Vaisakhi Sikh: non solo rito, ma dono alla città

Nagar Kirtan: l’Esquilino si trasforma in un “tempio a cielo aperto”. Domenica 19 aprile 2026, la comunità Sikh di Roma e provincia si è data appuntamento in Piazza Vittorio per il Nagar Kirtan. Da oltre un decennio questa celebrazione — il cui nome significa letteralmente “cantare inni sacri nel quartiere” — non è solo una sfilata, ma un atto di condivisione della parola divina con l’intera città. La data non è casuale: cade durante il Vaisakhi, il mese del raccolto nel Punjab, che ricorda la nascita del Khalsa, la comunità dei battezzati, fondata nel 1699 dal decimo Guru, Gobind Singh Ji.

I Cinque Simboli: un’identità scolpita nel cuore

Per un Sikh battezzato, la fede si manifesta attraverso cinque oggetti sacri, detti anche le 5K, che Navan Preet Kaur, della comunità di Latina, ci aiuta a decifrare:

  • Kesh: i capelli mai tagliati. “È l’accettazione totale di come Dio ci ha creati,” spiega Navan. Per rispetto, si indossa il turbante.
  • Kara: il bracciale in acciaio. La sua forma circolare richiama l’infinità divina e funge da monito morale prima di compiere ogni azione.
  • Kirpan: il pugnale sacro. Non è solo per autodifesa, ma viene usato anche per la benedizione rituale del cibo.
  • Kachera: una sottoveste simbolo di uguaglianza tra generi e impegno alla fedeltà.
  • Kangha: il pettine di legno custodito tra i capelli, simbolo di ordine e pulizia interiore.

La sacralità della Parola e il rito della purezza

L’avvicinamento al libro sacro, il Guru Granth Sahib, richiede gesti di profondo rispetto. “Non è l’oggetto fisico a essere sacro, ma il messaggio che contiene,” precisa Navan. Durante la sfilata, nelle vie attorno a Piazza Vittorio, un gruppo di donne ha pulito e disinfettato minuziosamente la strada per preparare il cammino al carro sacro, attorno al quale si sono strette le figure religiose in vesti blu e arancioni.

Il dono del Langar: l’ospitalità Sikh

Cuore pulsante del Seva,  il servizio disinteressato, il Langar è il frutto del lavoro corale di un’intera comunità. Qui, i confini si dissolvono: ci si siede gli uni accanto agli altri per condividere non solo un pasto tradizionale, ma un profondo senso di fratellanza che accoglie, senza distinzioni, fedeli e visitatori.

Il gran finale: l’energia del Gatka

Come da tradizione, un’esplosione di energia ha segnato la conclusione dell’evento. Prima della preghiera finale, i giovani hanno dato spettacolo con il Gatka: quest’arte marziale millenaria ha incantato la piazza con duelli rituali, salti acrobatici e l’uso magistrale di bastoni e spade, dando prova della forza e della disciplina che da secoli caratterizzano questa cultura. Un ponte tra mondi che ci ricorda come l’integrazione passi da gesti semplici: il racconto dei propri simboli e il dono di un pasto in una piazza che, per un giorno, ha smesso di essere un semplice luogo di passaggio per diventare il cuore pulsante di una comunità senza confini.

Foto e testo Alessandro Guarino

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