Badara Seck “star” senegalese in concerto al MAXXI di Roma

Badara Seck, senegalese, compositore, musicista, poeta e griot come gli altri membri della sua famiglia, tramanda alle nuove generazioni che arrivano o che nascono nel nostro paese le proprie origini.

Badara Seck da molti ritenuto l’erede della grande Miriam Makeba

A lui insieme al grande percussionista Ismaila Nbaye è stata affidata la chiusura con un concerto africano “contaminato” da ritmi brasileiri (Guantanamera) della due giorni di full immersion che si è svolta al Maxxi dal titolo S cambiamo il mondo. Una rassegna  dedicata allo scambio di culture attraverso il cinema, la musica, le arti marziali, i laboratori creativi che, complice la cornice cosmopolita del museo,  è stata per due giorni una piazza ideale per sottolineare attraverso i film prescelti, da Santiago Italia di Nanni Moretti a Cafarnao di Nadine Labaki, “l’importanza della conoscenza di altri orizzonti culturali e del fenomeno della migrazione – ha detto la psicoanalista Barbara Massimilla, presidente dell’associazione Dun che ha organizzato la kermesse – come simbolo di contaminazione feconda tra i popoli, segnalando ai più  giovani l’importanza della trasmissione intergenerazionale del patrimonio interculturale per immaginare e costruire società più umane fondate sul rispetto”.

Un momento del dibattito alla rassegna S-cambiamo il mondo con al centro la psicoanalista, Barbara Massimilla, Filomeno Lopes, filosofo di Radio Vaticana e Stefano Carta psicologo A.I.P.A.

Badara “star” riconosciuta dell’universo musicale africano è arrivato nel nostro paese nel 1998. Come musicista ha collaborato con molti dei nostri artisti più famosi da Ennio Morricone  a Mauro Pagani, a Massimo Ranieri con cui ha realizzato l’album “Oggi e domani” che gli è valso il disco d’oro e di platino,  ma non ha mai rinunciato  alla sua identità né a un ruolo attivo nelle trasformazioni dell’Africa e degli Africani.

Rappresentante “anziano” della comunità senegalese in Italia, Badara ha risposto ad alcune domande sull’aria che tira nell’Italia del decreto sicurezza – bis.

Un componente del gruppo che si è esibito al Maxxi nel concerto africano

Rispetto alla fine degli anni ’90 quando lei è arrivato in Italia, quali sono i cambiamenti che avete percepito come comunità?

 “C’è stato un grandissimo cambiamento in atto in questi ultimi anni,  sia a causa del mutamento della politica del governo, sia all’interno della nostra comunità che sente il bisogno di proteggersi e di essere maggiormente solidale tra chi vive  in Italia da molto tempo, ma soprattutto con chi arriva ora da fuori, con le barche, come profugo. Anche i nostri politici in Africa sono colpevoli per questo, perchè non si prendono le loro responsabilità e lasciano la gente a rischiare la vita.

Ma anche questa narrazione dei media che identificano gli africani soltanto con i profughi, gli ultimi della terra, i diseredati, deve avere termine. Noi siamo uomini appartenenti alla razza umana e abbiamo il diritto e il dovere di vivere al meglio la nostra vita. L’Italia è sempre stato un paese accogliente nei nostri confronti, il più accogliente. Sono i paesi  europei che hanno dimenticato il valore dell’amicizia tra i popoli”.

Badara insieme al percussionista Ismaila Mbaye, maestro di Djembè e Doun -Doun

 Ma secondo lei questo da cosa dipende? Com’è possible che di colpo la maggior parte della gente voti a destra, voti la Lega e sia diventata vostra “nemica”?

“Da una parte sono i media che contribuiscono a insinuare la paura e l’ostilità verso il “nero”, il diverso, dall’altra dobbiamo anche chiederci,  che cosa abbiamo sbagliato noi. Per anni ci siamo identificati nei “vu’ cumprà” senza costruire nulla di concreto, senza imparare nulla. Molti di quelli che sono andati avanti una vita, vendendo teli sulle spiagge io li ho conosciuti, li ho visti: sono arrivati all’età della pensione e non hanno messo da parte nemmeno pochi euro per mantenersi.

Gli “italiani” di domani

Ora invece bisogna studiare, andare a scuola, imparare l’italiano e insegnarlo ai nostri figli che saranno gli “italiani” di domani. Sono i numeri a dirlo. Per questo bisogna imparare a convivere a conoscersi a scambiare le proprie culture, proprio come ha cercato di fare questa manifestazione organizzata dalla DUN onlus perchè solo dalla conoscenza può essere superata l’ostilità, la diffidenza. Il fatto nuovo è che anche le donne che fino a qualche tempo fa, quando c’erano, non uscivano di casa, stanno cominciando a comprendere che devono impegnarsi in prima persona in questa direzione per il bene dei loro figli”.

 

Alcuni partecipanti alla rassegna in un momento di pausa nel bar del Maxxi

Durante il concerto ha raccontato un episodio della sua vita che parlava proprio della diffidenza di una sua vicina che la vedeva come “altro” da sè.  Lo vuole ripetere per i nostri lettori?

“Quando sono arrivato ad abitare in una casa a Labaro, mi affacciavo tutti i giorni dalla finestra per vedere se riuscivo a salutare la mia vicina di casa, ma come mi sporgevo lei tirava indietro la testa. Quando scendevo al portone, aspettavo di sentire i suoi passi per le scale per incrociarla e presentarmi, ma niente,  quella rallentava e, nel caso, si chiudeva in ascensore. Era ostilità, diffidenza, dovuta non a razzismo, ma solo al fatto che non mi conosceva. Nel tempo io ho insistito e Marina si è accorta che ero una persona perbene: ora vado spesso a mangiare la pastasciutta a casa sua”.

Ha creato il Coro Afrique per i bambini  afroitaliani e vi siete esibiti a Roma all’Auditorium, a  Firenze, in Calabria e a Palermo al Teatro Massimo. E’ un modo per aiutare i bambini africani di seconda generazione a recuperare le proprie radici?

Il coro Afrique canta all’Auditorium di Roma

“La nostra musica definisce l’identità di un popolo ed è  ricca delle tradizioni culturali del paese. Rappresenta quello che un africano vive. In Africa lo spazio è la natura e i bambini si identificano con la natura. Da essa derivano i suoni della nostra musica e le nostre radici”.

Del coro fanno parte anche bambini italiani?

“Abbiamo cori di 250/300 bambini, anche italiani. Loro cominciano a conoscersi a volersi bene fin da piccoli e a imparare a stare insieme attraverso la musica che è un linguaggio universale. Credo che l’Italia avrà un’altra mentalità in futuro se i bambini di oggi cresceranno sapendo che il popolo italiano è fatto anche di immigrati che amano questo paese. Sono convinto, ripeto, che il problema non è razziale ma è di conoscenza. Noi dobbiamo aprirci agli altri, sapendo che il futuro sono i bambini”.

Francesca Cusumano

11 giugno 2019

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