Badante: storia di un ingranaggio della società anziana

“Circa metà delle donne delle regioni ucraine di Ternopil’, Čhernivtsi, Ivano-Frankivs’k, Leopoli, non sono in patria – dice Tetyana Kuzyk – Partono per permettere alla propria famiglia una vita più dignitosa e opportunità di studio ai figli. Non sono in patria, sono in Italia.”
Migrante ucraina dal 2000 in Italia, Tetyana Kuzyk, ora consigliere aggiunto per l’Europa dell’est di Roma Capitale, fondamentale figura con valenze consultive. “Nonostante i numeri parlino chiaro sulla rilevanza del caso Italia per l’Ucraina, ovviamente anche in termini  di compensazione economica delle rimesse, di progetti e attività per la comunità siamo riuscite a farne solo grazie alla nostra ambasciata, alle associazioni di volontariato e al vostro comune che negli ultimi 4-5 anni è sempre stato di grande sostegno e forse l’unico finanziatore. Lo stato ucraino invece è completamente latitante, un’assenza inaccettabile”

Numeri. “Da fine anni ’90 la comunità ucraina inizia ad arrivare , al 90% donne. Quasi tutte entrano con un visto turistico per poi restare irregolarmente” dice Oles Orodetsky, presidente dell’Associazione Ucraini Cristiani in Italia. Buona parte della comunità ha trovato spazio nel centro sud dove lavoro nero e illegalità permeano maggiormente le nostre abitudini. Le due sanatorie della prima metà del 2000 regolarizzano una parte di questi migranti. Oggi i regolari sono 250 000, dovuti in parte a ricongiungimenti e figli di matrimoni misti; la stima degli irregolari fa raddoppiare le presenze . In tutto 500.000 e più localizzati specialmente in Campania e Lazio

Badante? Cioè? … già madre in un’Italia da cartolina. “Jugoslavi, rumeni hanno un’altra cultura – dice la Kuzyk – I maschi vengono fatti partire anche a 15 anni per lo più a far lavori duri e metteranno su famiglia verso i 30 anni o oltre, solo dopo aver racimolato i soldi per una casa e il suo mantenimento. Noi ucraine a 20-22 anni, invece, che ci siano o meno soldi, ci sposiamo e diventiamo madri.”

15-20 anni dopo, quando il salario dei traballanti paesi dell’est non basta e l’Italia, con il suo bisogno d’assistenza alla terza età, chiama “la donna ucraina pensa: non sembra male – dice Orodetsky – mi devo occupare di chi sta in casa, lo faccio comunque anche in patria, solo che in Italia mi pagano. Va bene, parto”. “L’idea che noi abbiamo dell’Italia è da cartolina – dice la Kuzyk – Le agenzie di turismo lavorano bene: ce la mostrano con un bel clima, mare, montagne e la grande civiltà romana. Quando arriviamo scopriamo la realtà. Questa ingenuità è tanto più forte perché negli ultimi 5 anni le donne provengono da villaggi e campagne ancora più isolati dal mondo. Una tragedia. Venendo dal socialismo, un’ucraina cosa voglia dire servire non lo sa. La servitù dal 1917 alla caduta del muro è stata abolita, e la migrante tipo è cresciuta prima dell’ ‘89. Nella mia famiglia il ricordo più vicino a quello di una badante deve risalire alla mia bis-bisnonna: sembra che abbia servito una famiglia aristocratica. Dopo più nessuno. La donna che parte, cosa vuol dire fare la badante non lo sa, magari in Ucraina alcune erano insegnanti universitarie … capire  che da un momento all’altro che sei diventata l’ultimo gradino di tutta la piramide, non è facile da accettare . Dopo un secolo fare lo stesso mestiere della bis-bisnonna, anzi peggio, perché a lei quando si sposò le venne data una dépendence tutta sua. Le persone del sud Italia mi dicono meno male che ci siete voi così gli ultimi  non siamo più noi… Mi spiego?”

Uomini dell’est Europa. “La politica migratoria italiana per l’Ucraina è strana – continua la Kuzyk – Nessuno si è domandato che disagi si creavano a permettere, seppur indirettamente, solo il flusso femminile?  In Spagna, Portogallo, Grecia ci si è mossi diversamente, spazi lavorativi per gli uomini,  ricongiungimenti, apertura di mutui ad hoc sono stati facilitati. Mutui che, a differenza che in Italia, diventano affrontabili perché sia la donna che l’uomo possono contribuire. Invece qui la donna o è reclusa dal  datore di lavoro o destinata ad un affitto senza fine. Sola.
Gli ostacoli in Italia erano vari, non solo errori nelle politiche: la nostra migrazione inizia a fine anni ’90, primi del 2000 quando l’offerta di lavori pesanti in gran parte era già stata saturata. I lavori pesanti sono un classico per gli uomini degli ex satelliti Urss.” Industrie siderurgiche o metalmeccaniche erano la colonna portante sovietica e quindi connaturate alla tradizione di quest’uomo.
“Gli uomini asiatici si adattano ai lavori domestici, di assistenza ai quali l’uomo dell’est è totalmente inadatto: ci prova tre giorni, dopo scappa o … si spara”

Generazione 1 e ½. “La famiglia mediamente è distrutta – dice  la Kuzyk – Figli senza madre o la raggiungono in Italia 5-10 anni dopo: qui la conoscono talvolta per la prima volta, altri la ri-scoprono quasi o del tutto sequestrata dal lavoro. La lavoratrice non sempre può permettersi un alloggio per il figlio la cura affettiva. Per alcuni figli emotivamente è meglio vivere nel proprio paese. Se restano, saranno né più ucraini né italiani, e calcheranno vie lavorative umili analoghe a quelle materne. Non sono G2, seconde generazioni: noi le chiamiamo Generazioni 1 e ½ . Noi madri all’assenza di riscatto sociale spesso abbiamo rinunciato: vedere che la storia si ripete per i figli è il dolore più immenso. Abbiamo rinunciato alla nostra vita per loro: e si rivela inutile.”

