Sessualità e Diritto nell’Islam

 

Reza Abbasi, I due amanti, 1625ca

Sessualità e Diritto nell’Islam è il titolo della conferenza tenuta dalla prof.ssa Deborah Scolart, dell’università di Tor Vergata di Roma, presso l’Istituto dell’Oriente . Scolart permette a tutti i presenti di viaggiare senza difficoltà tra i versetti del Corano, le speculazioni teologiche e le concrete interpretazioni della sharia. Tentiamo un percorso che, seppur frammentario, descriva gli argomenti trattati.

Dalle sure analizzate da Scolart emergono cinque concetti chiave: 1. il sesso è dono divino; 2. ogni dono divino va vissuto con misura; 3. bisogna evitare la fitna, cioè il caos; 4. gli atti illeciti devono essere discreti evitando, così, il “cattivo esempio”; 5. Un uomo e una donna non sono mai soli, Satana è il terzo ospite.

Per la religione cattolica il sesso è peccato. Il piacere, per lungo tempo, non era ammesso nei rapporti sessuali, poiché il sesso era accettato solo nella sua funzione procreativa. Questa differenza concettuale ha alimentato i pregiudizi dei cattolici nei confronti degli islamici reputati, addirittura, degli “assatanati”.

Per l’Islam il sesso è un dono di Dio. Il piacere sessuale è un “assaggio” di ciò che si avrà in paradiso. Incoraggia i fedeli a comportarsi bene. “Allah ha stabilito misura per ogni cosa” è espressione ricorrente in tutto il Corano. Occorre, quindi, anche nella sessualità fissare delle regole; dare la “misura”.

In ogni cultura e religione il matrimonio, come afferma Scolart, è un rimedio alla concupiscenza. Il Profeta stesso incoraggia i suoi fedeli a sposarsi definendo il matrimonio “metà salvezza dell’anima”. Il matrimonio, infatti, garantisce, tre cose: un’energia sessuale appagata, una sicura attribuzione di paternità dei figli, un legame per tutta la vita indissolubile. Esso non è altro che un tentativo di mantenere ordine sociale, di evitare la fitna; sfortunato meccanismo per cui, nella Storia, l’uomo ha realizzato un potere coercitivo nei confronti della donna.

Il cattivo esempio” è principio di fitna e pertanto bisogna intervenire con il diritto. Nell’Islam non c’è un ordine gerarchico ecclesiastico: ognuno è esempio per l’altro. Un adulterio o sesso illecito (come, ad esempio, la sodomia) consumato sotto gli occhi di testimoni è motivo di pene severissime, se invece non ha testimoni o non è dimostrabile riceve punizioni leggere se non, addirittura, nessun intervento.

Il profeta disse: “Se due non-mahram (uomo e donna) si incontrano da soli, il terzo presente è sicuramente Shaytan (Satana)”. Questa convinzione ha portato a pesanti conseguenze: la separazione dei luoghi femminili da quelli maschili e l’impossibilità per un uomo e una donna di trovarsi soli senza testimoni, eccezion fatta per gli sposi. Naturalmente ciò comprende situazioni come le visite mediche per le quali è obbligatoria la presenza di un testimone.

Paradossalmente la struttura chiusa, autoritaria e gerarchica della Chiesa Cattolica ha permesso un dialogo emancipativo per la società civile. Nel mondo islamico l’intreccio elastico e dai confini non ben definiti tra la sfera religiosa e quella giurisdizionale non permette regole storicamente definite e separazione degli interlocutori. Di conseguenza è molto più difficile un dialogo che porti a tappe definite di cambiamento e modernizzazione.

“Dio si è reso conto che gli uomini non gli sono venuti molto bene perché non riesce a resistere agli impulsi che riceve nel vedere la donna” sottolinea con ironia Scolart.

Forse bisognerebbe ripensare all’uomo in termini nuovi, condurre una sorta d’emancipazione maschile. Emanciparsi dal pregiudizio che vede il maschio essere in balìa degli istinti sessuali.

GLOSSARIO

Corano: E’ il testo sacro della religione islamica. Esso non è rivelato a terzi, ma vera e propria parola di Dio, per questo la traduzione in altre lingue non è ben vista.

Sura: così si chiamano i capitoli del Corano, il quale è composto di 114 capitoli ognuno dei quali possiede un titolo/tema. Ogni sura è composta da versetti numerati.

Sharia: significa legge di Dio. La sharia è l’atto d’interpretazione dei dettami del Corano da parte dei dotti e dei giuristi. Nell’Islam non vi sono gerarchie e testi sacri emanati in maniera unitaria, eccetto che per il Corano. Nel Cristianesimo vi è il Papa e i suoi scritti, come le encicliche, sono raccomandazioni o chiavi interpretative alle quali tutto il mondo cristiano deve attenersi. Nell’Islam ciò non avviene. Vi sono verità condivise e singoli momenti in cui un credente può rivolgersi al dotto e/o giurista per sapere come applicare i dettami del Corano nella vita pratica e concreta. In quel momento il giurista emette una sharia, un’interpretazione concreta e giuridicamente valida della legge di Dio.

Fitna: significa “caos”. Il riferimento immediato è al momento di scontro religioso e politico successivo alla morte di Maometto. Il riconoscimento dei successivi capi religiosi e politici (Califfi) spaccò la comunità islamica creando le molte divisioni (le più numerose e famose: Sunniti e Sciiti) che oggi compongono il variegato mondo islamico.

Profeta: con questa parola ci si riferisce a Maometto (Mecca, 570ca – Medina, 8 giugno 632) fondatore e divulgatore (dal 610 in poi) della religione islamica. Egli è considerato l’ultimo di una serie di profeti, per questo viene chiamato “Messaggero di Dio” e “Sigillo della Profezia”. Interessante notare come attraverso l’arcangelo Gabriele, conosciuto anche dalla tradizione cristiana, Dio gli assegnò il compito della profezia. Molti altri personaggi ed episodi sono condivisi nelle due più grandi religioni monoteiste.

Allah: significa “Dio”.

M. Daniela Basile

(22 Febbraio 2011)