Dalla esternalizzazione alla remigrazione. Il caso Albania

Esternalizzazione- CPR in Albania
Esternalizzazione- CPR in Albania

L’esito elettorale in Sassonia-Anhalt sancisce la crescente tendenza anti-migranti e l’abbandono della cultura dei diritti, faro di un’Europa che forse non c’è più, e rafforza la stessa tendenza nel Governo italiano.
Ma se la parola remigrazione è ormai entrata nel vocabolario della politica con conseguenze su alcuni episodi di vero e proprio razzismo, la realtà delle cose — produzione industriale e agricola in affanno, posti di lavoro in calo, crisi abitazioni, servizi e assistenza — segnala che senza immigrati il declino italiano è inarrestabile.

Declino demografico e lavoro: il contributo degli immigrati

In uno studio di Neodemos (forum di accademici che studiano i cambiamenti demografici) si legge che l’immigrazione straniera ha consentito, soprattutto negli ultimi vent’anni, di alimentare la componente più giovane della popolazione residente, rendendone meno drammatica la diminuzione e contenendo l’ampio svantaggio rispetto ad altri Paesi europei. Questo grazie all’arrivo dei figli minorenni degli immigrati, dei minori non accompagnati e dei nati in Italia da genitori stranieri (seconde generazioni). Anche nel mondo del lavoro il contributo delle migrazioni è stato rilevante. Lo studio di Neodemos calcola che a inizio 2026 la popolazione in età lavorativa (20-64 anni) sarebbe diminuita rispetto al 1982 di quasi 2,8 milioni se non ci fossero state le migrazioni, che hanno consentito invece una crescita di oltre 2 milioni di residenti nelle fasce più giovani: 20-34 e 35-49.
Dunque l’immigrazione straniera ha rallentato l’invecchiamento della popolazione, contenuto la diminuzione delle giovani generazioni e aumentato l’offerta di lavoro, consentendo di rispondere alle necessità del sistema produttivo e delle famiglie italiane.

Come collocare in questo quadro la politica della remigrazione, dei rimpatri, respingimenti, CPR? È un’ovvietà che “non possiamo accogliere tutti” e che le migrazioni vadano gestite e regolamentate sulla base delle necessità reali della nostra società e del rispetto del Diritto internazionale, ma la politica di esternalizzare alle frontiere e creare hub per rimpatri in Paesi Terzi rappresenta davvero la o una delle soluzioni praticabili? È questa la strada per affrontare una delle più difficili sfide del nostro tempo?

Esternalizzare e respingere: una lunga storia

Secondo il giornalista Luca Rondi, autore del recentissimo libro Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna, Altra Economia Ediz., i CPR (o strutture simili con la stessa funzione) non sono un’idea originale; questa nasce in Australia, a Camberra, dove il ministro degli Affari Esteri Downer (1996-2007) richiuse migranti in strutture costruite nelle isole di Nauru e Manus. Poi nel 2022 lo stesso ministro ebbe l’incarico dal capo del governo inglese Sunak di deportare in Ruanda i richiedenti asilo. L’iniziativa, che venne approvata da Meloni, fu bloccata 1 anno e mezzo dopo dalla Corte Suprema di Londra. Ma l’orientamento europeo a gestire le migrazioni soprattutto respingendo i migranti fuori dai propri confini resta attuale. (V. cosa prevede il Nuovo Patto Migrazione Asilo e Decreto Sicurezza )

Il caso Albania

Il Protocollo Italia-Albania, approvato dal Parlamento nel 2024, con costi previsti di 160 milioni di euro l’anno per 5 anni, non ha conseguito i risultati attesi; l’obiettivo iniziale era di ospitare 3000 migranti al mese, ma da aprile 2025 a marzo 2026 nel CPR di Gjadër sono state trasferite coattivamente 620 persone e quelle rimpatriate sono intorno al 15% (Dati AcionAid). Alla fine di giugno ’26, dopo le denunce delle associazioni umanitarie e una serie di ricorsi legali, una delegazione del Parlamento europeo ha effettuato una visita al centro, ma non ha avuto accesso alle celle dove erano detenuti i giovani né ottenuto informazioni (da Euronews).

Non è più tempo di nascondere con la propaganda la realtà di un fallimento ed è urgente una politica che sappia trovare una convergenza tra la necessità per le economie e le società europee di una immigrazione regolamentata, da una parte, e il rispetto dei diritti umani – asilo, ricongiungimenti familiari, rifiuto di razzismi e discriminazioni – dall’altra. Sempre che vogliamo continuare a credere che proprio la difesa dei diritti sia il tratto distintivo della civiltà europea, in un mondo che sta andando da un’altra parte.

Luciana Scarcia
11 settembre 2026

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