Perché vuoi portare il velo, tu, oggi, qui?

La copertina del libro di Renata Pepicelli – Il velo nell’Islam

Il nuovo libro di Renata Pepicelli, Il velo nell’Islam (Carocci, 2012) cerca di andare oltre “le discussioni che intendono stabilire se [il velo] sia oppressivo o liberatorio, se possa essere accettato o meno nel contesto pubblico, tanto occidentale quanto orientale”, poiché la cosa fondamentale è “cercare di comprendere quale significato le donne gli attribuiscono – perché vuoi portarlo, tu, oggi, qui?” – attraverso un’analisi che questa ricercatrice dell’Università di Bologna affronta dalla storia alla politica, dall’estetica alla religione.
Anzitutto, è utile sapere che “nei primi decenni del Novecento il velo sembrava star uscendo di scena. Ma con la rinascita dell’Islam come forza politica e spirituale negli anni ’70, il suo uso si è largamente esteso sia nei paesi a maggioranza musulmana che in quelli della diaspora. Oggi lo scontro ideologico attorno al velo si fa sempre più duro, mentre cresce il numero di donne che lo indossa per libera scelta, condizionamenti sociali e leggi, come nel caso di Iran e Arabia Saudita”. Il problema è che i media parlano del velo solo negli ultimi due casi, impressionando l’opinione pubblica, soprattutto quando l’imposizione arriva dalla propria famiglia fino ad arrivare a epiloghi inquietanti. Basti pensare a due omicidi su cui in Italia si è molto discusso: quello “della 21enne di origini pakistane Hina Saleem, uccisa nel 2006 dal padre con l’aiuto di altri parenti maschi, e della 18enne di origini marocchine Sanaa Dafani, accoltellata a morte dal padre nel 2009. In entrambi i casi si è trattato di ragazze accusate di avere comportamenti troppo occidentali, aggravati da relazioni con uomini italiani non musulmani”. L’opinione pubblica ha automaticamente associato questi crimini all’Islam ed è molto difficile fargli credere il contrario, anche se “le comunità musulmane hanno categoricamente rifiutato questo accostamento” visto che “la violenza non fa parte della loro religione. Del resto anche nella sentenza” di condanna all’ergastolo per il padre di Sanaa, il movente è stato “individuato non nella religione ma nella volontà di ‘salvare le apparenze’”.

Un intervento dell’artista Princess Hijab su un cartellone pubblicitario di H&M, riportato nel libro: “con le sue pratiche di ‘hijabizzazione’ vuole sovvertire gli immaginari visivi dominanti in Occidente, che impongono al corpo femminile una bellezza stereotipata e artificiosa”

In seguito ai – controversi – attentati terroristici dell’11 settembre 2001, “il velo è diventato l’emblema per eccellenza dello scontro tra Oriente e Occidente”. Ma, ancora una volta, “in un’Europa in cui il velo è messo sotto attacco, le donne – comunque – musulmane che non lo indossano sono ignorate dai mass media”. Non mancano alcune differenze culturali che non migliorano la situazione. Racconta una donna palestinese: “da noi esiste un’espressione particolare per indicare le ragazze troppo libere: ala hall shàriha, che significa ‘con i capelli sciolti’. Ho sempre trovato molto singolare che un’immagine così bella, fosse un’espressione offensiva”.
Il problema principale è che “i contrari all’obbligatorietà del velo negano una prescrittività insita nel Corano e di una esclusività islamica in tale costume, i sostenitori asseriscono invece che è inequivocabilmente scritto nel Corano che le donne debbano coprirsi il capo”. Il fatto è che il termine hijab traduce molti vocaboli: velo, tenda, schermo, nell’accezione di separazione spaziale e visuale, ma anche di protezione. Nel Corano appare 7 volte, ma non con il significato di velo inteso come copricapo. Oltretutto la prima volta che appare il termine hijab, è in relazione a Maria, figura molto rispettata nell’Islam. Piuttosto i vocaboli khimar e jilbab rimandano più esplicitamente ad abiti femminili: “non mostrino troppo le loro parti belle” (Cor. XXIV, 31) e “si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese” (Cor. XXXIII, 59).

