Settimana della cultura araba, dalla Rivoluzione al cambiamento

12 novembre 2012 – La terza sessione su Il futuro della cultura in Egitto dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 presso l’Aula Magna de La Sapienza – da destra a sinistra, il regista Magdi Ahmed Ali, il Presidente del Consiglio Supremo della Cultura Egiziana Said Tawfik, il regista Mohamed Kenawy, il giornalista Enrico Campofreda

Cento relatori, tra Italia ed Egitto, a confronto su 15 sessioni di Scienza, Cultura, Dialogo spalmate su sei giorni di dibattiti, mostre e spettacoli per rimarcare la cooperazione scientifica e culturale dei due Paesi e avvicinare non soltanto gli studenti, i docenti o i ricercatori, ma anche chi nutre interesse e passione per il mondo arabo e la cultura egiziana.
È iniziata così, lunedì 12 novembre 2012 e fino a venerdì 16, la prima edizione della Settimana della lingua araba e della cultura egiziana in Italia, organizzata dall’Ufficio culturale dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto e ospitata da cinque istituti romani, tre università – La Sapienza, LUISS e LUSPIO – l’Ufficio culturale dell’Ambasciata e l’Istituto Dante Alighieri.
“Il nostro intento – spiega ad ANSAmed Abdelrazek Fawky Eid, direttore dell’Ufficio Culturale egiziano – è di promuovere la cooperazione tra istituzioni universitarie e di ricerca, interessate all’insegnamento della lingua araba, ma anche diffondere nuove metodologie di insegnamento dell’arabo, nonché portare avanti nuovi progetti di traduzione di testi dall’arabo all’italiano e viceversa. Istruzione ma anche cultura, letteratura e cinema, grazie alla partecipazione di scrittori e registi egiziani”.
La cerimonia di inaugurazione, presso l’aula Magna del Rettorato de la Sapienza, ha ospitato le prime tre sessioni della Settimana, affrontando temi di grande interesse come le Relazioni scientifiche e culturali tra Egitto e Italia, Letteratura araba e letteratura italiana e soprattutto Il futuro della cultura in Egitto dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011.

“Prima della rivoluzione, non c’era nemmeno un piccolo graffito. Ciò che è successo non è un cambiamento, è una nascita” disse un artista di graffiti egiziano, conosciuto sotto il nome di El Teneen (il Dragone). El Teneen ha dipinto il suo primo lavoro, il 26 gennaio 2011, il giorno dopo l’inizio della Rivoluzione… – foto di Mohamed El Hebeishy da www.guardian.co.uk

Il senso del cambiamento. Il futuro della cultura in Egitto dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011, ha visto protagonisti Said Tawfik, Presidente del Consiglio Supremo della Cultura Egiziana, che intende anzitutto definire cosa sia la cultura e cosa sia la rivoluzione: “la cultura è fondamentale, è la visione di tutto l’universo riflesso nella vita quotidiana, mentre la rivoluzione è la lotta per soppiantare un regime creandone un altro, ma oggi possiamo dire che non è compiuta. Ciò che si è verificato è una rivolta portata avanti da un elite culturale che sicuramente è riuscita a muovere il popolo, ma questo non aveva una visione , un progetto preciso, ma solo richieste. Molti hanno approfittato di questa assenza di un pensiero comune e quindi solo ora si sta sviluppando un vero moto culturale, lo si vede nell’arte dei graffiti, della poesia, della musica, perfino nell’arte della barzelletta. Il progetto che intendo ha delle caratteristiche che possono completare la rivoluzione: un movimento di correzione totale dell’istruzione, che deve essere liberale, creativa e più cosciente; la fondazione della cultura del cambiamento perché ancora oggi molti non conoscono differenze tra democrazia e dittatura, per esempio; ma soprattutto, smontare la relazione tra religione e potere, uno dei principali motivi di arretramento dell’Egitto: la religione non era una richiesta della rivoluzione. Forse questa visione è pessimista, perché penso ci sia una sola speranza, e sta nel senso del cambiamento. D’altra parte gli obiettivi delle rivoluzioni non sono mai facili, e c’è sempre una controrivoluzione, ma è fondamentale affidarsi al proprio bagaglio culturale che c’è sempre, solo che scompare con l’arretramento e riappare con le rivoluzioni”.

