Mediterraneo in rivolta

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“E’ caduto il muro della paura” in Egitto. La protesta popolare al Cairo, in piazza Tahrir, è entrata nella sua quarta settimana. Gli egiziani si ribellano contro il governo autocratico di Hosni Mubarak e ne chiedono le dimissioni. La Tunisia, il mese scorso, è riuscita a liberarsi del suo presidente Ben Ali, un “cleptocrate”, che è fuggito verso l’esilio. Ieri, nell’università di Roma Tre, egiziani, tunisini e italiani si sono trovati per discutere le notizie di attualità che provengono dai paesi del Magreb, nel Nordafrica, un’area che era sempre stata considerata tranquilla e che è percorsa adesso da segnali di rivolta e di sollevazione. All’incontro, accanto ai docenti di Roma Tre, erano presenti i responsabili di organizzazioni arabe, come il Comai (La Comunità del mondo arabo in Italia), il rappresentante tunisino dei Giovani Musulmani in Italia, un giornalista egiziano e l’ex ambasciatore italiano in Egitto, Antonio Badini. In apertura sono state ripercorse le tappe degli ultimi avvenimenti : colpisce soprattutto la partecipazione alle sommosse, in massa, dei giovani, sia a Tunisi che al Cairo, indignati e frustrati dalla mancanza di lavoro e dalla gestione autoritaria e repressiva delle loro elites politiche. I giovani hanno utilizzato ampiamente i mezzi telematici per coordinarsi, Facebook, Internet, Twitter, che le autorità, di conseguenza, hanno voluto oscurare per qualche giorno, nel timore di un’espansione eccessiva della protesta.  Questo volto giovane della sollevazione popolare è l’aspetto che ha trovato maggiore eco nei media internazionali, soprattutto in quelli americani. Ma la partecipazione alle manifestazioni di piazza, occorre aggiungere, è rimasta elevata anche durante i giorni privi dei media telematici.

Nell’incontro a Roma erano presenti in gran numero gli studenti italiani insieme a giovani egiziani e arabi, maschi e femmine. Il pubblico ha osservato un minuto di silenzio in rispetto delle vittime cadute durante la repressione di queste settimane : quasi trecento in Egitto. Le voci della tavola rotonda, cui partecipavano alcuni giornalisti italiani, si sono espresse con tonalità diverse. Le parole più caute sono state pronunciate dall’ex ambasciatore in Egitto, per sottolineare la delicatezza di questa fase di transizione – il presidente Mubarak non si è dimesso, il suo vice Suleiman guida insieme ad altri membri del regime il governo provvisoriamente – che potrebbe consentire alla fazione radicale dei Fratelli Musulmani di farsi avanti e di imporre la sua linea all’opposizione. L’opposizione, incarnata in questo momento dalla massa dei giovani dimostranti ancora priva di orientamenti e di una chiara leadership, non è in grado di esprimere proposte e rappresentanti propri : questo costituisce una debolezza che equivale a un’opportunità politica per il partito islamista e radicale dei Fratelli Musulmani, l’unico gruppo organizzato del paese. Nella discussione, molti interventi hanno convenuto sulla rischiosità della fase che sta attraversando l’Egitto, ma molti hanno anche affermato che gli estremisti islamici, non disponendo di grande consenso nelle manifestazioni correnti, costituiscono un pericolo minore rispetto alla difesa ostinata dello status quo. E’ stato sottolineato che nella piazza Tahrir non è stata bruciata una sola bandiera americana né una bandiera israeliana ( Israele e la questione palestinese hanno occupato il sottofondo del dibattito) . “Non si può rimandare la rivoluzione come si rimanda una malattia”, ha sostenuto Fouad Aedi, del comitato degli arabi italiani : il nostro è un paese abituato al pluralismo religioso, che ospita molti cristiani, copti e maroniti. La tesi che l’allontanamento di Mubarak costituisca per il popolo egiziano un’imprescindibile passo avanti sia dal punto di vista simbolico che politico è stata accolta con molto favore dal pubblico. L’Occidente deve fare di più, “ha molte colpe” è stato detto, alludendo al lungo silenzio con il quale le dinastie autocratiche arabe sono state tollerate dalle democrazie europee e dall’America malgrado la loro natura dittatoriale.

L’incontro “Mediterraneo in rivolta” è stato promosso dal prof. Franco Rizzi, che insegna Storia dell’Europa e dei paesi mediterranei nell’Ateneo di Roma Tre.

Simonetta Piccone Stella
(9 febbraio 2011)