Ad arricchire il libro, una serie di scatti da Face of Islam di Stefano Romano

Come segno di sottomissione a Dio, castità, protezione e distinzione dagli infedeli, il velo servirebbe quindi a proteggere il cammino di fede delle donne, e di riflesso anche degli uomini, limitando le tentazioni e la capacità seduttiva del corpo femminile. In questa prospettiva, la scelta di coprirsi il capo viene difesa come elemento di un più generale discorso sulla modestia, pudore e riserbo. Nel Corano è raccomandato anche agli uomini di controllare la propria sessualità e di non mostrare le proprie parti intime che vanno dall’ombelico alle ginocchia. Inoltre, come le donne, non devono attirare l’attenzione e quindi indossare seta o oro.
Le donne devono quindi mostrarsi coperte di fronte a uomini con cui non c’è uno stretto legame familiare. Per questo l’architettura islamica prevede la divisione della casa in due zone: una pubblica e una privata. In privato il corpo può essere al centro dell’attenzione e la sessualità vissuta senza vergogna. Il Corano la considera infatti un diritto di cui due coniugi possono godere e anche i codici di legge islamici riconoscono il diritto della moglie ad avere rapporti sessuali soddisfacenti: in assenza è considerato valido motivo per ottenere il divorzio.
Un aspetto interessante a cui non si pensa è che “il pensiero e la società islamica si strutturano secondo rapporti di potere che sono rappresentati dall’opposizione dentro/fuori, aperto/chiuso piuttosto che basso/alto tipica del mondo cristiano e occidentale. L’hijab è un concetto chiave della civiltà musulmana, come quello di peccato nella civiltà cristiana”.

Nudo femminile anni ’30 – cartoline come queste, di ragazze africane costrette a posare nude nello studio di fotografi, venivano regalate dal regime fascista ai soldati italiani in partenza per l’Africa, “chiara metafora sessuale, con il corpo nudo di una selvaggia donna nera disponibile a essere conquistata”

Sta di fatto che il velo sembra nascere da un’usanza antica, protettiva. Recita un hadith: “quando le mogli del Profeta e altre credenti uscivano di casa, alcuni uomini le disturbavano come se fossero delle schiave. Così Allah ordinò loro di portare il velo per distinguersi”. Ma chi erano queste mogli del Profeta? Le prime a velarsi? Erano 11, vedove di musulmani morti in battaglia. La prima, Khadija era una commerciante e la più giovane, Aisha, la più amata: “donne che partecipavano attivamente alla vita pubblica, contribuendo alla crescita dell’Islam. Fu con le dinastie successive, degli omayyadi e degli abbasidi (dal 661 al 1258 d.C.), che le donne furono costrette a fare un notevole passo indietro nel godimento di diritti e libertà”.
Diversi storici sostengono che la pratica sia stata mutuata dagli arabi dai popoli orientali con i quali erano entrati in contatto durante la loro fase espansiva, diffusa tra le donne dei ceti alti, al di là del credo religioso: si pensi all’impero bizantino, o a quello assiro, greco e anche romano. Per gli assiri per esempio dovevano velarsi anche le antiche prostitute sacre se si sposavano. Il velo, inoltre, fa parte dei miti fondativi di tutte e tre le religioni monoteiste, “culture del velo”: basti pensare alla stretta relazione tra velo e Rivelazione. Nella Bibbia ci sono frasi ben ‘peggiori’, per esempio nella Prima Lettera ai Corinzi: “l’uomo non deve coprirsi la testa perché è l’immagine e la gloria di Dio, mentre la donna è la gloria dell’uomo. Infatti l’uomo non ebbe origine dalla donna, né fu creato per la donna, bensì il contrario. La donna quindi deve portare sul capo il segno della potestà”.

Donne ritratte come oppresse e arretrate, da salvare, fu la più forte giustificazione alla missione colonizzatrice dell’Occidente. Curioso che tra colonizzatori e colonizzati, non sia mai stata presa in considerazione la voce delle dirette interessate, sempre “raccontate attraverso il filtro dello sguardo maschile”. Il mondo femminile orientale era totalmente inaccessibile per i colonizzatori, così l’immagine della colonizzata era sempre trasfigurata: “di totale invenzione o ricostruita attraverso notizie di seconda o terza mano. Così succedeva che se le donne africane venivano rappresentate nell’atto di offrirsi liberamente al conquistatore, la donna musulmana non era accessibile in un duplice immaginario negativo”: vittima di uomini e religione insieme tentatrice lussuriosa ritratta in dipinti che per alcuni sono da considerare precursori della pornografia. Così successe che i musulmani nelle miniature rappresentavano le donne come agenti attive, mentre Matisse, Ingres e Picasso nude e passive: l’harem (da haram, sacro e quindi inaccessibile) è la parte della casa proibita agli estranei perché destinata alla famiglia, in particolare donne e bambini, e non sinonimo di nullafacenza, erotismo o lesbismo. “Sicuramente l’Orientalismo raccontò molto di più dell’Occidente che non dell’Oriente”. Intollerabile essere visti e non poter vedere: lo svelamento della donna diventò imprescindibile per ristabilire l’ordine coloniale.

