Capire piazza Tahrir

Screenshot della copertina del libro dal sito dell'editore www.clueb.com

È uscito, e sta venendo presentato in questi giorni a Roma, I ragazzi di piazza Tahrir: il libro di Azzurra Meringolo ricostruisce il percorso e il retroterra che ha portato la generazione egiziana alla rivolta.

Prima la Tunisia. Poi, più forte,  l’Egitto. La Tunisia fa il primo passo, poi l’Egitto segue, ma lasciando un’impronta ben più profonda.  Spesso avviene. Così è stato con la rivoluzione dei gelsomini tunisina con la caduta di Ben Ali seguita  dai movimenti di piazza Tahrir egiziani con la meno prevedibile caduta di Mubarak. E più temuta. Gli USA quando cade Mubarak si preoccupano molto di più che del caso tunisino. L’Egitto interessa una regione ben più problematica: Israele e Palestina sono vicini e l’onda del mutamento sembra invece poter giungere lontano anche nella sua potenziale portata destabilizzatrice. Prima la Tunisia, poi, più forte, l’Egitto in qualche modo anche con l’uso del web a fini di protesta e di creazione, organizzazione dei contenuti e dei corpi stessi della protesta,  perchè spiega Azzurra Meringolo: “La diffusione che il web ha avuto in questi due paesi, nello scenario arabo trova pochi paralleli”.

Blogosfera e vitalità: nulla di nuovo, per chi le vive. “Mi sono occupata prima di Palestina:  sono stata a vivere a Gerusalemme nel 2008 a cavallo dell’operazione Piombo Fuso, l’attacco  nella striscia di Gaza risalente al dicembre di quell’anno”. Azzurra all’epoca ha 24 anni ed inizia l’attività free-lance.”Poi sono arrivata al Cairo nell’estate del 2010 per un dottorato di ricerca al Dipartimento di studi internazionali di Roma3. Oggetto era l’antiamericanismo egiziano”. Qui ricerca e giornalismo sono proceduti parallelamente ed ha iniziato ad interessarsi della blogosfera. “Stando da questa parte del Mediterraneo, ben da prima delle rivolte, era difficile non notare due cose. Uno:  il fermento politico, il malcontento, una società civile tutt’altro che basata sui cammelli o la semplice passività. Due: questo fermento viaggiava e si rodava, da anni, anzitutto in rete. Il percorso politico comunicativo esistenziale che hanno fatto i ragazzi di piazza Tahrir ha colto impreparati noi “occidentali”, non loro. Per questa generazione egiziana, prevalentemente costituita di persone tra i 20 e i 30 anni,  tanto i sintomi patologici che di vitalità nazionale erano ben noti”.

Un cantiere, parzialmente, riparato per sfidare la realtà La blogosfera, il web … ma di cosa parliamo esattamente? Dalla nostra parte del Mediterraneo giochiamo con  Facebook. Ma a cosa è servita la rete nella terra delle piramidi? “Bisogna tener presente che prima della rivolta manifestare in piazza era sempre un’azione che si portava avanti a rischio della propria incolumità: abusi e repressioni della polizia erano frequenti se non sistematici. L’opposizione on line più antica è quella dei blog e dei blogger. Non solo: i frequentatori di Fb e Twitter sono solo in parte sovrapponibili a quelli dei blog. Quindi  la rete ha avuto varie funzioni. Tre in particolare sono politiche. Ha sviluppato il citizen journalism, nella fattispecie visto che non si poteva bloccare la repressione si è iniziato a documentarla. Si crea un archivio globalmente accessibile dell’intolleranza e degli abusi del regime. Pensate a Wael Abbas che dal 2004 genera report in questo senso”. G adualmente la rete ha contribuito prima ad infrangere la paura di manifestare opinioni, poi ad organizzare la piazza. “Non parliamo affatto di processi indolori: movimenti d’origine virtuale come quelli del Movimento del 6 aprile di Ahmed Maher e Israa Abdel-Fattah sono stati duramente repressi, il blogger Khaled Said è stato ucciso dalla polizia poco più di un anno fa.Il terzo effetto di web e social media, più generale, è stato quello di aver dato voce alle minoranze sociali: copti, donne, ed omosessuali hanno iniziato a darsi una rappresentazione ed organizzazione.

Che il velo sia da sposa! Vi sono degli indicatori sociali dei mutamenti che riguardano le donne, prescindendo dai risvolti e dalle azioni prettamente politiche (il caso di Asma Mahfouz)? “Ci sono tante donne che riescono ad affrontare in un’arena virtuale, con un nick name, problemi che con le persone fisicamente vicine non trovano spazio. Ghada Abd El-Aal cura da tempo un blog I wanna be a bride in cui si affronta in tono leggero e ironico la difficoltà che le donne incontrano nel trovare un marito adatto alle loro aspettative, facendo anche carrellate piuttosto divertenti su pretendenti improponibili. C’è una graduale emancipazione femminile, le donne che lavorano e che non si sposano più presto, generano nuove esigenze , aspettative, problemi, stigma. Il blog è confluito in un libro la cui prima traduzione estera è stata quella in italiano,  il titolo è Che il velo sia da sposa! (il blog italiano)

Fedeli dissidenti – dissidenti fedeli. Questo il titolo del quinto capitolo del libro di Azzurra Meringolo: perché?Un fatto recente: il 6 giugno dal movimento dei Fratelli Musulmani è nato un partito, che dichiara di voler essere indipendente dal movimento stesso: il nome di questo partito è Libertà e Giustizia. Nessun accenno esplicito a elementi religiosi. Questa è solo l’ultimo segno  della strada tollerante, non teocratica, laica che gli oppositori hanno sin dall’inizio intrapreso sia nella blogosfera che nella piazze. A ridosso della giornata di Piazza Tahrir, le indicazioni tanto della Chiesa copta che dei Fratelli Musulmani erano state di non scendere in strada. I fedeli il primo atto di dissidenza non l’hanno compiuto verso il governo, ma verso la propria istituzione religiosa d’appartenenza. Istituzione che tanto per i Fratelli Musulmani che per i copti fa propria la rivoluzione solo quando i suoi discepoli l’hanno giù compiuta. Le rivendicazioni civili di una generazione colta, spesso bilingue, se non trilingue, non hanno frapposto il filtro della religione alle loro iniziative: è un fatto che Libertà e giustizia, o quantomeno le sue ora rinvigorite forze progressiste che pressano per una reale rappresentanza nel partito, vorrebbe coinvolgere anche istanze e personalità copte. La dimensione del coraggio e della rottura politica appare evidente: i copti, sono cristiani e in Egitto sono stati spesso perseguitati dalla netta maggioranza musulmana.

Marco Corazziari (16 giugno 2011)