volte il Game, il suo obiettivo è la Germania “perché lì c’è lavoro”.
È incredibile pensare che mentre nell’agosto 2021 la comunità internazionale si mobilitava per mettere in salvo gli Afghani che cercavano vie di fuga dai talebani all’aeroporto di Kabul, non faccia nulla per accogliere i rifugiati afghani che transitano in Bosnia per entrare nella UE.
A Lipa hanno trovato posto anche i primi cubani, alcuni sono omosessuali che lasciano l’isola caraibica poco tollerante nei confronti degli appartenenti alla comunità LGBTQI+ e, paradosso, arrivano in Europa con un volo, con regolare visto, per la Russia certamente non un paese gay friendly. In Bosnia Erzegovina entrano dalla Serbia, anche loro hanno come obiettivo di raggiugere un paese UE dove vivere senza subire discriminazioni.
Senz’altro oggi nel campo di Lipa, gestito dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM, agenzia collegata alle Nazioni Unite) e finanziato in larga misura dalla UE e dai governi di alcuni paesi europei, Italia inclusa, le condizioni di vita sono migliorate rispetto al primo campo tendato distrutto dall’incendio del 23 dicembre 2020. Sono garantiti i servizi essenziali, anche se il rapporto sull’area balcanica di Border Violence Monitoring Network del 26 luglio 2022 denuncia che a partire dal 28 giugno l’acqua non è stata disponibile per diversi giorni. L’unica acqua per bere e per lavarsi è stata fornita da un camion cisterna, acqua razionata quindi, non si poteva fare la doccia, né sciacquare i servizi igienici, un disagio pesante visto il caldo torrido di inizio luglio. Ma cosa anche più grave il rapporto denuncia un clima di intimidazione e punizione, nel campo, imposto dai funzionari di polizia.  

due ragazzi che parlano
Due ospiti del centro di Lipa(foto Valentina Costa)

Dopo Lipa dove si va?

Chi sono i ragazzi di Lipa? Giovani che hanno lasciato le loro case, le famiglie, il paese dove sono nati perché impossibilitati a vivere a causa di guerre, dittature, cambiamenti climatici.
Che prospettive hanno? Di essere rimandati a casa gratuitamente attraverso i rimpatri volontari assistiti gestiti dall’OIM. Mentre sono lontane le possibilità di inclusione o le prospettive che le richieste di protezione vengano accolte, in media la domanda di asilo ottiene risposta in oltre due anni
Il campo di Lipa è la manifestazione evidente delle politiche migratorie europee che tendono a tenere i migranti lontani dagli occhi, fuori dai propri confini, a respingerli anche con la violenza e senza rispettare i diritti.
Giovani nel pieno delle forze ridotti a far passare il tempo, a temperature sotto zero l’inverno e con un caldo torrido d’estate, in uno spazio isolato dal mondo dove il primo centro è raggiungibile a piedi in minimo 4 ore di cammino. Non stupisce che molti preferiscano rimanere fuori dal campo, soprattutto quando le condizioni climatiche non sono proibitive, occupano edifici fatiscenti, abbandonati, ma sono più vicini ai centri abitati, liberi nei movimenti e nell’organizzare il Game.
Il cibo da cucinare, il caffè, lo spazio per le attività, la presenza dei volontari con i quali svolgere giochi, compilare documenti rendono alcune ore della giornata degli abitanti di Lipa quasi umane. Ma è l’accumularsi del tempo di attesa, la mancanza di prospettive, la condizione, pressoché, di reclusione a rendere il tutto difficile da accettare per chi lo vive ed è inaccettabile per chi vi approdi da una vita normale.

Nicoletta del Pesco
(29 luglio 2022)

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Riammissioni lungo la rotta Balcanica: Lamorgese a Trieste

Rotta Balcanica occidentale e respingimenti: i dati sugli ingressi in Italia 

 

Il ricatto dell’omosessualità nella Russia senza diritti: Vlad

Cremlino bandiere
Fonte: Pixabay

“Se mi chiedi cos’è per te la Russia, io ti rispondo brutalità e aggressione. Ho deciso di lasciare il paese anche per questo e ho ottenuto la protezione internazionale anche per questo”. Ogni anno presentano domanda d’asilo in Europa migliaia di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali: Vlad, nome di fantasia, ha scelto di partire quando, per l’ennesima volta, hanno usato la sua omosessualità come ricatto.

Quando parla dell’Italia descrive un eldoralo dei diritti: “quando sento di queste aggressioni omofobe, io non ci credo, non credo che possano succedere, neanche nel Sud profondo che descrivono come più chiuso e arretrato”.

Ma i dati raccontato una realtà diversa: nel corso del 2021 oltre 20.000 persone si sono rivolte alla Gay Help Line, il numero verde antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans. Circa l’80 per cento ha chiesto aiuto per aver subito violenze e maltrattamenti in famiglia, aggressioni, bullismo, discriminazioni sul lavoro. Sono dati che vanno letti alla luce di due fattori: non esiste una legge contro l’omotransfobia, di conseguenza non esistono dati ufficiali del Ministero dell’Interno, e molte denunce non vengono presentate per paura.

La percezione di Vlad è frutto di 35 anni di vita in una Russia senza diritti: “Quando sono arrivato in Italia, nel 2015, ho smesso di avere paura, di temere che qualcuno mi chiedesse: hai una fidanzata?” Dopo 7 anni, lavora part time nella logistica di una grande azienda di Milano e ha ottenuto lo status di rifugiato, ma “certamente non si può dire che sia stato facile, la burocrazia non è facile neanche per gli italiani”.

