A Est come a Ovest i viaggi della speranza delle popolazioni in fuga dal paese dove vivono non sembrano essere molto diversi e meno privi di pericoli, in Lost land, presentato alla 82 Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, il regista giapponese Akio Fujimoto racconta il viaggio di due bimbi Rohingya, due MSNA, Minori Stranieri Non Accompagnati, che fuggono dal campo di rifugiati in Bangladesh per raggiungere in Malesia uno zio che non conoscono. Il loro viaggio attraverso la Thailandia è pieno di pericoli. La loro fuga è dovuta al fatto che sono Rohingya, una minoranza perseguitata dai governi del Myanmar perché non gli è riconosciuta l’appartenenza a nessun gruppo etnico. Analogamente agli apolidi sono obbligati a migrare.

Akio Fujimoto sceglie lo sguardo dei bambini
Shafi, quattro anni, e sua sorella Somira, che ha nove anni lasciano il campo in Bangladesh dove vivono per raggiungere la Malaysia e ricongiungersi con un parente emigrato.
L’immigrazione sembra essere il terreno fertile delle storie narrate da Akio Fujimoto dopo Passage of Life, film d’esordio del 2017, nel quale raccontava la difficile integrazione di una famiglia Birmana in Giappone, Fujimoto continua a raccontare l’immigrazione con Along the sea, le protagoniste, questa volta, sono alcune ragazze vietnamite emigrate, anche loro, in Giappone.
Con Lost land il regista torna a occuparsi del popolo birmano martoriato dalla guerra civile in corso dal 2021, dal sisma devastante del marzo 2025, dalle persecuzioni subite dalla minoranza Rohingya, in un paese che per queste ragioni ha sfollati interni che superano i tre milioni.
L’odissea di Shafi e Somira evidenzia la lotta per non scomparire
L’odissea di Shafi e Somira evidenzia la lotta di una comunità per non scomparire. Nel viaggio si alternano momenti drammatici: dal guadare il fiume al pericoloso viaggio via mare, a intervalli nei quali i due bambini si fermano e giocano come in una vita “normale” alla loro età e Shafi chiede “Dov’è casa?”. La situazione precipita e Shafi rimane solo, senza nemmeno comprendere appieno l’accaduto. La morte di Somira, sulla quale Fujimoto non indugia, non era indispensabile a far comprendere agli spettatori la tragedia di questi viaggi di popolazioni sradicate, in fuga da persecuzioni, eventi climatici avversi, carenza di opportunità di lavoro, e alla ricerca di una vita migliore.
Il film girato prevalentemente in Malesia mescola finzione e realtà ed è interpretato da attori non professionisti del popolo Rohingya, ma si avvale della fotografia di Yoshio Kitagawa presente a Venezia nel 2023 con Evil Does Not Exist che ottenne il Gran Premio della Giuria.
Akio Fujimoto racconta di “aver provato un forte desiderio di raccontare il viaggio dei Rohingya che lasciano la loro terra natale alla ricerca di un luogo dove vivere in pace”.
Il regista sceglie di fare un cinema che si fa strumento importante di racconto di realtà che trovano raramente spazio sui media, una narrazione degli ultimi che rimangono lontano dai nostri occhi.
Nicoletta del Pesco
(2settembre2025)
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