Resistenza palestinese, l’alternativa non violenta

“Abbiamo scelto la non violenza prima di tutto in quanto imposta dalla nostra religione: macchine fotografiche e videocamere sono più forti delle armi, mostrano la realtà che viviamo in Palestina”. È la filosofia che ha ispirato Manal e Nariman Al Tamini, sorelle e attiviste del comitato popolare per la resistenza nonviolenta palestinese di Nabi Saleh, in Cisgiordania, ospiti del dibattito “Il conflitto necessario” organizzato lo scorso 13 febbraio dall’Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino. “Quando persone da altre parti del mondo ci chiedono cosa possono fare per aiutarci, rispondiamo che la cosa migliore è diffondere il più possibile la nostra e la loro testimonianza”.

“Noi crediamo che la convivenza tra più religioni sia possibile in Palestina”, continua Manal, “nessuno dovrebbe soffrire per questa situazione e ogni venerdì vogliamo affermare il diritto ad una vita normale per noi e i nostri figli, con manifestazioni pacifiche, cantando o coltivando terreni”, che per la legge del governo di Gerusalemme possono essere espropriati se abbandonati per tre anni. “I risultati si vedono, a Bil’in, primo villaggio dove si è sviluppato questo tipo di protesta contro l’occupazione, anche molti israeliani si sono uniti a noi. L’associazione B’Tselem ci fornisce attrezzature per le riprese, altri rischiano la vita in prima linea, diventando bersagli umani colpiti dai loro stessi soldati. Un ragazzo ha perso alcune dita poco tempo fa, raggiunto alla mano da un candelotto. Abbiamo cambiato prospettiva su chi sia il nemico, entrando in contatto con il loro lato umano”, aggiunge Nariman. “La classe dirigente israeliana non può più usare la scusa del terrorismo per giustificare azioni violente contro il nostro popolo, perché documentiamo tutto. Allora i reportage sui canali governativi dicono che a Nabi Saleh manipoliamo la realtà. Ma l’opinione pubblica internazionale ora ci percepisce in modo diverso”.

Inizialmente questa strategia non era stata ben accolta dai palestinesi, dopo tanti anni di resistenza armata. “Non potevano capire, ma dopo che ha iniziato a diffondersi si sono convinti che è il modo migliore per aiutare la causa”, racconta Manal. “Ci spostiamo nei vari villaggi e colonie della Cisgiordania, lungo gli oltre 700 km di muro, con chiunque si metta in contatto con noi”, spiega Nariman. “Agiamo come comitato di coordinamento, insegniamo come raccogliere dati e informazioni, abbiamo rapporti con gli avvocati, perché gli arresti sono tanti, addirittura tra i bambini, come Karim di 10 anni e mio figlio Islam di 14, torturato per 72 giorni. Gli hanno fatto firmare una dichiarazione scritta in ebraico facendogli credere che fosse per il rilascio, invece era un’accusa di incitamento alla violenza contro mio marito. È in carcere da quasi un anno in attesa di processo e a nessuno di noi familiari è concesso vederlo”. “I nostri filmati sono facilmente reperibili su youtube, ma solo stando sul campo si ha la percezione di cosa accade. Le presenze internazionali per noi sono fondamentali, per far arrivare il messaggio della non violenza. È possibile raggiungerci tramite associazioni e comitati per la pace”.

Sullo sfondo passano le immagini di uno dei tanti video, con i soldati che invadono le case con i fumogeni, costringendo le famiglie ad uscire dalla finestra. Anche i bambini vengono fotografati per i riconoscimenti, i manifestanti sono assaliti con violenza o spruzzati con acqua che contiene sostanze chimiche “il cui odore nauseante resta addosso per giorni”, racconta Luisa Morgantini, portavoce di Assopace. “Negli anni abbiamo cercato di fare da ponte per un dialogo tra donne palestinesi e israeliane, l’occupazione è una sconfitta anche per loro. Sostenere i comitati popolari è fondamentale per il loro bisogno di giustizia e dignità. Sono movimenti di base autonomi dai partiti, né guidati dall’alto da intellettuali, difendono solo quello che hanno. Le spese sono molte e gli aiuti internazionali diventano importantissimi”.

Ostacoli “Una delle cose che più mi colpisce andando in Cisgiordania sono i continui ostacoli che soffocano la popolazione. Dai block road lungo le strade, fino ad arrivare al muro”, le parole di don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi. “Ma oltre a quelli fisici ce ne sono altri: la disinformazione, l’assuefazione a questo problema, per cui si smette di discuterne, e le semplificazioni, che arrivano da tutte le parti politiche, quando si parla di torti e ragioni di entrambi. Mi stupisce – sebbene dovrei esserne abituato – l’assenza totale di autobus e pullman, nonostante si sia a pochi chilometri da Gerusalemme. Nei viaggi con la nostra associazione cerchiamo sempre di fare una tappa in qualche villaggio, la testimonianza diretta è fondamentale e va divulgata”.

Uno dei video girati a Nabi Saleh, disponibili su youtube

http://www.youtube.com/watch?v=ZuMWCAuIwXU

Gabriele Santoro(16 febbraio 2012)