La Tunisia ha scelto il 23 ottobre i 217 delegati chiamati a formare l’assemblea costituente ed eleggere un governo ad interim che porterà, entro un anno, a nuove elezioni politiche.E’ l’elevata affluenza alle urne la vera protagonista del vento della primavera araba. Ad un anno dalle contestazioni popolari spontanee contro il regime di Ben Ali hanno votato l’80% dei 7 milioni e mezzo di tunisini aventi diritto, per godere delle prime libere elezioni dalla dittatura di Bourguiba, il fondatore della Repubblica dopo il protettorato francese (dal 56 al 87) e poi di Ben Ali, al potere dal 7 novembre dell’87.
I 106.291 tunisini presenti in Italia (istat gennaio 2011) hanno potuto esprimere la propria preferenza tra 22 liste e 3 candidati da eleggere nella circoscrizione italiana. Il 55% di loro (Corriere della Sera 26 ottobre) ha votato per il partito Ennahda, anche se altre proiezioni danno questa preferenza al 49% (qui il link). Il partito ha ottenuto ben due seggi in Italia, uno per Osama Al Saghir e l’altro per la ventisettenne Imen Bin Mohamed.
Il vostro è un partito islamico. Cosa pensi dei timori della comunità internazionale verso una Tunisia islamica, specie in un paese come il vostro in cui la donna gode di molta emancipazione?Penso si tratti di pregiudizi. Il mio partito crede all’apertura ed alla pluralità, interpreta la religione in chiave moderna. Esistono esempi di stati, come l’Iran e l’Arabia Saudita, che non rappresentano lo stato islamico così come lo intendiamo. Le scelte religiose sono individuali e non sono di nostra pertinenza. Durante il regime il velo era vietato. Quando sono tornata in Tunisia nove anni fa, pur consapevole dei rischi, ero a disagio per essere costretta a non indossarlo. Vogliamo eliminare gli obblighi di vestiario. Inoltre nel nostro partito abbiamo donne che non portano il velo, un consigliere cattolico e molte delle persone che ci hanno votato sono musulmani non praticanti.
Come sei arrivata in Italia?Sono qui da 14 anni tramite ricongiungimento famigliare. Inizialmente ho frequentato scuole arabe, per cui è stato difficile inserirmi all’università quando ho frequentato Economia della cooperazione internazionale qui a Roma.
Ennahda ha ottenuto complessivamente il 41,47% dei voti, conquistando 90 dei 217 seggi per la costituente. Quale credi sia la forza del tuo partito?La forza di Ennahda viene dal programma, specifico per ogni circoscrizione estera, e composto da 395 punti per quella generale. Oltre a questo il nostro è un partito storico, perseguitato dal regime che ha costretto all’esilio molti sostenitori, tra cui mio padre. Questo ha avuto un peso nelle scelte degli elettori, il fatto che ci fossimo stati anche prima della rivoluzione.
Quali sono gli obiettivi che vi prefissate?Fronteggiare la disoccupazione giovanile, diversificare la nostra economia intensificando il commercio e l’industria. Migliorare anche il turismo, troppo monopolizzato da spiagge ed alberghi, per favorirne il lato culturale. Abbiamo molta storia che vogliamo far conoscere al mondo.
Una forte presenza del partito nell’assemblea costituente può sminuire il ruolo degli altri partiti ed altre coalizioni?No, Ennahda è già in contatto con altri partiti con i quali intendiamo collaborare e nominare ministri di diversi schieramenti. Inoltre vogliamo promuovere una forma statale di tipo parlamentare, proprio per evitare derive totalitarie.
Il Polo democratico modernista ha ottenuto il 2,3% delle preferenze per un totale di 5 seggi secondo i dati dell’Isie, l’istanza superiore per la regolarità delle consultazioni. La coalizione è formata da quattro pariti più cinque associazioni che si sono formate dopo la rivoluzione. Sara Ben Guiza era la candidata per la circoscrizione italiana.
Quale pensi sia stata la causa della sconfitta elettorale dei partiti laici?In Tunisia c’erano 1500 liste e più di 100 partiti politici. Ennahda ha giovato della frammentazione delle altre formazioni politiche. Per quanto successo abbia avuto, il 60% degli elettori non ha votato per loro, e molti voti si sono persi nella moltitudine di candidati.
E la forza di Ennahda?Essere stati un partito oppresso dal regime li ha nobilitati all’opinione pubblica ed inoltre sono molto capaci di presidiare il territorio, i luoghi di culto e la quantità di risorse economiche impiegate era nettamente superiore rispetto agli altri partiti.
Sei contraria ad uno stato islamico?Dobbiamo ricordarci anche dell’identità tunisina oltre che arabo-musulmana. L’identità culturale, nella sua diversità, e quella linguistica, vanno preservate, come il bilinguismo. L’Islam non è uno solo ed in esso la Tunisia ha una sua specificità. Il nostro è il primo paese arabo-musulmano ad aver abolito la schiavitù, la poligamia ed a aver legalizzato aborto e divorzio prima dell’Italia. Ci sta a cuore la separazione della sfera politica da quella religiosa per evitare strumentalizzazioni della religione. Nonostante le molte libertà acquisite, continueremo a pretendere maggiori diritti.
Cosa pensi del taglio moderato di Ennahda?Il partito usa troppo spesso un doppio linguaggio. Moderato, eppure in un comunicato stampa hanno condannato la Tv Nessma giudicando la messa in onda di Persepolis “un’aggressione alla libertà di credo e coscienza delle persone”. Paritari sul ruolo della donna eppure, al contrario del mio partito, non hanno preso posizione sull’iniquità delle successioni (alla figlia femmina spetta la metà dell’eredità del fratello ndr). Vogliono ispirarsi ad un modello di stato turco, ma non si sono pronunciati sull’abolizione della pena di morte e non intendono toccare il primo articolo della costituzione, che definisce l’Islam come religione dello Stato, articolo che ha dato luogo a molti escamotage che hanno creato disparità tra uomo e donna, tra musulmano e non musulmano ad esempio.
Quali sono le vostre proposte in campo di riforme e di economia?Siamo contrari ad un modello di forte liberalizzazione così come da loro proposto, e non vogliamo una forma di stato di tipo parlamentare che darebbe instabilità al paese, preferendone uno semi presidenziale.
Davide Bonaffini(9 novembre 2011)

