Bambini rom, studiare tra gli sgomberi

bambini a scuolaGli sgomberi non aiutano certo la scolarizzazione: pensate a quello che ha coinvolto i bambini da Tor de’ Cenci a Ciampino, erano tutti iscritti alle scuole del quartiere”, all’improvviso distanti 24 km, “lo stress è notevole e non può di certo aiutare lo studio”. Nella travagliata storia dell’integrazione dei rom – divisi tra esclusione e autoisolamento, come è scritto nella Strategia nazionale per l’inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti” 2012-2020 – tutto è collegato al primo dei “quattro assi” individuati dall’ex ministro Riccardi: l’istruzione è la base per il lavoro, l’abitazione e la salute.

L’istruzione è la chiave del cambiamento” sottolineò Vanda Giuliano, socia dell’associazione Piuculture, “ma è un percorso lento e faticoso” ha aggiunto Magda Miliano dell’Ufficio Scolarizzazione Rom, ex Ufficio Nomadi, del comune di Roma. “Il nostro lavoro nella Capitale – attivo già dalla fine degli anni ’90 – ha portato a oggi a 2.000 bambini scolarizzati” – su circa 3.900 (fonte: Associazione 21 luglio) – “quantomeno iscritti: sono tanti quelli che frequentano poco o niente, anche se vivono nei cosiddetti campi attrezzati – ovvero autorizzati dal Comune di Roma (Salone, Villa Gordiani, Candoni, Castel Romano, Camping River, Lombroso e Cesarina), ma ce ne sono anche altri più piccoli e meglio integrati come quelli di Acilia, Ostia, Bastogi, Quadraro… e quelli su cui si riesce a far poco, gli abusivi (due a Salviati, uno al Foro Italico e La Monachina). Io sto solo dietro la scrivania, bisogna dirlo, il lavoro” letteralmente “sul campo” è svolto dagli operatori di quattro associazioni: Arci per i bambini di Candoni, Castel Romano e La Monachina; Ermes per Ciampino/La Barbuta, Salone e Foro Italico; La Casa dei Diritti Sociali per la Cesarina e Camping River; Eureka I per Lombroso.

La scolarizzazione ha a che fare con l’accoglienza generale della città e può aiutare a combattere stereotipi che poco hanno a che fare con la realtà, come quello del nomadismo” – l’ultimo forse è proprio quello dei rom pagati per andare a votare? “Penso di sì, conosciamo i rom di Candoni, è vero che hanno sempre partecipato alla vita politica”. D’altra parte l’unica che potrebbe cambiare la loro situazione.

Magda Miliano dell'Ufficio Scolarizzazione Rom di Roma Capitale
Magda Miliano dell’Ufficio Scolarizzazione Rom di Roma Capitale

L’apprendimento è la nota dolente – al contrario dell’accoglienza che invece, secondo la Miliano, è già un punto forte delle scuole romane – complicata per i bambini rom da condizioni di svantaggio di vario tipo: culturali, di degrado abitativo e di scarso riconoscimento dell’importanza sociale della scuola da parte delle famiglie. Questi fattori vanno a inficiare sulla frequenza scolastica, che è sempre più ridotta rispetto agli altri alunni, e sullo studio individuale. “Diciamo che i bambini rom sono la punta dell’iceberg del percorso scolastico di tutti i bambini stranieri, ma anche degli italiani: una dispersione scolastica diffusa che si registra in particolare dalle medie e superiori, ma con i rom è alta anche alle elementari. I rom riconoscono agli adolescenti una completa maturità” – l’esatto contrario di quello che succede in Italia – “nella loro cultura non è concepito un percorso scolastico così lungo. Ma come qualcuno ha detto, i diversi sono diversi tra loro, i rom hanno tante origini e io non voglio generalizzare, ma tendenzialmente i rom rumeni e macedoni, avendo una tradizione scolastica più simile alla nostra, si dimostrano più coinvolti rispetto, per esempio, ai rom montenegrini e bosniaci”.

Strano a dirsi, anche i genitori possono essere dunque un fattore di scarsa scolarizzazione: “ci sono ancora famiglie che fanno resistenza, anche se ormai sono sempre meno. Alcuni sono proprio ostili all’idea, anche perché contigui alla criminalità, non si può far finta che non è vero, ma non si può nemmeno dire che sono la maggioranza perché non è vero nemmeno questo. In ogni caso ho l’impressione che cedano alle pressioni delle amministrazioni, piuttosto che responsabilizzarsi collaborando attivamente alla buona riuscita del progetto”. Tra i nostri intervistati c’è chi sosteneva il contrario: “ai genitori viene sospesa la responsabilità perché non vengono coinvolti. Le maestre parlano con le associazioni, quasi mai direttamente con loro”. Racconta la Miliano: “Una volta ho chiesto a una signora: “perché non manda suo figlio a scuola?”, mi ha risposto “perché non ci vuole andare”, allora mi è venuto da pensare che anche mio figlio non ci vuole andare, ma io ce lo porto”.

Farli uscire dalla scuola con delle vere competenze, è ciò su cui, secondo la Miliano, si dovrebbe puntare di più: “pensare a una didattica nuova”, magari più pratica, che sia cioè più utile e funzionale per chi ha la priorità di mantenersi. Un ragionamento specifico, che si può raggiungere stipulando una sorta di patto tra scuola e famiglie, e generale, anche per gli alunni italiani: “chi oggi decide di chiudere alla terza media ha in mano pochissime competenze”.

alunni rom (PeaceReporter)
alunni rom (PeaceReporter)

“Così abbiamo pensato alla figura del peer educator – “educatore alla pari”ragazzi rom più grandi e scolarizzati che fungono da traino. I giornalisti sanno quanto è difficile parlare con queste comunità, anche perché, al contrario di altre, non è così facile trovare dei leader”, possibilmente positivi come magari possono essere i funzionari religiosi di riferimento. “Stiamo cercando di stimolare una sorta di protagonismo positivo”.

Niente documenti, nessuna opportunità. Un altro aspetto va assolutamente preso in cosiderazione per una scuola che intenda essere davvero credibile: “i rom provenienti dai paesi della ex Jugoslavia – Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina… – sono accomunati da una stessa sorte, non hanno documenti, perché non glieli fanno più e qui di conseguenza. Senza documenti i diritti si azzerano: niente permesso di soggiorno, niente contratti di lavoro o di affitto. Questo gli rende la vita impossibile e diventa svalutante anche per noi: non si può formare la gente per poi lasciarla in mezzo alla strada”. Da questo punto di vista la loro diffidenza nei confronti della scolarizzazione è del tutto comprensibile.

“Lo scopo del nostro progetto è chiuderlo: a un certo punto non deve più esistere un Ufficio Scolarizzazione Rom, quello che spero è che un giorno il mio lavoro non serva più a nessuno”.

Alice Rinaldi (9 maggio 2013)

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