È giunto al nono giorno il conflitto in Medio Oriente, scatenato dall’aggressione di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano degli Ayatollah, e si è esteso a quasi la totalità dei paesi del Golfo. Nonostante fosse stato preannunciato dai roboanti e minacciosi discorsi del presidente Trump, la comunità internazionale e la stessa popolazione iraniana sono rimasti attoniti di fronte alla visione dei missili che il 28 febbraio scorso si sono abbattuti su Teheran e davanti alle immagini dell’uccisione, quasi simultanea, di 175 tra donne e bambine, le scolare di una scuola di Minab, nel sud dell’Iran. Dal primo giorno, benché siano stati uccisi da subito la guida suprema Alì Khamenei ed alti funzionari del regime, è parso chiaro a tutti che l’Iran non si sarebbe arreso e che il conflitto si sarebbe allargato pericolosamente.
La Diaspora iraniana nel mondo: i numeri e le reazioni al conflitto
Di fronte allo scenario di una guerra che già nella prima settimana ha fatto registrare in Iran più di 1.200 morti civili, 102 persone in Libano e 10 civili sono stati uccisi in Israele, la diaspora iraniana in Europa e nel mondo, appare divisa e confusa, soprattutto non in grado di costituirsi come forza di riferimento per uno scenario futuro.
La diaspora iraniana è una delle più vaste e qualificate al mondo, con una popolazione stimata circa tra 6 milioni di persone. Questa migrazione, accelerata drasticamente dopo la Rivoluzione del 1979 e ulteriormente alimentata dalle recenti ondate di instabilità politica, ha portato alla formazione di comunità influenti in Nord America ed Europa.
Gli Stati Uniti d’America ospitano la comunità più numerosa, stimata tra 1,5 e 2 milioni di persone. In Canada ci sono circa 400.000 – 500.000 iraniani. Anche in Turchia ed Emirati Arabi Uniti, vivono centinaia di migliaia di iraniani. In Europa, la Germania accoglie circa 300.000 iraniani, la comunità più grande del continente. Il Regno Unito, conta oltre 100.000 persone. In Francia e Svezia ci sono comunità significative rispettivamente intorno ai 100.000 e 120.000 membri. In Italia si stima che la diaspora iraniana sia fra 20mila-25mila persone.
Le comunità iraniane d’Italia sembrano guardare con preoccupazione alla guerra. Se molti sono scesi in piazza, per festeggiare l’uccisione della Guida suprema e accanto alle bandiere iraniane – spesso con il leone e il sole, simbolo dell’Iran prima della rivoluzione – sventolavano anche bandiere di Israele, per molti altri inizia un periodo di forti timori.
Leila Karemi: non vedo luce in fondo al tunnel
La docente e storica iraniana Leila Karami Nogurani, da anni in Italia, già prima che scoppiasse il conflitto, aveva sollevato dubbi e timori sulla possibilità di un intervento degli Stati Uniti in Iran. “Il governo iraniano ha creato un distacco troppo profondo con la società, non solo per l’ideologia religiosa ma soprattutto per ragioni economiche. Il paese si è molto impoverito e non solo per l’embargo, cui ha sofferto per anni, ma anche per la corruzione di chi ha gestito la politica economica”. Con capacità di analisi e preveggenza, aveva poi aggiunto:” Nel caso di un’aggressione degli Stati Uniti ed Israele, penso che potrebbe essere breve nella durata ma intensa nella profondità, molto violenta. Un attacco americano potrebbe portare ad un regime change che non mi trova d’accordo. Servirebbe una coalizione interna, con la presenza dei partiti dell’opposizione, ma molti loro rappresentanti sono in carcere.
Shervin Haravi: abbandonare le ideologie e schierarsi dalla parte dei diritti
“Siamo consapevoli che nessuno ha a cuore la democrazia in Iran in questo momento, nel senso dei diritti del popolo iraniano e che gli interessi economici prevalgono su tutto, ma indipendentemente da quello che succederà, gli iraniani non si sono mai fermati e hanno dimostrato che non accettano e non si riconoscono in un regime che ormai hanno delegittimato.” spiega Shervin Haravi, avvocata e attivista per i diritti umani. Schervin è nata in Italia, da genitori iraniani, arrivati a Roma dopo la Rivoluzione nel 1979, ed è da sempre vicina alla diaspora.
“Gli iraniani non vogliono diventare occidentali né sono tutti monarchici, anche se molti studenti hanno gridato slogan in cui si inneggiava al ritorno del figlio dello Scià, Reza Ciro Pahlavi. In una fase di transizione, lui potrebbe dare una mano” dice ancora. “Solo l’8-10% su 92 milioni di abitanti è favorevole a questo regime.
