Ramadan: Quando Dio tiene incatenato Satana

Halima Tanjaoui
Halima

“Il mese in cui Allah tiene incatenato Satana, questo è il Ramadan” sorride Halima Tanjaoui, ventiduenne romana di origini marocchine “Sono trenta giorni di spiritualità, sento l’aria cambiare. Mio marito per gioco mi guarda perplesso mentre chiudo gli occhi e respiro entusiasta. E’ un periodo di autocontrollo e di purificazione, ci si ricarica per tutto l’anno. Non essendoci Satana il male compiuto viene direttamente dalla persona”.

Datteri e frullati. Halima fa l’ultimo spuntino verso le quattro del mattino: un frullato di frutta. Sa che i momenti più difficili verranno alle undici e verso le tre del pomeriggio, conosce il suo corpo e sa distrarlo facendo altro. Si sveglia un po’ più tardi del solito e studia per gli esami universitari di settembre. Al tramonto controlla il foglio, datogli in Moschea, con gli orari di rottura del digiuno; abita a Roma e non ci sono i cannoni o le sirene che nelle città musulmane annunciano l’arrivo della notte. Succo di frutta e datteri sono la sua prima merenda, poi riunitasi con amici o con la famiglia condivide ciò che ha cucinato. “I datteri sono molto nutrienti. In quasi tutto il mondo arabo è tradizione rompere il digiuno mangiandoli”. E’ un mese speciale per Halima glielo si legge negli occhi mentre si protegge da un sole romano che, seppur pomeridiano, potrebbe solleticarle la sete. Il vento gioca con il velo fiorato che Halima sistema all’altezza delle guance.

Ramadan a Roma. A 12 anni ha lasciato Rabat per raggiungere il padre, dal ‘93 a Roma per lavoro. E’ arrivata insieme alla madre, alla sorella e ai tre fratelli di cui il più piccolo aveva quattro anni. “Il mio primo Ramadan da adulta l’ho fatto proprio in quell’anno”. Era il 2001 e il mese sacro coincideva con dicembre, quando le ore di luce sono dieci e non c’è il caldo d’agosto che ha circa quattordici ore di sole. “Andavo a scuola, tornata a casa studiavo un po’, guardavo la tv e poi con mia madre e mia sorella preparavamo da mangiare. Non ho mai provato difficoltà. Ricordo che quando frequentavo il liceo accompagnavo le amiche in pizzeria e, colpite dal fatto che non mangiassi né bevessi, mi riempivano di domande. L’anno scorso invece era luglio e lavoravo. Riuscivo ad adattarmi, portavo con me i datteri per il momento dell’iftar”.

Halima il giorno delle nozze. Foto: Stefano Romano

L’islam e la conoscenza. Nel mese di purificazione, il digiuno riguarda anche qualsiasi cosa legata alla vanità; il profumo o il trucco vistoso, cosa che per indole Halima porta di rado. E’ altresì consigliato l’ascolto quotidiano del Corano. Halima preferisce leggerlo la mattina o prima del riposo. “A volte insieme a Davide, mio marito, lui lo ascolta più che leggerlo. Conosce l’arabo ma fa ancora fatica nella lettura. L’arabo classico non è conosciuto da tutti, la gente parla i dialetti”. Davide ha 24 anni e da dieci ha abbracciato la religione islamica di cui è anche un appassionato studioso. “La conoscenza ed il confronto per me e Davide, sono fondamentali” spiega energica Halima “La radice della parola Qurano deriva dal verbo leggere. La religione islamica non è chiusa verso il progresso anzi tutt’altro, motivi storico-politici hanno portato molti paesi a rifiutare ventate di novità, a isolarsi”. Il profeta Mohammed ha raccomandato: nell’apprendimento del sapere adoperatevi dalla culla alla tomba.

La giovane Halima crede nella conoscenza, nello scambio culturale, nell’integrazione senza assimilazione. “Vanno scissi gli aspetti religiosi da quelli culturali”. I media occidentali tendono ad unificarli, creano confusione riguardo la religione islamica e i singoli paesi musulmani. “Io sono una donna libera. Conduco la mia vita secondo scelte che ho interiorizzato, ho un rapporto di parità con gli uomini della mia famiglia e porto il velo per amore”.

Si ringrazia Stefano Romano per la  foto “Halima sposa” http://stefanoromanophotography.zenfolio.com/

M. Daniela Basile
(17 agosto 2011)