Hockey su prato – partire dalle scuole

 

Marco Grossi, allenatore dei bambini delle scuole, dell'U14 e assistente della prima squadra

Da 15 anni la Butterfly Roma Hockey ha un accordo con le scuole elementari del VII Circolo Montessori per l’insegnamento dell’hockey su prato come attività ludico-didattica. Oltre alla Santa Maria Goretti, anche lo Chateaubriand, la Cardinal Massaia e la Vigne Nuove fanno svolgere questo programma ad una classe di quarta ed una di quinta. Gli allenamenti si svolgono mercoledì e venerdì subito dopo l’orario scolastico, ai campi sportivi dell’Acqua Acetosa, sotto la guida tecnica di Marco Grossi, allenatore anche dell’under 14 maschile ed assistente di Ondrey Vudmaska, coach della squadra che milita nella massima categoria, l’A1.

Finite le elementari starà poi ai bambini scegliere se proseguire l’avventura dell’hockey nelle squadre giovanili. “Gran parte delle nostre giovanili sono costituite da ragazzi che hanno iniziato a giocare con il programma con le scuole. Dipende dalle annate, comunque in media 5-10% decide di continuare a praticare questo sport. Del resto la fascia di età tra gli 8 e gli 11 anni è quella più ricettiva nell’apprendimento e nella coordinazione fisica”, racconta Marco Grossi. Non partecipano ad un campionato, ma vengono organizzati dei tornei e delle amichevoli sia tra società che dal Comitato Regionale. In più a fine anno si svolge una competizione tra le classi.

La presenza di bambini stranieri dipende dalla composizione delle classi scolastiche: c’è una prevalenza di cinesi e sud americani. Salendo di categoria troviamo in serie A1 due egiziani, Mohamed Gamal, 29 anni, olimpionico ad Atene 2004, e Mohamed Samir, 27 anni, anche lui in nazionale. Insieme al Kenya, l’Egitto è una delle realtà africane più forti. “Ma con i musulmani praticanti c’è il problema del mese del Ramadan. Non mangiano e bevono fino al tramonto quindi sono troppo deboli e le prestazioni ne risentono”.

Stili di gioco Fino a pochi anni fa India e Pakistan erano tra le equipe più forti del mondo. “Sono squadre con buona tecnica individuale ma poca voglia di allenarsi, ed hanno risentito del passaggio dal campo in erba al sintetico, che richiede maggiore preparazione fisica”. La nazionale di riferimento è diventata l’Olanda, giusto mix di “organizzazione e individualità. Migliore rispetto al gioco schematico dei tedeschi.” Il paragone è comunque anche interno. Marco Grossi è infatti il secondo di Vudmaska, giocatore ancora in attività e nazionale ceco, presente ai mondiali dello scorso febbraio. “Ondrei è più rigido rispetto a me. Lavora molto sulla tattica e sulla tecnica dei passaggi. È per un gioco molto votato all’attacco”.

Il panorama italiano Rispetto ad altri paesi europei l’hockey italiano è nettamente in ritardo, soprattutto dal punto di vista organizzativo e delle strutture. Se in Inghilterra viene praticato molto nelle scuole, soprattutto a livello femminile, in Olanda è il secondo sport dopo il calcio. “Ci sono 200 mila tesserati nei Paesi Bassi, con impianti di livello, 6-7 campi a squadra, praticamente come se l’Acqua Acetosa fosse solo per l’hockey. Inoltre si finanziano con i club house, luoghi di incontro e socializzazione, e con bar legati esclusivamente alle società”. In Italia la nazionale non ottiene grandi risultati e non ha seguito, per questo è difficile che i ragazzi si iscrivano. Gioco forza in questo modo non sarà facile migliorare le prestazioni. Inoltre c’è la carenza di risorse economiche “rispetto ad altri paesi più piccoli come l’Olanda, ma anche Belgio e Svizzera, le nostre squadre sono più disperse sul territorio e diventa anche più difficile organizzare spostamenti continui per i raduni della nazionale”. Oltre Roma, i principali centri sono Cagliari, Padova, Bra e Catania.

Prospettive future Marco Grossi prova comunque a guardare con ottimismo a scenari futuri, ipotizzando – e forse sperando – ad uno sviluppo come è stato per il rugby. “Venti anni fa stavano nella stessa nostra situazione, poi dalla qualificazione al 6 Nazioni le cose sono cambiate”. L’Italia sta ai limiti nel ranking europeo per riuscire a qualificarsi alle competizioni continentali, “dove si arriva a 15-20 mila spettatori e gli sponsor sono grandi banche olandesi, come la Abn Amro e la Rabobank”. Due anni fa partecipò il Bra, ma l’uscita al primo turno costò la retrocessione nella graduatoria. Una possibile strada è la creazione di gruppi sportivi militari, “come le Fiamme Gialle, se una volta finita la carriera sportiva si ha una garanzia di carriera nell’arma, si potrebbero attirare più iscritti. La sola carriera nell’hockey professionistico non dà garanzie per il futuro, non consente di mettere soldi da parte” – come ad esempio può avvenire nel calcio.

Gabriele Santoro
(16 maggio 2011)