Un altro immaginario distorto: l’odalisca lussuriosa Matisse – Odalisque – 1923

Era il 1923 quando Matisse dipingeva le sue Odalische lussuriose, ma dal 1909 in Turchia erano stati banditi gli harem, liberate le schiave, trasformato il Paese nella prima repubblica della storia musulmana. Anni dopo Ataturk promosse un codice civile per la parità dei sessi. Le donne furono ammesse a votare e 18 di loro entrarono in Parlamento: 12 anni prima che tutto questo potesse accadere anche in Italia. Altri paesi hanno vissuto controversi passaggi sul velo: dall’Iran che “impose in una stessa famiglia, alla nonna di svelarsi e alla nipote di velarsi”, all’Egitto, alla Tunisia: in ogni caso calpestando la volontà della donna poiché da sempre si attribuisce al suo corpo un significato politico potente o identitario e di resistenza, come successe all’Algeria sotto la colonizzazione francese.
Dunque, se nel periodo 1900-1920 iniziò il processo di svelamento, tra gli anni ’20 e ‘60 era norma andare in giro a volto scoperto, con la seconda metà dei ‘70 l’inversione di tendenza, divenuto il velo simbolo di un crescente islam politico. Ma già alla fine degli anni ’80 “le donne lo indossavano nella convinzione che potesse permettere loro di accedere allo spazio pubblico – studio e lavoro – evitando molestie da parte degli uomini, intimoriti da un simbolo che impone rispetto”. Per alcuni movimenti, come quello dei Fratelli Musulmani, il velo è anche un modo per celare le differenze sociali ed economiche: giustizia ed eguaglianza sociale sono per loro valori fondamentali. Secondo alcuni oggi, “le islamiste non indossano il velo delle loro madri, sottomissione agli uomini, ma solo a Dio, come vessillo di virtù femminile e di opposizione politica, che non le nasconde, bensì le rende visibili nella sfera pubblica, permettendo loro di entrarvi”. In quest’ottica la donna appare comunque fragile, anche se a sentire le canzoni delle Poetic Pilgrimage, gruppo hip-hop (due afrocaraibiche britanniche convertitesi all’Islam) non si direbbe: “noi Marie di oggi camminiamo senza paura nei vostri occhi”.

4 settembre 2012 – 200 donne velate a Lahore (Pakistan) per il World Hijab Day (da The Express Tribune)

Il 4 settembre in alcuni paesi si festeggia la giornata mondiale dell’hijab, data di entrata in vigore nel 2004 della legge francese che vieta alle studentesse di entrare a scuola a capo coperto. Dal 2009 è dedicato a Marwa El Shirbini, farmacista di origine egiziana, residente in Germania, considerata “martire dell’hijab”: accoltellata a morte in un aula del tribunale regionale di Dresda da un vicino di casa da lei denunciato per insulti razzisti aventi come obiettivo l’Islam e il velo”.
Il tema rimane spinoso, per alcune “il velo non può essere una scelta realmente personale: ogni volta che una donna mette il velo, la sua decisione coinvolge altre donne, compresa sua figlia. Le donne non dovrebbero mai indossare il velo, in quanto le ostacola nello svolgere il ruolo storico che hanno sempre avuto come agenti del cambiamento, le costringe e le limita psicologicamente e fisicamente (fa soffrire il caldo, limita l’udito, le rende impacciate nei movimenti), induce a credere che il progresso sociale sia un’imitazione dello stile di vita ‘occidentale’ e quindi un’offesa alla cultura e religione musulmana”. In ogni caso “vietare il velo è un atto politico quanto imporlo. La Turchia è alla pari con l’Arabia Saudita. Nessuno di loro pensa che le donne siano in grado di decidere da sole”.

La pubblicità dell’Adsl al centro dello scandalo

Secondo altre studiose, il velo è “un’esperienza che libera le donne dal sistema capitalistico che le costringe a concentrarsi sul corpo e l’esteriorità, riducendole a meri oggetti di consumo. La religione le tratta come persone e non come oggetti sessuali”. Il che mi fa pensare alla recente polemica su una pubblicità che sta girando in Italia… “in tal modo la bellezza o la sua mancanza non sono più argomenti soggetti a pubblico scrutinio”. È la competizione dei corpi che espone le donne al giudizio, finendo così a giudicare sé stesse e le altre attraverso gli occhi del desiderio maschile. Secondo l’hadith: “Allah non guarda ai vostri corpi né al vostro aspetto esteriore, ma guarda ai vostri cuori”. C’è poi a chi non piace né una tendenza né l’altra: “puntando il riflettore sulla femmina preadolescente, l’uomo occidentale vela le donne più vecchie. A New York il tempo è usato contro le donne come lo spazio a Teheran: farle sentire non gradite e inadeguate”, in ogni caso.

Alice Rinaldi
(4 settembre 2012)