Dalla Russia senza diritti alla protezione in Italia: la storia di Vlad

Arrivato a Roma, ha richiesto la protezione internazionale: la possibilità di ricevere un esito positivo è legata a una una serie di parametri oggettivi e soggettivi che si riferiscono alla storia personale dei richiedenti, alle ragioni delle richieste e ai paesi di provenienza. Quando non c’è criminalizzazione è ancora più complicato dimostrare le discriminazioni subite. E la Russia ha solo una legge contro la Propaganda Gay, in vigore dal 2013.

A determinare un percorso lungo e tortuoso, nel caso di Vlad, però non è stato il paese di origine, ma un sistema poco incline all’ascolto e un momento particolarmente difficile per i migranti arrivati in Italia.

“Al primo incontro il funzionario mi ha ascoltato per 12 minuti e mi ha dato il permesso di soggiorno per motivi umanitari che è durato due anni”. Al momento della scadenza, ha presentato richiesta di rinnovo ma è rimasto senza documenti per oltre un anno.

Mentre aspettava una risposta, il Decreto Salvini ha eliminato questa forma di protezione lasciando, secondo i dati registrati da ISPI, tra il 2018 e il 2019 più di 26.700 persone nell’irregolarità.

“Per fortuna il fattore umano in Italia ti salva sempre: ero senza lavoro e senza documenti, chiedevo aiuto a tutti”. Le sue richieste sono arrivate anche alla Gay Help Line che, tra le altre attività, offre supporto alla comunità migrante LGBTQI+ nel lungo e difficile iter da seguire per avere o rinnovare i documenti. Grazie a un operatore, è entrato in contatto con l’associazione Quore di Torino che ha richiesto l’accesso agli atti e ha ottenuto un nuovo colloquio per la protezione internazionale.

Con 5 ore di dialogo, Vlad è diventato rifugiato in Italia: 12 minuti, d’altronde, non possono bastare per raccontare anni di criminalizzazione silente.

Nella Russia senza diritti l’omosessualità è un’arma di ricatto

Cosa ha convinto la commissione? “Sono stato credibile, ho parlato senza interprete, hanno letto nei miei occhi che ero sincero”. Ma il via libera è arrivato soprattutto per i contenuti del racconto: “Non volevo più vivere in Russia perché la privacy non esiste. I tuoi datori di lavoro possono entrare nel tuo account di WhatsApp, di Facebook, di qualsiasi cosa. Volevo licenziarmi perché avevo trovato un altro lavoro, ma loro mi hanno ricattato perché avevano letto conversazioni con altri ragazzi. Mi hanno detto: diciamo a tutti che sei frocio“. Ed è proprio questo il termine che ripete in più occasioni per riportare le parole dei connazionali.

La stessa situazione si è riproposta più volte e in contesti diversi, tutti con uno sguardo internazionale: aeroporti, agenzie di viaggio, una società di servizi che operava per il Ministero della Difesa. “Mi hanno spinto a licenziarmi, perché criticavo Putin, sono omosessuale, e non ero d’accordo con tutte le offese che rivolgevano agli europei. Dopo questa esperienza ho deciso di partire”.

La Russia che descrive Vlad non è quella della provincia, ma quella di Pietroburgo, di Mosca. “Adesso sono abituato alla civiltà alcune cose le ho dimenticate”. É un paese in cui la libertà non esiste né fuori né dentro casa: “Due miei amici stanno insieme da 10 anni, ma si presentano come cugini e fanno attenzione a non farsi sfuggire nulla sui loro rapporti perché anche i vicini potrebbero ribellarsi, le persone non vogliono omosessuali nei paraggi. Devono stare attenti anche a chiudere bene le tende”.

Nella vetrina di Mosca, però, il regime ha interesse a tenere aperta una discoteca gay “così da poter dire agli europei: vedete, per noi non c’è alcun problema”.

Omosessualità in Russia: sempre meno diritti

Nella mappa ILGA World aggiornata a dicembre 2020 la Russia è in una zona grigia in cui non c’è né criminalizzazione né protezione e si registrano ostacoli legali alla libertà di espressione e alla registrazione o al funzionamento di organizzazioni che lavorano in favore della comunità LGBTQI+. Ma la situazione peggiora giorno dopo giorno: nella Rainbow map 2022 redatta da ILGA Europa tra 49 paesi analizzati, la Russia si posiziona al 46esimo posto, tra i territori più omotransfobici del vecchio continente.

“Quella che per me sembrava una situazione non favorevole adesso sarebbe una passeggiata al parco”, dice Vlad. È difficile conoscere il clima reale: al telefono certi temi non si possono trattare e non resta che leggere le espressioni del volto. Ma sicuramente gli ultimi mesi di conflitto non hanno fatto altro che rendere più duro il contesto di repressione.

“Nei paesi gestiti da un dittatore l’omosessualità simboleggia la libertà che l’Europa può garantire. Se i rapporti con l’UE peggiorano, peggiorano anche i diritti”.

Ed è proprio così. Secondo quanto riportato da Gay.it lo scorso 12 luglio, la Russia sta pensando di estendere la legge contro la propaganda Gay e di inasprire le sanzioni collegate. La conferma sarebbe arrivata proprio dal presidente del parlamento russo Vyacheslav Volodin, che avrebbe dichiarato: “Le richieste di legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso in Russia appartengono al passato. I tentativi di imporre valori estranei alla nostra società sono falliti”.

Rosy D’Elia
(20 luglio 2022)

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Gay Help Line: 800713713 via web o Speakly chat attivo dal lunedì al sabato, dalle 16 alle 20 – Gratuito da tutta Italia sia da telefono fisso che da cellulare

Speakly chat anche in inglese: lunedì, mercoledì e venerdì 

Sportello intercultura: ogni due giovedì dalle 16 alle 18, via Nicola Zabaglia, 14 (Metro B – Piramide)