Tra giochi in legno, scambi interculturali e pareti verticali, 759 giovani atleti hanno colorato i Mondiali giovanili di arrampicata sportivadi Arco. Sul finale, la protesta pacifica per Gaza e il boicottaggio del Comune.
I Campionati mondiali giovanili di arrampicata sportiva, svoltisi all’Arco Climbing Stadium, si sono chiusi lasciando una duplice memoria: quella di una straordinaria festa collettiva e quella di una forte presa di posizione politica. Se le cronache istituzionali si sono concentrate sul boicottaggio da parte della giunta comunale – guidata dalla sindaca Arianna Fiorio in segno di protesta per la crisi umanitaria a Gaza e in Cisgiordania –, chi ha vissuto la manifestazione giorno dopo giorno ha respirato una realtà fatta soprattutto di entusiasmo, condivisione e sana cultura sportiva.
La presa di posizione del Comune
La scelta istituzionale è nata come una forte presa di posizione etica e politica di fronte all’escalation della crisi umanitaria in Medio Oriente. Attraverso una nota ufficiale, la giunta comunale ha dichiarato l’impossibilità di rimanere indifferenti davanti agli eventi nei territori occupati della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, definendo “inaccettabile” la morte di oltre ventimila bambini e giovani a causa delle operazioni dell’esercito israeliano. L’amministrazione ha voluto calibrare il proprio gesto distinguendo il rispetto per lo sport dalla critica geopolitica, garantendo la propria presenza alla sola cerimonia di apertura.
Il villaggio globale ai piedi delle pareti
Tutte le gare si sono svolte con assoluta regolarità e senza alcun problema di ordine pubblico, immerse in una cornice naturale incredibilmente suggestiva. A rendere speciale l’evento è stata l’atmosfera vibrante e positiva portata dai 759 giovani atleti arrivati da ogni angolo del mondo. Al di fuori dalle pareti di gara, la vita del mondiale si è concentrata nell’area del villaggio e dei numerosi stand, veri e propri punti di ritrovo dove pubblico e delegazioni si mescolavano liberamente per ristorarsi. In questi spazi l’integrazione è passata attraverso il gioco e la scoperta: erano presenti giochi in legno costruiti a mano, prove di forza che richiamavano la fatica e la tenacia tipiche dell’arrampicata, una pista da skateboard per i più giovani e persino una piccola parete verticale promozionale dove chiunque poteva mettersi alla prova e divertirsi. Il tutto era completato da stand di merchandising, accessori tecnici e scarpette da climbing, in un flusso continuo di sorrisi e scambi interculturali.
La convivenza nello sport e il finale di protesta
In questo clima di generale serenità, la delegazione israeliana – composta da circa venti persone tra atleti e tecnici – ha gareggiato regolarmente. La frattura istituzionale e la tensione geopolitica, rimaste fino a quel momento confinate ai comunicati ufficiali del Comune, si sono palesate solo sul finale.
È stato infatti durante la cerimonia di premiazione che un piccolo corteo di protesta ha fatto il suo ingresso. I manifestanti hanno cercato di boicottare il momento protocollare intonando ripetutamente lo slogan “Free Free Palestine”. L’azione, tuttavia, si è consumata in modo assolutamente pacifico, senza intaccare la sicurezza dei presenti né la fluidità complessiva della giornata. Quello di Arco è stato così un Mondiale dai due volti: da un lato l’energia pulita di uno sport capace di unire i giovani della Terra, dall’altro l’eco inevitabile di una storia contemporanea che bussa anche alle porte dei campi di gara.
Testo e foto di Alessandro Guarino
(26luglio2026)
Leggi anche
Boxe contro l’assedio: a Roma sport, solidarietà e resistenza
Progetto SAME:sport per favorire l’integrazione dei giovani rifugiati