“Egyptian cinema has been the source of inspiration (and imitation) for the Arab world and beyond, not to mention its long hegemony over other national film industries…” da www.cinemaplot.com

Magdi Ahmed Ali, regista, che è stato anche Presidente del Consiglio del Cinema, si descrive anzitutto come un rivoluzionario: “fui uno di quelli che non lasciò mai piazza Tahrir nei 18 giorni di rivoluzione, credendo nei militari, che avrebbero portato a compimento gli obiettivi. Anche le correnti fondamentaliste dissero che avevano portato avanti la rivoluzione, ma appartengono alle caverne e così dal grande sogno siamo passati a un grande incubo e ora sento amarezza per questo enorme inganno”.
Cinema tra censure e tabù. Facendo una breve panoramica  sul mondo dell’arte in Egitto, Ali racconta che “proprio i faraoni scoprirono il teatro prima di altre civiltà e il cinema in Egitto cominciò 3/5 anni dopo la sua nascita in Francia, producendo oltre 5mila film e 10mila documentari, compresi i film di animazione. Prima della rivoluzione l’Egitto era il Paese cinematograficamente più famoso nel mondo arabo, il dialetto egiziano era molto diffuso, specialmente nei Paesi del Golfo che non fanno altro che consumare. Poi successe la Prima Guerra del Golfo, l’America contro il mondo arabo, e ci fu il primo effetto negativo sul cinema egiziano. Arrivò la crisi economica con la Seconda Guerra del Golfo, infine la crisi mondiale che influì molto sui costi del cinema: finì così lo star system egiziano e col potere consegnato al figlio Gamal da Hosni Mubarak, aumentarono le censure, creando due grandi tabù: il governo e i militari”.

Locandina di Al Mosafer – The traveller di Ahmed Maher con Omar Sharif, film egiziano indipendente in concorso a Venezia 66

“Ma noi dell’elite culturale non abbiamo mai smesso di lottare – 50 persone contro 5000 poliziotti – affrontando le torture, i sentimenti di sconfitta e le correnti wahhabite che non hanno immaginazione ma solo verità totali, creando ulteriori effetti negativi sul cinema. Dopo la Rivoluzione la panoramica non è cambiata molto, ma sono ancora ottimista per alcuni risultati positivi: la nascita del cinema indipendente, grazie all’aumento dell’industria digitale, senza più grandi dive e senza più censura. Allo stesso modo nuovi gruppi teatrali e musicali sono diventati famosi, partendo dai garage, si sono creati spazi per la poesia e festival non governativi. Il cinema dal 25 gennaio 2011 ha fatto però un uso e abuso della Rivoluzione per avere posto ai festival, ma per capire dobbiamo ancora aspettare: nessun film è al livello della Rivoluzione che abbiamo fatto, manca la maturità del peso reale. Sono ottimista perché la rivoluzione è stata grande e complicata, il governo da solo non può riformare valori millenari e il popolo non accetterà mai di ritornare al Medioevo. Abbiamo bisogno delle nostre capacità e della vostra solidarietà. La situazione non ci impedisce di sognare, anche se la lotta deve ricominciare da zero per avere quei diritti fondamentali affinché l’Egitto sia di nuovo in prima fila. Come diceva un famoso poeta: noi siamo destinati a lottare sempre per avere lo strumento musicale“.
Un altro regista prende la parola, Mohamed Kenawy, che vive al momento in Italia, e da 18 anni all’estero: “quando incontravo italiani e sapevano che ero egiziano, mi vergognavo, soprattutto per colpa della politica. Il mio unico forte orgoglio è sempre stata la cultura egiziana e araba in generale, fatta di tanti scrittori e artisti che ancora sono fra noi. Non ho vissuto la rivoluzione dal vivo ma tramite i media, proprio come gli italiani, l’unica differenza è che io sapevo i motivi reali. Ora le carte si sono mescolate e tutti parlano delle stesse cose, credo sia normale, dopo una lunga dittatura il cambiamento è già iniziato, ma la strada è ancora lunga”.

Salma Said, blogger e fondatrice di Mosireen, gruppo di filmaker, cittadini e giornalisti che documenta online le agitazioni sulle strade egiziane, in seguito ai colpi sparati dall’esercito durante la manifestazione del 6 febbraio 2012 – da www.jadaliyya.com

Enrico Campofreda, giornalista, autore del reportage Diario di una primavera incompleta, risponde a Kenawy: “anche noi non siamo molto orgogliosi del nostro Paese da un punto di vista socio-politico e ci salvano solo i luoghi della cultura”. Il punto di vista italiano vede una “rivoluzione dalla portata storica per la nazione e non solo, con un pizzico di invidia per tutti quelli che ci hanno provato ma non ci sono riusciti, a sbarazzarsi di governi servili e inquietanti”, come la madrilena Puerta del Sol, simbolo della rivoluzione spagnola. “Mentre a Roma si vivacchia, continuando a lamentarci, e a Berlino si sono creati profondi solchi sociali tra le persone. Abbiamo visto le Primavere come liberazioni anche per sé stessi: l’abbandono della rassegnazione per 40mila giovani sotto i 25 anni”.

M. Daniela Basile
(12 novembre 2012)