Roma in piazza per la Siria. Le testimonianze dei ribelli

Manifestazione per la Siria
I romani scendono in piazza per i bambini uccisi dalle armi chimiche in Siria

I corpi inerti avvolti in lenzuoli bianchi. Come i bambini sterminati dalle armi chimiche nella periferia est di Damasco. Riuniti a piazza Santi Apostoli, giovedì 29 agosto, i romani dicono basta al massacro perpetrato in Siria dal regime di Assad.

È un appello lanciato attraverso i colori e la poesia, nello spirito di una manifestazione che vuole essere in tutto e per tutto pacifista: “Noi sosteniamo il popolo siriano, i bambini, le donne, le persone che non vogliono la guerra e la stanno subendo” spiega Monica Maggi, presidente dell’associazione culturale Libra 2.0, promotrice del sit-in. “Sono stata accusata di essere filo-americana perché ho condannato l’uso di armi chimiche da parte di Assad” dichiara incredula “Ma la nostra non è una posizione pro o contro qualcuno: qualunque ingerenza da parte di qualsiasi paese straniero è secondo noi inaccettabile. L’unica cosa che vogliamo è la pace”.

Ragazzi siriani
Sventolano le bandiere della Siria libera e risuonano i canti della rivolta, che parlano di una terra che resta santa, anche se è bruciata e distrutta

All’arrivo dei ragazzi siriani la piazza si anima: sventolano le bandiere della Siria libera e risuonano i canti della rivolta, che parlano di una terra che resta santa, anche se è bruciata e distrutta. E raccontano i sacrifici dei martiri di tutte le città, da Daraa a Homs, di come hanno contribuito alla rivoluzione e del prezzo che hanno pagato. Cantano e lanciano le braccia al cielo. Loro, così giovani, sono i ribelli siriani. La folla si stringe, vuole ascoltare le loro storie, vuole sapere che cosa accade nel paese straziato da due anni di guerra civile, perché qui da noi “le notizie sono confuse”.

“Sono arrivato in Italia da 2 giorni” racconta uno dei ragazzi, che chiede di restare anonimo. Ha solo 22 anni, ma nella zona in cui viveva era uno dei principali esponenti del movimento di opposizione al regime: “Studiavo nella marina, ma quando sono iniziate le manifestazioni mi sono unito ai ribelli”. È stato catturato e torturato dai soldati dell’esercito governativo, ma è riuscito a fuggire in un’altra città. Poi un missile ha colpito casa sua: “tutto quello che è esploso mi si è conficcato nel corpo” spiega mostrando una foto di sei mesi fa. E allora si capisce che quella che ha sul collo non è un’imperfezione della pelle, ma una cicatrice grande come una moneta. E come quella ce ne sono tante altre: sulle braccia, il torace, le gambe.

Manifestazione per la Siria
I versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish per chiedere la pace in Siria

“Ho raggiunto la Turchia per farmi curare e sono rimasto in ospedale 3 mesi”. Il regime però continua a dargli la caccia: “Hanno pagato pur di riportarmi in carcere e gli shabbiha (uomini di Assad ndr) andavano continuamente a casa dei miei genitori, finché non hanno firmato un documento con il quale mi disconoscevano”. Ancora una volta riesce a salvarsi e appena si rimette inizia a viaggiare tra Turchia e Siria per portare aiuti.
Alla fine però è costretto a lasciare il paese e prende la via dell’Italia. Alla domanda su come abbia fatto ad arrivare qui risponde “Mi avevano tolto i documenti, sono scappato come tutti i siriani” e non c’è bisogno di chiedere di più, gli sbarchi di questi giorni sono già una risposta sufficiente.

Mc Abo Hajar è un rapper che canta per la rivoluzione:Questa canzone nasce dalla mia esperienza nelle carceri del regime siriano. Parlo della sofferenza provata nel sentire le torture inferte agli altri prigionieri, nel subire la voce dell’investigatore che mi umiliava e mi picchiava. Il sottofondo che si ripete nel brano ‘Volete la libertà?’ è ispirato al video di un soldato che calpesta un civile rivolgendogli questa domanda. E sì, noi la vogliamo questa libertà”.