Da quando è scoppiato il conflitto “Perché non si è scesi in piazza a sostenere il popolo iraniano, perché 43.000 persone uccise in due giorni non hanno avuto lo stesso impatto, sull’opinione pubblica, di altri conflitti?” si chiede Shervin, “forse si pensa che se si scende in piazza si è pro Trump o pro Netanyahu. Questo non è assolutamente giusto. Se ti schieri a sostegno di un popolo lo fai come essere umano. Se credi nei diritti devi prescindere dalle idee politiche.” Poi aggiunge “La diaspora iraniana si sta dando molto da fare: solo il 14 febbraio scorso, ha dato dimostrazione di una mobilitazione senza precedenti. E’ stato proclamato il “global day of action” e nelle piazze di tutto il mondo sono scese oltre un milione di persone per chiedere la fine del regime islamico. Nonostante ci siano delle divisioni all’interno, ora si sta creando una nuova coesione, se non ci uniamo non possiamo fare da eco alle voci del popolo. Dobbiamo porci dalla parte dei diritti.” Ha concluso con convinzione.
Shiva Boroumand: le difficoltà della diaspora
“La diaspora sta attraversando un momento difficile, molti di noi sono veramente distrutti.” racconta quasi tra le lacrime, Shiva Boroumand, attivista iraniana del movimento Donna, Vita e Libertà, in Italia da oltre 5 anni. “Abbiamo paura anche di dire il nostro punto di vista, veniamo attaccati da una parte di diaspora che è per la monarchia ed è favorevole alla guerra, non vuole la democrazia. I media italiani hanno rimarcato molto i festeggiamenti della diaspora, seguiti alla notizia della morte della Guida Suprema. Non sono emersi modi di pensare differenti o i messaggi di paura che provengono dalla popolazione in Iran. Ci sentiamo veramente isolati.
Tanti di quelli che prima che iniziasse il conflitto erano contrari ad un intervento esterno, ora sono confusi. Pensano che ormai la guerra è iniziata e chiedere che cessi significa favorire il regime islamico, come è successo dopo la guerra dei 12 giorni, nel giugno 2025.”
E infatti racconta Shiva “Dopo quel conflitto la repubblica islamica ha reagito divenendo molto più violenta contro i dissidenti. Ha impiccato molte persone ed ha inviato in Afghanistan tanti cittadini iraniani, accusandoli di essere spie di Israele. Si sono accaniti anche contro chi, della comunità afgana era nato in Iran, persino tanti minori non accompagnati sono stati rinviati in Afghanistan.”
Il silenzio della comunità internazionale
Poi riprende, senza nascondere l’amarezza “Se la società internazionale, la politica non ci sostiene, se non dimostra la propria fermezza contro la Repubblica islamica, la repressione sarà maggiore. Gli iraniani che come me sono contro la guerra si sentono veramente disperati, la guerra non è una soluzione. Per anni abbiamo chiesto aiuto alla comunità internazionale: all’ONU e alla politica e sempre ci è stato risposto che il governo islamico era ufficiale e legittimo e che non potevano intervenire. Non ci sono state altro che dichiarazioni di sostegno morale ma nel frattempo negoziavano con lo Stato islamico, gli accordi commerciali non si sono mai interrotti. La guerra invece è legittima?” si chiede, ancora amareggiata, Shiva.
Il silenzio della società civile
“Anche la società civile ci ha, in parte, negato il proprio sostegno” dice ancora, con la voce velata di tristezza, Shiva. “Se non riconoscono i propri simboli politici, se non combacia con la propria ideologia, non ci sostengono come dovrebbero, ti sostengono solo se inserisci l’argomento Donna Vita e Libertà, ma se qualcuno di noi, sbagliando, porta nei cortei una bandiera della monarchia o una bandiera della comunità della diaspora iraniana di Israele, allora si dileguano. Non importa più a nessuno se stiamo morendo per mano del regime.”
Ma spiega Shiva “Quando scendevamo in strada contro il governo eravamo felici di farlo, persino i familiari di chi è stato ucciso hanno ballato e cantato davanti alle loro tombe perché erano fieri di loro, perché era un atto di resistenza. Ma quando sei a casa ed arriva una bomba di un altro Stato ad ucciderti non operi alcuna scelta. Questa non è una liberazione.
La diaspora sta cominciando a pensare di collegarsi per un azione comune “Per aiutare i nostri connazionali dobbiamo iniziare a fare rete con le altre diaspore. Si sono incontrati più di 300 repubblicani, sia quelli che vogliono una democrazia federale che quelli che optano per una democrazia repubblicana, per creare un comitato e gestire, in caso di crollo del governo, il periodo transitorio. Qualcosa si sta muovendo.”
Nadia Luminati
(8 marzo 2026)
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