Le città dei non luoghi: rifugiati in Italia

foto (2)“O ci si salva insieme, o non si salva nessuno”. E’ stato questo uno degli argomenti che ha tenuto banco nel terzo incontro del corso di formazione “Le città dei non luoghi”, organizzato dal centro Astalli giovedì 30 maggio. Nei primi due appuntamenti era stato affrontato il tema dei rifugiati nel mondo e di quelli in Europa: quali sono i luoghi in cui si concentrano, cosa si può fare a livello europeo per migliorare le loro condizioni sono state solo alcune delle domande a cui si è provato a dare una  risposta. Nell’ultimo incontro in programma l’attenzione si è focalizzata sulla presenza di rifugiati in Italia, in particolare nelle grandi aree metropolitane dove la maggior parte dei richiedenti protezione vivono situazioni di degrado ed insufficiente accoglienza.Tra i relatori dell’incontro, il primo a prendere la parola è stato Oliviero Fortis di Caritas Italia: ” Credo che il tema dei richiedenti asilo sia, oggi come non mai, di estrema attualità. Nel nostro paese si possono riscontrare buone esperienze, sopratutto per la prima accoglienza nei centri più piccoli dove siamo in linea con i migliori standard europei. Non possiamo dire altrettanto delle città più grandi. A Roma per esempio, i tempi di un’effettiva integrazione sono  molto più lunghi, spingendo spesso i richiedenti asilo a cercare fortuna in altri paesi attraverso vie di fuga clandestine”. E sono proprio questi due temi, accoglienza e integrazione, che concentrano l’attenzione dell’incontro. ” Nel nostro paese- prosegue Fortis- c’è un sistema di NON accoglienza. La prassi burocratica  è costosa, lenta e spesso, mal applicata. Nei centri di prima accoglienza che dovrebbero, come dice la parola stessa, ospitare per un breve periodo gli immigrati, per poi inserirli nel contesto lavorativo italiano, ci sono lunghi  tempi di attesa, oltre ogni umana sopportazione. L’esempio più calzante da questo punto di vista è stata l’emergenza Nord Africa. Dopo averli accolti per qualche mese,nel migliore dei modi, la soluzione finale è stata mettere in tasca a queste persone 500 euro senza dare risposte concrete ai loro bisogni. Uno dei ragazzi a cui abbiamo dato questi soldi mi ha detto: “Ci avete accolto a braccia aperte come profughi, e ora, ci cacciate come clandestini”. Tutto questo è inaccettabile. Siamo contenti  che il governo abbia aumentato i posti a disposizione per le richieste di rifugiati ma non può essere una soluzione temporanea. La pressione, sopratutto dagli stati africani, è tanta e  oggi, rispondiamo solo ad un terzo delle 30.000 persone che hanno bisogno di noi”.Marco Catarci, ricercatore in sociologia, di Roma3 si è soffermato sul tema dell’integrazione: ” Purtroppo non ci sono risposte preconfezionate per risolvere questo problema. Bisognerebbe, prima di tutto, tenere conto della dimensione biografica del soggetto. Al contrario dell’accoglienza, l’integrazione prevede lo studio del singolo caso, per poterlo aiutare nell’inserimento in società. Ognuno di loro ha differenti traumi da superare, alcuni superficiali, altri che coinvolgono sfere molto più personali. Per sconfiggere questi demoni, bisogna coinvolgere queste persone, farle sentire a casa. Solo così potremo raggiungere un livello di integrazione pari a quello di tanti altri paesi europei. Bisogna inoltre capire-conclude Catarci- che la nostra società è sempre più multiculturale e che i “nuovi italiani” possono essere la nostra forza. Guardando i dati delle iscrizioni alle scuole elementari, oltre l’8% di bambini hanno origini straniere. Non possiamo più far finta che la loro presenza non si stia radicando nel DNA della nostra società.Dal convegno è emerso dunque, che sono ancora molte le lacune in termini di integrazione nel nostro paese. E questo dato è molto più evidente nelle grandi città. La speranza è che, anche grazie all’ approvazione dello  IUS SOLI, proposto dal neoministro Kyenge, si possano fare notevoli passi avanti in tema di immigrazione. 

Adriano Di Blasi

(2-giugno-2013)

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