Manifestazione per la Siria
I colori della Siria libera riempiono la piazza

Si considera fortunato perché oggi è in Italia e ha la possibilità di studiare economia politica all’università: “Vorrei che i siriani potessero contare su un sostegno analogo a quello riconosciuto al popolo palestinese. Non intendo assolutamente sminuire quello che accade in Palestina, ma anche ciò che abbiamo subito noi non è da poco: Il diritto di voto e la libertà di espressione che avete voi italiani noi non ce li abbiamo. Se in Siria provi ad aprire bocca sul regime non sai cosa può accaderti”.

“Il marito di mia zia per aver pronunciato frasi banali contro il regime è stato in carcere 30 anni” interviene Sara El Debuch, giovane italo-siriana attiva nella raccolta di aiuti a favore del popolo siriano: “Mia zia per tutto questo tempo non ha avuto sue notizie, pensava fosse morto. I figli sono cresciuti senza conoscerlo. Alcuni ti chiedono ‘ma perché sei contro il regime? Comunque in Siria vivi bene e mangi’. È vero, se sei benestante in Siria riesci a sopravvivere, ma non si può andare avanti senza libertà”.

“Abbiamo iniziato a manifestare per i nostri diritti e le forze armate ci sparavano contro”. Tamim ha 23 anni e da 8 vive in Italia, studiando giurisprudenza di giorno e lavorando come facchino di notte. È stato in Siria l’ultima volta nel 2011, a 6 mesi dall’inizio della rivolta. “Alcuni dipingono i ribelli come terroristi pagati dall’America. Non è vero: i mercenari ci sono ma è Assad che li ha fatti entrare per screditare le forze di liberazione siriane, che siamo noi, e convincere il popolo a schierarsi dalla parte del regime”.

Manifestazione per la Siria
La manifestazione è un grido di protesta contro l’immobilismo della comunità internazionale

Come tutti spera che si fermi il massacro, ma è convinto che la comunità internazionale non farà nulla: “Sull’intervento militare sono dubbioso perché ho visto cosa è successo in Iraq. E in ogni caso la Siria non ha petrolio, per questo in due anni e mezzo non è intervenuto nessuno. Abbiamo un detto da noi che dice: gli americani sono i cuochi, i russi quelli che accendono il fuoco, gli israeliani quelli che mangiano e gli arabi quelli che lavano i piatti. È sempre stato così”.

E i ribelli siriani che cosa chiedono alla comunità internazionale? “Vorremmo che ci venisse garantita una no-fly zone che impedisca al regime di distruggere il paese e che gli altri stati smettano di dare armi ad Assad per uccidere il suo popolo” afferma senza esitazioni il giovane rivoluzionario appena giunto in Italia: “Se ci vengono assicurate queste due condizioni non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno, riusciamo da soli a sbarazzarci di Assad e dei suoi seguaci”. Lui comunque non si arrende: “Sono dovuto fuggire dalla Siria a causa della libertà e continuerò a lottare”.

Avere informazioni dall’interno del paese non è semplice: “La famiglia di mio padre è ancora a Damasco ma non abbiamo potuto parlare molto di quanto è accaduto il 21 agosto perché le conversazioni telefoniche sono tutte intercettate” spiega Sara “Abbiamo un codice segreto per comunicare, per esempio gli chiediamo com’è il tempo e se ci rispondono che è piovuto capiamo che ci sono bombardamenti”.

“Fortunatamente stanno tutti bene perché vivono in centro, ma si sentono le bombe e chi viveva nei sobborghi è dovuto fuggire. I parenti di mia madre sono scappati in Libano”.
“Ci sono continui controlli dei soldati che perquisiscono le case per verificare che non ci siano armi. Anche i profili facebook sono sorvegliati”. E la gente come va avanti? “Cercano di vivere normalmente altrimenti impazziscono. Ma ogni sera pronunciano la shahada, la confessione di fede in Allah, così se muoiono andranno in paradiso. Sono morti nella vita”.

Sandra Fratticci
(4 settembre 2013)

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