Il figlio vivrà in patria. Stato di irregolarità, precarietà psicologica o socio economico materna, tempi burocratici di ricongiungimento inenarrabili, possono far sì che il figlio resti in patria.
“Col passare degli anni – dice la Kuzyk – la donna ucraina diventa semplicemente una banca, uno sponsor di figli e marito che, anche un po’ per pigrizia, non lavorano.” Ricevono le rimesse, ci comprano beni che intestano a loro stessi. “Ogni tanto arriva da me in lacrime una donna con una notifica di avvenuto divorzio. In Ucraina è sufficiente che uno dei due coniugi faccia domanda e che l’altro non si presenti per 6 mesi in tribunale. Ma la donna qui delle convocazioni spesso non sa nulla o è impossibilitata al rimpatrio. Mi domanda: che posso fare? Io una risposta non la ce l’ho”
Se poi la donna, spesso ormai anziana, torna in Ucraina, è frequente che la famiglia non la prenda con sé, nonostante a lei debba praticamente tutto. I figli, diventati padri e madri, in casa vogliono i loro spazi, i mariti talvolta sono risposati. Ma l’ostacolo non sembra essere solo di metri quadri o di nuovi matrimoni: la frattura è culturale.  Svitlana Kovalska, in patria insegnante di lingua e letteratura russa, poi badante e ora presidente dell’Associazione donne ucraine lavoratrici in Italia, racconta una barzelletta ucraina che, “non fa ridere”, preannuncia. “La donna torna nel proprio paese e il figlio le dice ma perché vuoi venire da me, mamma? Non ti troveresti bene, conosco e ti consiglio invece dei posti pieni di tue coetanee che parlano italiano proprio come te …”
Ma l’assenza di supporto non riguarda solo l’alloggio: la donna senza dimora spesso non è aiutata economicamente dalla famiglia e per sé, negli anni all’estero, è frequente non abbia messo da parte risparmi. Ancora una volta per un misto di costume e di ingenuità, ad ogni fine mese lavorativo aveva inviato tutto alla propria famiglia.

Il caso italiano ha dato da lavorare agli psichiatri ucraini. “Gli psichiatri ucraini – dice la Kovalska – hanno creato una nuova categoria clinica: è la sindrome depressiva della badante ucraina in Italia. Sono molti i casi e spesso agiscono anche in modo psicosomatico da patogeno per altre malattie, quali i tumori. Ho studiato il fenomeno e ho condotto una ricerca: fino a qualche anno fa organi istituzionali e enti locali ucraini non  producevano informazione e azioni al riguardo. Le prime a rilevare il fenomeno e muoversi sono state le Ong. Ma il permanere dell’invisibilità è dovuto principalmente a un fortissimo stigma che la nostra cultura ha verso le malattie mentali, ritenute inesistenti perché inaccettabili.”

Spiragli. “Evidentemente dobbiamo puntare molto sulla formazione – precisa la Kuzyk – Sia in patria dove la donna deve sapere prima di partire cosa avverrà, sia qui. Imparare a gestire le rimesse, accumulare mensilmente dei soldi per sé. Molti dei problemi emersi in questi 10 anni erano nuovi per tutti, troppi, da prevenire su scala sociale: se la donna ha fatto da cavia è almeno doveroso far fruttare la lezione appresa.
Più felice è poi il caso dei matrimoni misti, almeno di quella parte che durano: oltre il 30% delle migranti qui si è sposata con un italiano, il che vuol dire immense facilitazioni giuridiche, spesso una casa di proprietà e la  nascita di G2 a tutti gli effetti, più protetti dei figli ricongiunti, possono comprensibilmente giungere ad un riscatto sociale. Abbiamo creato una scuola, la Prestigio, che permette di ottenere integrando on line e nel week-end le lezioni italiane un diploma spendibile anche in Ucraina.” Kovalska indica trionfante la presenza on line di “un sito, Pink Positive, meditato e faticato, bilingue, rivolto alle madri  e che fornisce indicazioni anche ai figli ad es. sugli studi”. Orodetsky dal canto suo ricorda che una parte non piccola della comunità presente svolgeva in patria mansioni mediche o infermieristiche: “Basterebbe un semplice anno integrativo per avere a disposizione nel vostro sistema sanitario migliaia di infermieri: per lo stato italiano avrebbe un costo molto più ridotto che formare ex novo un infermiere italiano e noi avremmo tolto dalla morsa e dall’etichetta del puro badantato molte ucraine”

Marco Corazziari
(23 agosto 2011)